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Muggsy Bogues, intervista a un’icona degli Anni ‘90

di Stefano Belli

Per molti ragazzi cresciuti negli Anni ’90, Muggsy Bogues è una figura iconica. Con i suoi 160 centimetri, è il giocatore più basso nella storia della NBA. Eccellente difensore e passatore, scorrazzava tra i giganti dell’epoca con l’inconfondibile maglia azzurra degli Charlotte Hornets, al fianco di fenomeni come Larry Johnson, Alonzo Mourning e Glen Rice. La sua carriera NBA è durata quattordici stagioni. Dodicesima scelta assoluta dei Washington Bullets nel 1987, un anno dopo è stato selezionato dagli Hornets nel corso dello speciale expansion draft. Dopo quasi un decennio nel North Carolina, ha trascorso due anni nella peggior versione di sempre dei Golden State Warriors, per poi chiudere la carriera negli emergenti Toronto Raptors di Vince Carter e Tracy McGrady. A renderlo immortale nella memoria di un’intera generazione, però, è anche la partecipazione a Space Jam, film di culto del 1996 con protagonista Michael Jordan il cui sequel è annunciato per il 2021.
Nelle vesti di ambasciatore per gli Hornets, Muggsy è volato in Europa per annunciare il Paris Game 2020, la prima partita di regular season NBA che si giocherà in territorio francese. A sfidarsi, il prossimo 24 gennaio, saranno i ‘suoi’ Charlotte Hornets e i Milwaukee Bucks di Giannis Antetokoumpo. Prima di rientrare negli Stati Uniti, Muggsy ha fatto tappa in Italia per incontrare pubblico e media al nuovissimo NBA Store di Milano, aperto lo scorso dicembre. Ne abbiamo approfittato per fargli alcune domande.

Muggsy Bogues circondato dalle sue storiche maglie

Muggsy Bogues circondato dalle sue storiche maglie

Hai fatto parte degli Charlotte Hornets originali. Cosa significava giocare in un expansion team, e come si è evoluta la squadra in quei primi anni?
“All’inizio è stata una sfida. Sai, quando vieni scelto così in alto al primo giro del draft e la franchigia che ti ha scelto ti lascia andare via dopo un anno, è piuttosto scoraggiante. Ma non sarei potuto finire in un posto migliore di Charlotte. Ho avuto la possibilità di giocare con ragazzi più giovani, come Dell Curry e Rex Chapman, ma anche con compagni più anziani, come Earl Cureton, Robert Red e Kelly Tripucka. Giocare con loro mi ha plasmato, mi ha aiutato a gestire il secondo anno della mia carriera, a familiarizzare con la NBA. Inoltre, mi ha permesso di mettere in mostra il mio talento. Potevo stare molti minuti in campo e dimostrare ai tifosi e all’intera lega che uno della mia taglia era in grado di giocare a qualsiasi livello.”

Poi sono arrivati Larry Johnson e Alonzo Mourning. Cosa non ha funzionato in quella squadra? Perché non siete mai riusciti ad andare fino in fondo, negli Anni ’90?
“Stavamo crescendo continuamente, ma quando abbiamo preso Larry e Alonzo è cambiato tutto per la franchigia. Siamo diventati una squadra da 40-50 vittorie stagionali. Mi chiedi cosa è successo in certe stagioni per farci chiudere presto i playoff… Infortuni. Le persone sbagliate si sono fatte male nei momenti sbagliati, e questo ci ha in qualche modo limitati. Larry si è infortunato alla schiena durante la prima serie playoff, e da lì in avanti non è stato più lo stesso giocatore. Io mi sono infortunato durante una serie contro Chicago, ho dovuto subire un’operazione al ginocchio, poi ‘Zo se n’è andato. Sono successe tutte queste cose, ma siamo riusciti a mantenere il flusso. Abbiamo fatto scambi che hanno portato Glen Rice e Anthony Mason, per cui non abbiamo perso il ritmo. Abbiamo continuato a fare i playoff, abbiamo tentato ancora la scalata, ma non siamo riusciti ad arrivare in cima, a battere le squadre migliori.”

Cosa ne pensi degli Hornets attuali?
“Gli Hornets in questo momento stanno combattendo per la loro sopravvivenza, stanno inseguendo l’ottavo posto. Hanno subito una brutta sconfitta, l’altra notte con i Lakers, che ha interrotto una striscia di quattro vittorie. Ora abbiamo delle partite altrettanto dure: dobbiamo ancora affrontare Golden State, abbiamo solo due gare casalinghe da qui alla fine. Stiamo inseguendo, il che non è buono, ma lotteremo fino alla fine. Kemba deve andare là fuori, caricarsi i ragazzi sulle spalle e continuare a guidarli. Vedremo cosa succederà fino all’ultima partita.”

Credi che la franchigia, per tornare in alto, dovrebbe puntare a una rifondazione, oppure a costruire intorno a Kemba Walker?
“Vedremo, vedremo cosa succederà. Stanno cercando di costruire intorno a Kemba, mettendogli accanto i pezzi giusti, lui dovrà prendere una decisione importante quest’anno. Vedremo ma, ripeto, i giochi sono ancora aperti. Abbiamo ancora la possibilità di fare i playoff, per cui combatteremo fino alla fine. Abbiamo appena interrotto una striscia di quattro successi consecutivi, purtroppo abbiamo perso contro i Lakers la scorsa notte. Ma sono sicuro che Michael Jordan, da proprietario, e Mitch Kupchak, da presidente, hanno già in mente di costruire intorno a lui, però prima devono tenerlo, devono rifirmarlo. Sono concentrati su come portare un titolo alla città di Charlotte, e Michael Jordan ha la passione necessaria per riuscirci. Devono solo continuare a cercare i pezzi giusti da inserire, si spera di fianco a Kemba.”

Com’è cambiato il gioco, rispetto ai tuoi tempi?
“Le regole sono cambiate. Quando giocavamo noi, c’erano spesso tre esterni di movimento e due giocatori d’area. Come dicevo prima, i lunghi bloccavano le linee di penetrazione, non c’era la regola dei tre secondi difensivi. Potevi fare gli hand-check sui giocatori che non volevi lasciar scappare, c’era molta più fisicità nel gioco. Non dico che oggi non ce ne sia affatto, ma ce né di meno. I giocatori sono diversi, il gioco è diverso, i giocatori si sono evoluti. Noi avevamo gente di due metri e dieci per centoventi chili piazzata vicino a canestro, come Karl Malone. Oggi abbiamo giocatori della stessa taglia che portano palla, o giganti che tirano da dietro l’arco. Il gioco è evoluto in molti aspetti, e credo che sia più esaltante.

Muggsy Bogues all'NBA Store di Milano

Muggsy Bogues all’NBA Store di Milano

Se Muggsy Bogues giocasse oggi nella NBA, che tipo di giocatore sarebbe? Come ti troveresti nella NBA attuale?
“Penso che mi troverei molto bene nel gioco di oggi. Ho giocato in un’epoca molto fisica, in cui potevi fare molti hand-check sugli avversari, in cui i lunghi si piazzavano sulle linee di penetrazione e non ti facevano passare. Adesso la strada verso il fero è quasi sempre libera, non si possono fare gli hand-check, per cui credo che potrei arrivare più velocemente dove vorrei. Inoltre, nella mia squadra avevo grandi tiratori, per cui mi piacerebbe molto questo tipo di gioco, farei molti più assist oggi.”

Quella di oggi è la NBA dei tiratori. Tu sei stato il giocatore più basso nella storia della NBA. Vedi l’evoluzione attuale del gioco come una rivincita, un riscatto per tutti i giocatori di bassa statura?
“Non credo sia una rivincita. Il basket è il basket, non bisogna guardare solo un aspetto del gioco, ma dare un giudizio complessivo. Un tiro può entrare o meno, ma bisogna saper difendere, fare un buon passaggio, innalzare il QI cestistico, sono tutte queste cose a far funzionare una squadra. Sono queste le cose che mi fanno sentire bene.”

In questi giorni è stato annunciato il Paris Game 2020. Cosa significa per te giocare le partite NBA in giro per il mondo?
“E’ magnifico, è il gioco che amo e ormai è un gioco globale. Il nostro obiettivo è quello di riunire le varie fanbase sparse in giro per il mondo. Quando hai dei giocatori che condividono lo stesso progetto, è qualcosa di speciale. Come dicevamo in precedenza, abbiamo organizzato molte partite. Questo sarà l’undicesimo incontro di regular season oltre confine. Avremo gli Hornets e i Milwaukee Bucks. Avremo Giannis Antetokounmpo, ‘The Greek Freak’. Speriamo ci possa essere Tony Parker ancora nel roster, se non si ritirerà; tornerebbe a casa sua insieme a Nick Batum. Sarà una gran cosa per i ragazzini, vedere questi giocatori partiti dalle loro zone e finiti a giocare in giro per il mondo, nella lega migliore del mondo, la NBA.”

Oggi fai l’ambasciatore per gli Hornets (e per la lega in generale). In eventi del genere, quello che sorprende è il lavoro dietro le quinte prima delle partite. Le interazioni con la comunità, con i ragazzi, per ricambiare il loro affetto. E’ una cosa a cui il commissioner, Adam Silver, tiene molto. Cosa significa per te, da ex-giocatore, continuare il tuo rapporto con la NBA relazionandoti in questo modo con i fan?
“E’ sempre una questione di passione, della dedizione che ci guida. Alle persone che ti trovi davanti devi far capire cosa succede in quei contesti. Queste esperienze ti permettono di trasmettere loro la tua passione. Per me è un’emozione rimanere connesso con il gioco e condividere la mia testimonianza, far sapere alla gente che, alla fine, tutto questo è mosso dalla passione per il gioco del basket. Certe cose le puoi vedere su Google, ma hanno un impatto completamente diverso quando le vedi di persona. Noi continuiamo a pubblicizzare il gioco, è una cosa buona sia per i giocatori attuali, sia per gli ex-giocatori avere a che fare con i giovani. Loro sono in futuro della pallacanestro, dobbiamo continuare a coinvolgerli, a spiegargli cos’è realmente questo gioco. E’ per questo che abbiamo creato la ‘Junior NBA’. Per questo facciamo tante cose divertenti con i bambini, per fargli capire cosa serve per arrivare a questo livello. Non si tratta solo di giocare a basket, è anche una questione di comunità, di partecipazione con i fan, per fargli capire quanto apprezziamo tutto questo.”

I ragazzi cresciuti negli Anni ’90 conoscono Muggsy Bogues soprattutto grazie alla tua esperienza con gli Hornets e con i Raptors, ma anche per il tuo ruolo in Space Jam. Chi potrebbero essere i Monstars di oggi?
“Considerando che LeBron ha già una parte… Bè, direi che Draymond Green potrebbe essere uno di questi, magari nel ruolo di Larry Johnson. (Kristaps) Porzingis potrebbe prendere il posto di Shawn Bradley, DeAndre Jordan farebbe il ruolo di Patrick (Ewing). E ovviamente dovrebbe esserci Isaiah (Thomas).”

Pensavamo anche a Kemba Walker e Giannis Antetokounmpo
“E’ vero, dovrei metterci anche Kemba. Poi dovremmo anche trovare un ruolo per Steph (Curry), sarebbe perfetto. Questi sono i ragazzi su cui punterei, affinché la storia abbia un senso.”

Parlando di Steph Curry, se dovessi affrontarlo uno-contro-uno, quale strategia useresti per fermarlo, o per attaccarlo?
“Innanzitutto, sarebbe difficile per lui palleggiare. Fa palleggi troppo alti per me. Ha un ball-handling eccezionale, adoro il modo in cui tratta la palla. Ma un giocatore come me, che cerca sempre di sfidare il palleggiatore, non gli lascerebbe spazio. Gli riserverei lo stesso trattamento che riservavo a Mark Price. All’epoca, Mark Price era uno specialista dello step-back e del tiro dalla distanza. Spesso, come Curry, tirava partendo con il pallone da un lato. Penso che lo affronterei nello stesso modo.”

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