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A tu per tu con Gary Payton

di Stefano Belli
Gary Payton e Michael Jordan alle NBA Finals 1996

Gary Payton e Michael Jordan alle NBA Finals 1996

Nel giugno del 1996, alla verdissima età di nove anni (scarsi), mi imbattei per la prima volta in una partita di basket NBA. Da una parte c’erano i Chicago Bulls di un certo Michael Jordan, dall’altra i Seattle SuperSonics, guidati da Gary Payton. Fu amore a prima vista… per Jordan, ovviamente! Logico, per un ragazzino, immedesimarsi subito con l’invincibile supereroe, e allo stesso tempo ritrovarsi ad ‘odiare’ i temibili avversari. Successe anche negli anni successivi con John Stockton e Karl Malone, sconfitti per due volte di fila dal paladino in maglia numero 23.

Ora che una massiccia quantità di acqua è passata sotto i ponti e che la capacità di giudizio è cresciuta con il ragazzino, giocatori come Payton, Malone e Stockton rappresentano l’indelebile ricordo del primo impatto con la lega più spettacolare al mondo, il momento in cui presi quel vizio che, come direbbe Ligabue, “non voglio smettere, smettere mai”. A più di vent’anni di distanza da quell’istantanea folgorazione, ho avuto la possibilità di conoscere di persona e intervistare in esclusiva una delle grandi icone della mia infanzia. ‘The Glove’ è stato infatti l’ospite d’onore di “NBA Overtime”, mostra dedicata alla NBA a cura di Massimiliano e Francesco Finazzer Flory. Così, armato di camiciona a quadri (altro simbolo di Seattle all’epoca del grunge) che il mio interlocutore ha definito “Nineties enough!”, ho fatto qualche domanda ad un Payton che, pur con estrema simpatia, ha dato persino qualche assaggio del suo proverbiale ‘trash talking’.

Dopo il trasferimento dei Sonics ad OKC sei sempre stato in prima linea per cercare di riportarli a Seattle (Payton ha partecipato anche al documentario SonicsGate, ndr.). A che punto sono le trattative? Rimarrà un sogno, oppure è qualcosa di realizzabile?
“Per riportare in vita i Sonics serve una squadra da trasferire a Seattle. La volontà c’è, così come i tifosi e l’intenzione di costruire una nuova arena. Credo che ad Adam Silver piacerebbe, ma attualmente mancano le condizioni.”

Ricordi qualcosa in particolare degli anni gloriosi dei tuoi Sonics? Voglio dire, i primi Anni ’90, l’atmosfera della Seattle di quell’epoca… Come ricordi quel periodo?
“Era una grande epoca, c’erano grandi giocatori, grandi squadre. Anche Seattle era una grande squadra. Abbiamo vinto per quasi cinque anni di fila 60 o più partite, per cui eravamo un grande team. Era una squadra che collaborava, eravamo sempre insieme, per cui sono stati anni fantastici quei primi Anni ’90, con i Seattle SuperSonics.”

Tu hai giocato due delle più inattese NBA Finals di tutti i tempi: quella del 2004 con i Lakers (persa contro gli sfavoriti Pistons, ndr.) e quella del 2006 con gli Heat (vinta contro i Mavericks in rimonta, ndr.). Cosa è successo in quelle serie?
“Bè, in quella con i Lakers non eravamo in salute. Molti di noi erano infortunati, Kobe stava attraversando un brutto momento, anche Shaq aveva dei problemi, Karl Malone era infortunato… Ce l’abbiamo comunque fatta ad arrivare alle finali, ma una buona squadra come erano quei Pistons ci ha battuti. Nel 2006, beh.. abbiamo vinto! Non posso dire niente, è stata una vittoria!”

Arrivata in un modo inaspettato….
“No, non era inaspettato! Niente è andato in modo inaspettato.”

Eravate sotto 2-0!
“Naaah, non è stato inaspettato! Non saremmo stati lì se fosse stato inaspettato. Siamo andati sotto 2-0 e poi ne abbiamo vinte quattro di fila. Non era inaspettato, è qualcosa che è successo, che doveva succedere!”

Un’ultima cosa: tuo figlio gioca per Jason Kidd adesso…
“Esatto! E’ a Milwaukee, sta andando alla grande. Spero possa fare una grande stagione, deve solo lavorare più duramente. Spero possa diventare un grande giocatore di basket”

Parli tuttora con Jason Kidd (i due sono cresciuti insieme sui playground di Oakland, ndr.)?
“Parlo con Jason, ma solo di cose tra amici, nient’altro. Non è necessario che parli con lui di… voglio dire, è la sua squadra, non è necessario parlare con lui di mio figlio. Lui allenerà mio figlio, ed è quello che si presume che faccia. Non serve che io stia lì a dirgli come gestirlo.”

Il video dell’intervista si può trovare a questo link.

Dopo aver ringraziato e stretto la mano ad una delle più grandi stelle della sua generazione (Campione NBA 2006, medaglia d’oro olimpica 1996 e 2000, difensore dell’anno 1996, 9 volte All-Star, All-NBA e All-Defensive First Team), restava una sola cosa da fare: estrarre dallo zaino la mitica maglia numero 20 e trasformarla in un cimelio da tramandare ai bambini del futuro…

La storica maglia numero 20 dei Sonics autografata da Payton

La storica maglia numero 20 dei Sonics autografata da Payton

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