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From the Corner #4: Melo, ennesima ultima spiaggia

di Antonio Sena

In questo episodio di From the Corner parleremo del nuovo tentativo di rilancio di Carmelo Anthony.

Anthony è uno di quei giocatori destinati a far discutere, sempre. Fin dai primi passi nella NBA ci si è divisi tra chi ne elogiava le doti da attaccante puro e chi lo accusava di essere un accentratore. Nei suoi primi anni nella lega si era creato un certo dualismo tra i sostenitori di LeBron James e quelli di Anthony, entrambi usciti da quel fantastico draft 2004. Ma se il Prescelto ha dimostrato quanto preventivato, Melo si è perso nei meandri della sua psiche, situazione che lo ha portato, dopo ottimi anni in crescita a Denver, a divenire prima il perfetto “losing effort” ai Knicks, e poi un comprimario non di lusso tra Oklahoma City e Houston.

I motivi del tracollo  della carriera di Anthony sono ben noti, l’interrogativo sul quale vogliamo focalizzarci è uno solo: riuscirà a tornare ad essere un giocatore perlomeno competitivo?

From The Corner #4: i tanti dubbi sull’impatto di Melo

Non per nulla parliamo di “giocatore competitivo”, perché del campione che fu è rimasto ben poco, e le ultime annate ne sono testimonianza.

Dopo gli anni da leader indiscusso nella Grande Mela, per Anthony era arrivato il momento del definitivo salto di qualità mentale necessario per diventare il killer silenzioso in grado di portare alla vittoria finale squadre quotate come Houston e OKC. Tutto ciò purtroppo, non è mai successo. I Thunder a suo tempo puntarono molto sul trio Westbrook-George-Anthony, cercando di far calare Melo proprio nel ruolo sopracitato.

Houston Paul George

Paul George, Carmelo Anthony e Russell Westbrook.

L’ex Knicks è però venuto meno caratterialmente, risultando il più delle volte dannoso sui due lati del campo (anche per colpe non sue), e rimanendo ben presto ai margini delle rotazioni. A Oklahoma c’è stata la prima dimostrazione di come Melo non fosse assolutamente in grado di interpretare un ruolo che non fosse quello di “go-to guy“. E alcune sue dichiarazioni, diventate virali, non hanno tirato acqua al suo mulino.

Questa sicurezza in sé stesso non è figlia del nulla (gli oltre 25000 punti in carriera parlano da soli), ma il campo ha dimostrato che gli anni d’oro sono finiti da tempo.

E proprio in campo, negli ultimi due anni, è diventato evidente l’altro grosso punto interrogativo, l’adattabilità di Melo al basket attuale. Se nei primi anni il prodotto di Syracuse faceva faville con la sua poliedricità (tiro, atletismo e carisma fin dal suo anno da rookie), a 35 anni la sua collocazione in campo è molto problematica. Non essendo in grado di reggere il ritmo di esterni più giovani e rapidi, si è tentato di far diventare Carmelo un 4 tattico, cercando di sfruttare la sua doppia dimensione ed i suoi movimenti fronte al canestro e dal post alto. Purtroppo l’esperimento è miseramente fallito e, sia ad OKC sia a Houston, Melo è stato spesso e volentieri estromesso dalle fasi calde del match. I problemi più grossi si sono visti in difesa, dove Anthony ha dimostrato di andare in difficoltà contro atleti più rapidi, verticali, e grossi fisicamente (tradotto: quasi tutti).

Se a questo aggiungiamo che Anthony dovrà trovare a stagione in corso forma e feeling coi compagni, venendo da quasi un anno di inattività, il lavoro per Terry Stotts sembra veramente molto arduo.

Le speranze

Poche, è bene dirlo, ma forse Anthony si sta ritrovando al posto giusto, nel momento giusto. In questa storia, infatti, tutti ci guadagnano. Da Anthony che ha una chance di riscatto, ai Blazers che si assicurano un campione (in declino) al minimo salariale con un contratto annuale non garantito, e quindi a rischio zero.

Inoltre Anthony è un vecchio pallino di Portland, che già nel 2017 aveva espresso il proprio interesse nel suo ingaggio, anche attraverso la voce di Lillard e McCollum. A suo tempo non se ne fece nulla, ma proprio ora un giocatore come Anthony, è il profilo necessario per i Portland Trail Blazers.

L’estate non è stata proficua per la franchigia dell’Oregon, con gli addii di Aminu, Harkless, Turner, Curry, Meyers Leonard e Kanter, e il persistente infortunio di Nurkic. Se a questo sommiamo gli stop di Gasol e Collins, spieghiamo come i Blazers siano finiti cosi in basso dopo due anni ad alti livelli. E’ vero, alcuni giovani interessanti, come Simons, stanno facendo bene, ma la coperta è corta, soprattutto in fase offensiva. Stanno pesando molto inoltre, alcune scelte per ora rivedibili del front office, come l’ingaggio di Whiteside come centro titolare, o la promozione di Hood e Labissiere nei ruoli di collante, ricoperti in passato con successo da Aminu ed Harkless.

damian lillard

Damian Lillard, stella dei Blazers. Riuscirà Melo a supportarlo al meglio?

Il fulcro del gioco sono quindi rimasti ancora Lillard e McCollum, ma se il primo sta rispondendo presente (quasi 30 punti di media), il secondo sembra l’ombra di se stesso, costringendo il numero 0 agli straordinari. Portland non sta riuscendo a trovare altri giocatori incisivi in fase offensiva, agevolando il compito delle difese avversarie, impegnate a dover fermare solo i soliti noti. Insomma, un Carmelo Anthony motivato può dire la sua eccome.

L’esordio di martedì non può essere indicativo. Di positivo segnaliamo l’ottimo minutaggio e la titolarità.
10 punti (ma con 4 su 14 al tiro) sono un buon viatico, uniti ad una buona dose di grinta, ma bisogna ancora lavorare tanto.

Cosa possiamo aspettarci?

La situazione è di difficile lettura e solo il campo darà l’ardua sentenza. Ora la palla passa in mano a Carmelo, che dovrà dimostrare di aver superato quel blocco mentale che ne ha finora minato la carriera, facendo un passo indietro e diventando una spalla affidabile per Lillard e McCollum. Tanti colleghi si sono dimostrati entusiasti per il suo ritorno, a riprova di quanto di buono fatto in questi 15 anni di NBA.

Una cosa è certa: Carmelo Anthony farà parlare sempre di sé, nel bene e nel male.

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