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Carmelo Anthony: un giocatore che sarebbe orrendo se non fosse così fantastico!

di Antonio

Knicks e Nuggets dovrebbero ritirare la mia maglia, così Carmelo Anthony solo pochi giorni fa. Giusto, sbagliato? Chi siamo noi per dirlo? Personalmente crediamo che abbia ragione e cercheremo di esporvi le nostre motivazioni nel corso di questo articolo.

Innanzitutto è importante capire di chi stiamo parlando, dato che di chiacchiere se ne sono fatte fin troppe. Carmelo, un campione NCAA, un tre volte campione olimpico, il miglior realizzatore di Team USA della storia, un All-Star ed un futuro Hall of famer. Un giocatore iconico che, sempre a modo suo, è riuscito a ritagliarsi uno spazio importante in un’epoca dominata sul campo e sui media da LeBron e Kobe. Un giocatore fuori dal tempo e fuori da questa epoca. Una stella, inconfondibile dentro e fuori dal campo, spesso etichettata come fenomenale, troppo spesso etichettata come perdente.

Ma Knicks e Nuggets dovrebbero veramente addobbare le proprie arene con le maglie numero 15 (quella di Melo e non quella di Jokic) e 7? Il problema, vedete, non risiede nell’andare ad analizzare numeri e palmares. Il problema risiede nel capire che, a prescindere da tutto, queste due franchigie gli devono gli unici attimi di gloria trascorsi in parecchi anni. I Nuggets per esempio non hanno respirato l’aria dei playoffs per otto anni filati prima che arrivasse Anthony. I Knicks, va beh, i Knicks da Ewing in poi non sono mai stata una squadra, per cui la maglia dovrebbero appenderla accanto a quella del magazziniere.

Carmelo Anthony: una svolta mancata

Melo Melo Melo, che giocatore sei stato.

Guardando a ritroso il tuo percorso non si può fare a meno di notare una svolta mancata. Una strada che LeBron, Kobe e tanti altri campioni hanno naturalmente preso nel corso della propria carriera. L’errore è stato di prospettiva. L’errore è stato pensare che la fama e la grandezza dovessero venire prima del successo e della gloria, e non pensare che invece ne siano la diretta conseguenza. L’errore è stato mettere i tuoi interessi, big money in a big market, prima degli interessi delle franchigie che hai provato inutilmente a rendere grandi.

La trade di Denver, richiesta a gran voce per poter approdare nella Grande Mela, le pressioni su Jeremy Lin, reo di aver messo in ombra per poche settimane la tua stella, e su Kristaps Porzingis, le risate nella conferenza stampa di presentazione a OKC. Tutti passi falsi che inevitabilmente ti hanno portato all’anno di purgatorio passato nelle palestre di NY con in testa il famoso cappuccio.

Carmelo Anthony Thunder

Hoodie Melo.

Not 1, not 2, not 3. Anche LeBron James sembrava indirizzato verso la stessa patetica fine ma, ad un certo punto, grazie agli schiaffi presi da Dirk and co., si è svegliato. Ha capito che comportarsi da dominatore della lega senza i gradi conquistati sul campo lo avrebbe distrutto. Ha abbassato la testa ed è maturato.

Ma tu no caro Melo. Schiaffo dopo schiaffo ti sei nascosto dietro ad organizzazioni non adeguate, allenatori e compagni inadatti al tuo gioco. Anno dopo anno la situazione è peggiorata, complice un cambio radicale di gioco a cui non ti sei mai voluto adattare. Una leggenda in un’ipotetica era dominata dal gioco in midrange, un peso nell’epoca dell’efficienza e del tiro da tre. Ma cosa è davvero rimasto adesso di Carmelo Anthony? O meglio, siamo davvero sicuri che Melo sia già fuori dalla lega come tutti pensano, un One Last Dance senza fama ne gloria?

Seconda vita

Partiamo da un dato: 35. Oltre alla non banale impresa dell’aver superato incolume il giro di boa dei 33 (d’altronde siamo a Natale), Melo si appresta ad entrare nella sua diciottesima stagione avendo appena compiuto 35 anni. Nel famoso Draft del 2003, più giovani di lui c’erano solo LeBron e il tuttofare Darko Milicic. Guardando gli altri protagonisti della draft class, Chris Bosh ha dovuto ritirarsi anzitempo a 31 anni, mentre the Flash ha salutato tutti avendo appena compiuto 37 anni. Vi risparmiamo le sorti dei vari Kaman e Hinrich, da tempo spariti dal radar. Ora, considerate questo. Un giocatore di 35 anni che riesce a strappare un contratto non garantito dopo un anno di inattività (belli quei video ma sono ormai più finti dell’and1 mixtape tour). Il giocatore che avevamo salutato a Houston era riuscito a racimolare 13 punti di media in 29 minuti, con career low praticamente in ogni categoria e indice statistico per il secondo anno consecutivo. All’evidenza dei fatti, per non parlare dell’eye test, un giocatore finito. E invece un anno dopo lo ritroviamo completamente rinvigorito nel magico nord-ovest, dove alla corte di Dame Dolla sembra aver ritrovato una sua dimensione e, cosa più importante, la mira.

Analizzare un giocatore come Carmelo Anthony dai numeri è sempre estremamente riduttivo. All’apice della sua carriera è sempre rimasto un’ala da 28 punti, 6 rimbalzi e poco altro (specialmente in difesa). I numeri però, mostrano qualcosa di molto interessante in questa sua seconda vita. Mostrano qualcosa che rende davvero l’unicità di questo talento in questo periodo storico. Mentre tutte le squadre della lega hanno avviato una vera e propria corsa agli armamenti, aumentando esponenzialmente il ruolo del tiro da 3, Melo ha fatto esattamente l’opposto.

Più precisamente, nella sua breve esperienza ai Rockets ha preso più di metà dei suoi tiri da dietro l’arco, quasi 1 tiro su 3 dal midrange, mentre solo il 22% delle conclusioni è arrivata dalla restricted area o le zone limitrofe. A Portland, squadra con due chiari accentratori di gioco e un supporting cast specializzato nel 3&D, gli è stato chiesto di giocare un ruolo ben diverso. Più che limitarsi ad essere uno spot-up shooter sugli scarichi dell’Harden o CP3 di turno, è diventato la vera e propria valvola di sfogo per un attacco spesso stantio e con poche bocche di fuoco. Per fortuna di tutti, questo non è risultato in un aumento del raramente efficiente midrange game, ma piuttosto in un maggior numero di conclusioni al ferro e nelle vicinanze, passate dal 22 al 35%. Ed ecco quindi spiegata la miglior stagione statistica da quando è partito da New York.

A Portland Melo sa aspettare il suo momento, sulla linea dei tre punti.

L’unicità di Carmelo Anthony

Questa unicità in termini di soluzioni offensive è la croce e delizia di uno dei giocatori simbolo della lega nel ventunesimo secolo (aka la NBA post-Jordan). Con un gioco mai veramente efficiente è riuscito ad imporsi come uno dei più grandi scorer ad aver calcato il parquet. Quello che però la storia ci insegna, è che difficilmente chi non riesce a trasformare il proprio gioco invecchia bene. Giocatori come Carter e Kidd si sono trovati costretti ad estendere il proprio range di tiro per riciclarsi in squadre da titolo o quasi. Nonostante il bagno di umiltà, che male non può aver fatto, viene difficile pensare che Carmelo Anthony possa evolvere in questo senso. Molto probabilmente, e forse un tempo, visto che difficilmente supererà come longevità il suo Bro di banana boat Wade. Gustiamocelo quindi in tutta la sua disfunzione ed unicità intanto che possiamo, con la speranza e l’aspettativa di vedere la sua maglia appesa nelle Arene dove ha più lasciato il segno.

 

Dreik & Jokke  per The NBA Sandbox Podcast.

 

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