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Ci sono molti aspetti riguardanti la spesa degli enormi capitali delle franchigie NBA. E’ comunemente noto, comunque, che ogni spesa non sempre si rivela efficiente, e la discrepanza tra risultati e aspettative  può tradursi in grandi polemiche da parte dei tifosi, alimentate dalla copertura asfissiante dei media.

Nonostante la realizzazione dei punti sia normalmente la prima statistica citata nella maggior parte delle discussioni e gli highlights mostrino quasi esclusivamente i replay di fragorose schiacciate, sgargianti penetrazioni a canestro ed impossibili tiri dall’arco, la pallacanestro è uno sport nel quale le squadra possono vincere soltanto attraverso un complesso bilanciamento nella creazione del roster. Non importa quale stile venga imposto dall’head coach: serve sempre una grande difesa.

Anche l’attacco è importante, certamente. Ma, senza la difesa, le buone squadre hanno difficoltà a fregiarsi del titolo di “grandi”. In maniera simile, i migliori talenti della lega hanno generalmente difficoltà nel tentare l’evoluzione da “buoni giocatori” ad “eccellenti”, diventando degli atleti completi, come dimostra il background dell’attuale MVP.

Stephen Curry è stato uno stellare giocatore offensivo per anni, ma è stato solo quando ha imparato a destreggiarsi in fase difensiva che è riuscito a fare il salto di qualità. Nonostante i fans meno attenti non diano molta enfasi a questo particolare, in realtà è stata anche l’abilità di Curry di isolare i giocatori in zone anguste del campo e di rompere le linee di passaggio a consegnare ai Golden State Warriors il loro primo titolo in 40 anni, con uno storico record di 67-15 nella Regular Season.

Steph Curry difende su Pablo Prigioni.

Steph Curry difende su Pablo Prigioni.

Non c’è dubbio che la difesa aiuti a vincere le partite. Tuttavia, quanto influisce sui salari erogati dalle franchigie ai giocatori (che si tratti di free agency o estensioni contrattuali)?

Ciò che risulta è che non tutte le sfaccettature del gioco vengono retribuite in egual maniera.

In modo da dare uno sguardo oggettivo, abbiamo usato due metri di paragone, chiamati offensive box plus-minus (OBPM) e defensive box plus-minus (DBPM). Ognuno di questi traccia la stima di quanti punti ogni 100 possessi una squadra possa fare in più con un determinato giocatore sul parquet, con l’annesso limite d’impatto su uno dei due lati del campo. Anche se non si tratta di misure perfette, sono solidi indicatori di efficienza, e possiedono il beneficio ulteriore di operare sulla stessa scala.

E’ importante concentrarsi su quello che abbiamo chiamato “offensive tilt”, determinato dalla sottrazione dell’ultimo dato rispetto al primo. Una differenza negativa indica che il giocatore è più orientato alla fase difensiva, mentre una positiva mostra la sua superiorità in attacco. Un punteggio pari a zero indica la completa ambivalenza dell’atleta.

Ecco un esempio, nel quale sono stati utilizzati i numeri di Russell Westbrook durante la stagione 2014-15:

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Nonostante la dinamica point guard degli Oklahoma City Thunder abbia fatto molto bene in difesa durante la porzione della stagione in cui è stato libero da infortuni, Westbrook ha fatto molto meglio in attacco; ne risulta che il giocatore è stato una delle personalità offensive più quotate della lega.

Come esempio opposto, parliamo di Michael Carter-Williams. Tra il suo lavoro per i Philadelphia 76ers e i Milwaukee Bucks, ha compilato un -1.6 OBPM ed un 0.9 DBPM, che gli garantisce un “offensive tilt” di -2.5.

Derrick Rose marcato stretto da Michael Carter-Williams.

Derrick Rose marcato stretto da Michael Carter-Williams.

Carter-Williams è caduto molto in basso nell’equazione offensiva (in favore di quella difensiva), e questo è ciò che ci si può ben augurare da una smilza point guard con un jumper non particolarmente accattivante ed un numero eccessivo di palloni persi. Per questo motivo, il giovane playmaker, se fosse stato un membro della free agency o eleggibile per un’estensione, avrebbe probabilmente avuto qualche problema a trovare un corposo contratto da firmare.

D’altro canto, questo è ciò che è successo nella finestra di mercato di quest’estate:

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Come si evince dal grafico, nonostante alcuni specialisti offensivi di vecchia data come Lou Williams e Mo Williams costituiscano un’eccezione, i giocatori che hanno mostrato migliori capacità in attacco sono stati pagati di più. E’ molto raro trovare un giocatore esclusivamente difensivo con un salario da capogiro, specialmente perché DeAndre Jordan e Marc Gasol non vengono qualificati come tali. Entrambi i lunghi, infatti, hanno avuto un OBPM positivo nell’annata 2014-15, nonostante abbiano impressionato maggiormente a protezione del ferro.

I giocatori con un valore neutrale invece sono estremamente comuni: questo dato non deve sorprendere, in quanto può trattarsi di giocatori scarsi, medi o dominanti su entrambi i lati del campo. In ogni caso, non si può negare che esista una possibile correlazione in questo, specie guardando la media salariale annuale dei giocatori per ogni fascia di Offensive Tilt:

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Questi dati dovrebbero dire abbastanza su quanto gli attaccanti vengano abbondantemente retribuiti, nonostante Lou Williams tracci una leggera curva a riguardo, in virtù dell’essere il solo giocatore nella sua categoria.

Tuttavia, prima di consultare separatamente i contributi offensivi e difensivi, c’è un modo per avvalorare le tesi esposte finora in modo definitivo: analizzando i numeri di quei giocatori ben lontani dalla perfetta neutralità tra attacco e difesa, possiamo notare che i più aggressivi nella metà campo avversaria sono quelli che, alla fine, guadagnano più soldi:

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Perché?

Ci sono un paio di spiegazioni ragionevoli a riguardo:

1) La NBA è ancora un business creato per intrattenere i tifosi: per vincere le partite e competere per il titolo, la maggior parte delle organizzazioni hanno concentrato i loro sforzi in modo che le loro squadre siano sia competitive, sia divertenti da guardare.

2) L’importanza della difesa è molto più difficile da quantificare in numeri rispetto all’attacco. Nonostante tutte le possibili statistiche disponibili al giorno d’oggi, è ancora molto arduo considerare se i numeri rispecchiano un valore effettivo o meno. La realizzazione, al contrario (con le precise percentuali relative ai tiri, agli assist e ad altre metriche di statistica) è molto più immediata agli occhi dei più o meno esperti in materia.

Lo scorso febbraio, Kirk Goldsberry di Grantland ha scritto circa la nuova metrica difensiva (presentata alla MIT Sloan Sports Analytics Conference di Boston), definendola un importante passo in avanti nella possibilità di misurare l’impatto di un giocatore in difesa. Nella sua tesi – per cui la difesa è ancora considerata un fattore meno importante dell’attacco – non c’è spazio agli equivoci:

Questa ricerca potrà anche non cambiare per sempre la pallacanestro, ma rappresenta un importante passo nella valutazione dei giochi difensivi nella NBA. Ci sono ancora molte sfide da vincere nel capire l’importanza di una grande prova in difesa; senza una solida conoscenza dei principi del gioco e delle rotazioni, è molto difficile sapere ciò che un difensore dovrebbe fare. Comunque, finché persone come Gregg Popovich e Tom Thibodeau non pubblicheranno i loro schemi difensivi, dovremo fare solo delle oneste ipotesi. In ogni caso, mentre probabilmente ci saranno sempre delle analisi di parte che propenderanno per l’attacco, questa nuova metrica si presenta come evidenza di un rimodellamento dell’integrazione statistica, con la preziosa opportunità di migliorare la nostra conoscenza del gioco difensivo“.

Accettando le parole di Goldsberry, è necessario evidenziare che non è soltanto la facile tracciabilità dei numeri offensivi a mettere in ombra il lavoro della difesa, ma anche la differenza monetaria.

Nel grafico sottostante, si può osservare come il salario annuale medio dei giocatori che hanno firmato un nuovo contratto durante quest’estate sia tendenzialmente più alto per i giocatori che esibiscono più qualità offensiva (misurata attraverso i dati rilevati dall’OBPM degli atleti in situazione di free agency o potenziale estensione):946344ef6c30e2fdc6287f513b1d695f_crop_exactSi tratta di un trend praticamente definitivo, anche se bisogna sempre considerare alcune notevoli eccezioni: ad esempio, quando i giocatori migliorano in attacco hanno anche la possibilità di farsi notare in altre fasi di gioco, mentre – sfortunatamente – questo non succede per i giocatori prettamente difensivi.

75c157348fc8b5f4ef8a83b02bb5d888_crop_exactMichael Kidd-Gilchrist non era un free agent quest’estate, ma ha comunque firmato una estensione con gli Charlotte Hornets che gli frutterà 52 milioni di dollari nel corso delle prossime quattro stagioni. Kidd-Gilchrist è ciò che abbiamo di più simile ad un vero specialista difensivo che si trovi al di sopra della linea di trend tracciata nella classifica mostrata sopra.

Il coach di Charlotte, Steve Clifford, non ha nascosto alla stampa tutta la sua ammirazione per il giocatore.

Quando è in campo il nostro gioco migliora; quando è in panchina, giochiamo peggio. Tra tutti i giocatori che ho visto qui negli ultimi due anni, lui è il giocatore di cui non possiamo fare davvero a meno”.

Kidd-Gilchrist difende su Kobe Bryant.

Kidd-Gilchrist difende su Kobe Bryant.

E’ bene sottolineare, tuttavia, che una buona mentalità offensiva non si traduce sempre in dollari per i giocatori che dimostrano di non saper difendere; ciononostante, uno specialista della difesa con un equivalente impatto sul risultato di uno specialista dell’attacco guadagnerà quasi sempre meno soldi.

E’ un dato di fatto.

 

Claudio Spagnuolo

Twitter: @KlausBundy

 

Fonte: Adam Fromal, “Do NBA Teams Pay More for Offense or Defense?”, Bleacher Report.

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