Home NBA, National Basketball AssociationESCLUSIVA – Intervista al Dott. Tortora: cure e prevenzione per la trombosi venosa profonda (TVP)

ESCLUSIVA – Intervista al Dott. Tortora: cure e prevenzione per la trombosi venosa profonda (TVP)

di Carmen Apadula

Negli ultimi anni, qualcosa di strano ha iniziato a emergere tra le pieghe delle cronache sportive della NBA. Non si tratta di nuove strategie di gioco o talenti in ascesa, ma di una parola che, a primo impatto, sembra avere poco a che fare con la pallacanestro: la trombosi venosa profonda.

Chris Bosh è stato uno dei primi a farla balzare agli onori delle cronache, costretto a chiudere prematuramente la sua carriera a causa della formazione di coaguli di sangue nel suo corpo. Poi è toccato a Brandon Ingram, a Damian Lillard, fino ad arrivare al giovane fenomeno Victor Wembanyama. Troppi casi per essere una semplice coincidenza?

In un campionato in cui si gioca praticamente un giorno sì e un giorno no, dove le squadre attraversano il Paese da costa a costa, il sospetto si insinua: e se fossero proprio i continui viaggi in aereo, con lunghe ore di immobilità ad alta quota, a favorire l’insorgenza della trombosi?

Per provare a rispondere a questa domanda, abbiamo deciso di parlare con chi conosce bene il corpo degli atleti: il Dott. Tortora.

Giuseppe Tortora ha conseguito la Laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università Federico II di Napoli e l’abilitazione all’esercizio della professione di Medico Chirurgo nella II sessione dell’Anno Accademico 1984/85. Specializzato in Medicina dello Sport presso l’Università Federico II di Napoli, ha conseguito il corso di Cultura e Perfezionamento in Medicina Subacquea ed Iperbarica e quello di Fisiopatologia dello Sport, il master in Mesoterapia antalgica ed estetica, e il master in Nutrizione clinica e Dietologia dello Sport.

Già Responsabile Sanitario del Centro di qualificazione Regionale Campano della FIPAV (Federazione Italiana Pallavolo) dal 2000 al 2009, successivamente Responsabile sanitario e Medico sociale della Nocerina Calcio s.p.a. (serie C2) durante la stagione 2002/03, oltre che Responsabile Sanitario e Medico sociale della Salernitana Calcio s.p.a. (serie B) nella stagione 2003/04, è attualmente Responsabile sanitario e Medico sociale della Givova Scafati Basket (dal 2021/22), che milita nella Serie A1 Maschile.

In questa intervista cerchiamo di capire cos’è la trombosi venosa profonda, perché può colpire anche chi è nel pieno della forma fisica, e se volare troppo può davvero diventare un rischio, anche per i giganti del parquet.

Introduzione e contesto generale

Dottore, può spiegarci in parole semplici cos’è la trombosi venosa profonda (TVP)?

“La trombosi venosa profonda è una patologia che si caratterizza per la formazione di un coagulo di sangue. Per trombo si intende proprio un’occlusione, dovuta a un coagulo di sangue che si realizza all’interno delle vene cosiddette profonde, cioè non superficiali, ma situate più all’interno del nostro corpo. La trombosi venosa profonda è più frequente negli arti inferiori, ma si può realizzare un po’ in ogni luogo del corpo. Per alcuni sport, l’incidenza è maggiore negli arti superiori, come nella pallacanestro o nella pallavolo. Quattro anni fa, a Scafati, abbiamo affrontato proprio un episodio di tromboflebite al braccio in Davide Raucci, che è stato fermo sei mesi”.

Quali sono le principali cause o fattori di rischio che possono portare allo sviluppo di questa condizione?

I fattori di rischio sono tanti e possono essere anche dovuti a difetti genetici di coagulazione. Si tratta di fattori non rimuovibili, ereditari, che in un giovane atleta possono essere anche misconosciuti. Dal punto di vista, invece, delle cause su cui è possibile intervenire, ci sono i traumi muscolotendinei che possono comportare anche una ridotta mobilità o addirittura un’immobilizzazione. Inoltre, gli atleti vanno incontro a trasferte in bus oppure in treno, in cui si sta fermi per molte ore. Considerando che, nel caso della pallacanestro, sono dotati di un’altezza piuttosto importante, soffrono ancora di più. Nello sport è molto frequente la realizzazione dello stato cosiddetto infiammatorio cronico di basso grado, cioè una infiammazione cronica di basso grado determinata dall’alta frequenza di allenamento ad alta intensità. Gli atleti sottopongono il corpo e la massa muscoloscheletrica ad importanti sollecitazioni, e man mano può andarsi a creare quest’infiammazione. In quel caso, l’atleta non presenta una sintomatologia vera e propria, ma questa condizione può persistere per mesi e per anni, anche per tutta la durata della sua attività. Ciò porta alla predisposizione a determinate complicazioni e a una sintomatologia precisa. Si crea una situazione chimico-metabolica che va ad interferire sul tessuto, sui muscoli, sull’osso, sui tendini, sul corpo in generale. E questo può predisporre a situazioni emo-coagulative che possono degenerare nella formazione di coaguli di sangue e, di conseguenza, a problematiche ancora più importanti”.

Quanto è diffusa nella popolazione generale e quanto tra gli atleti? 

“Non mi sentirei di dare dei numeri precisi, ma la bibliografia che conosco fa una distinzione ben precisa tra l’atleta e la persona comune. Sicuramente l’atleta ha una percentuale maggiore di rincontro di questa patologia rispetto alla persona comune perché, al di là dei fattori eredo-familiari, ci sono altri aspetti concomitanti che portano a una maggiore probabilità. Se vogliamo dare un numero, direi un 60-40, ma si tratta di percentuali un po’ azzardate. Chiunque può subire dei microtraumi, ma sicuramente l’incidenza è minore rispetto a chi si allena tutti i giorni, con doppia sessione di allenamento”.

Aspetti clinici e recupero

Nel caso specifico degli atleti NBA, cosa può contribuire a un’incidenza apparentemente più alta di casi di TVP? Può essere legata a viaggi frequenti e lunghi, microtraumi o specifici carichi di lavoro? 

“Assolutamente sì. In Italia le trasferte sono molto più brevi, ma comunque la nostra squadra si sposta spesso con il treno ad alta velocità. Sebbene i ragazzi non stiano del tutto immobili, passano un bel po’ di ore seduti. E non bisogna dimenticarsi della lunghezza delle loro gambe, siccome sono gli arti inferiori a determinare una sorta di culla del trombo. È chiaro che in America gli spostamenti sono molto più ampi, e questo porta ad un’incidenza maggiore della formazione di questa patologia”.

Quali sono i sintomi che un atleta dovrebbe imparare a riconoscere?

“Si esordisce con il dolore, di solito. A volte si riscontra la presenza di una sorta di edema, di tumefazione o di rigonfiamento. Si ha proprio un’inabilità funzionale, il giocatore non riesce più a palleggiare o a saltare. Il tutto è dovuto ad un rallentamento del flusso di una vena profonda. Quello che mi prende sottolineare sono poi le complicanze dirette di una trombosi venosa profonda, in particolare l’embolia polmonare. Questa è la conseguenza più grave, che porta dei piccoli frammenti del trombo a staccarsi e continuare il loro giro in circolo, fino ad arrivare al ventricolo destro del cuore, cioè la parte che pompa il sangue fino ai polmoni”.

Sappiamo che i tempi di recupero sono variabili, ma quali sono i trattamenti standard necessari?

“Il coagulo non può essere tolto subito, va prima stabilizzato per evitare l’embolia polmonare. Il trattamento standard, nel caso della trombosi venosa, prevede l’utilizzo degli anticoagulanti, in particolare il PRP, plasma arricchito di piastrine. La piastrina è infatti una delle fonti di aggregazione. Si tratta di infiltrazioni, ottenute da siero e piastrine dell’atleta stesso, all’interno della zona lesa. Al giorno d’oggi esistono tecniche ancora più specialistiche, ma alla loro base c’è sempre questa infiltrazione di cellule pluripotenti. Ci sono poi le varie eparine iniettabili, come l’enoxeparina. Si tratta di sostanze che tendono a sciogliere il coagulo solo in parte. Abbiamo poi una nuova classe di anticoagulanti orali, i cosiddetti NAO. Si tratta di una tecnica recente, non molto difficile da usare, né per il medico né per il paziente. Non c’è bisogno di fare continui controlli del PT, dell’INR e di tutti gli indici di coagulazione del sangue, perché risultano stabilizzati. Dopodiché, quando la causa è un trauma muscoloscheletrico, si può valutare la possibilità di un intervento chirurgico. In questi casi, la causa è infatti removibile e si attua anche un’azione di prevenzione. Bisogna immobilizzare per una ventina di giorni l’arto interessato. Quando il difetto di coagulazione è invece cronico, come nel caso della trombofilia ereditaria, non possiamo toglierlo. Di conseguenza, il trattamento durerà minimo tre o quattro mesi”. 

Prevenzione e gestione

Abbiamo già accennato qualcosa riguardo i rischi a lungo termine, ma ci sono protocolli o accorgimenti che team medici come quello della Givova Scafati adottano per monitorare e prevenire la TVP?

“Le linee guida della medicina sportiva prevedono la realizzazione di esami annuali. Personalmente, io condurrei anche degli esami per quanto riguarda l’eventuale idoneità dell’atleta, che attualmente non sono presenti nelle linee guida. Alcuni indici della coagulazione possono infatti aiutare in questo senso, ad esempio il bidimero, che non è presente tra gli esami normalmente richiesti ed effettuati. Sicuramente non si possono eseguire tutti gli esami del mondo per ogni atleta ma, nel momento in cui si presentano determinate problematiche, il modus operandi deve essere cambiato e personalizzato. Il tutto per evitare che si vada incontro a problematiche più importanti”.

C’è un consiglio che si sente di dare, sia agli atleti che ai non atleti, su come proteggere la propria salute vascolare?

“Sicuramente, quando si deve affrontare un viaggio lungo in aereo, il consiglio è quello di muoversi un pochettino o di fare un po’ di ginnastica plantare, per attivare la cosiddetta pompa venosa delle gambe e dei piedi. Ciò aiuta a sollecitare la circolazione venosa. Nei casi di trasferte non particolarmente agevoli, agli atleti può essere anche prescritta la cardioaspirina come aggregante, che tende a rendere il sangue più fluido e a ridurre i processi di aggregazione piastrinica. Hanno poi una certa importanza le calzature. La cosiddetta pompa venosa, che è la pianta del piede, determina una sorta di pulsione una volta che si trova in movimento, e stimola la circolazione venosa. Di conseguenza, le calze usate non devono essere troppo strette, soprattutto verso il polpaccio, perché determinerebbero un rallentamento nella circolazione venosa. In caso di traumi muscolotendinei, non bisogna sottovalutare il problema, ed è importante dare subito delle indicazioni ben precise al fisioterapista e al massaggiatore. Può essere d’aiuto fare dei piccoli bendaggi elastici, che aiutano ridurre l’edema e il rallentamento circolatorio in quella zona. Si tratta di calze antitrombotiche, che vengono usate anche in caso di intervento alle vene, e riducono un po’ la stasi venosa. Offrono una sorta di massaggio quando si cammina, ma anche elasticità intorno alla zona infortunata”.

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