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Un conto aperto col destino: Kawhi Leonard

di Luca Sagripanti

Si dice che ognuno diventa il frutto delle esperienze che fa nella propria vita. Il nostro passato condiziona in maniera imprescindibile il nostro futuro. E’ una legge a cui non si scappa e che, a differenza di quella umana, è realmente uguale per tutti, anche per le star dello Sport.
In questa rubrica settimanale cercheremo di guardare oltre i nomi scritti dietro alle canotte da basket, mirando il più possibile al lato umano dell’individuo e tentando di capire chi sono i nostri eroi e da dove vengono.

Oggi parliamo di Kawhi Leonard.

Kawhi Leonard

Kawhi Leonard.

Alla fine della Regular Season 2016 escono i nominati per il Primo quintetto difensivo, a comporlo: Paul, Bradley, Leonard, Green, Jordan. Solo uno di questi è stato scelto all’ unanimità e si tratta proprio del numero due in maglia Spurs, fra l’ altro, due volte vincitore del Defensive Player of the Year Award.

Nei playoff dello stesso anno Kawhi non solo riceve la consacrazione definitiva nell’olimpo della NBA, ma entra anche nella storia! In una partita contro i Memphis Grizzlies al primo turno di playoff, realizza 5 triple + 5 stoppate, diventando il primo della storia con questi numeri in una partita di playoff. Come se non bastasse, nella stessa partita, raggiunge un club super elitario composto esclusivamente da Abdul-Jabbar, Hakeem Olajuwon e Kevin Garnett: ognuno di loro almeno 32 punti, 5 stoppate e 4 recuperi in una partita di postseason.

Arriviamo così a questa stagione 2017, dove siamo ormai abituati a vedere il nome di Leonard affiancato a quello di James, o Durant, giusto per citarne un paio, e se qualcuno vi dice che quando Indiana scelse quel ragazzo con le treccine alla 15 del Draft 2011 aveva già capito che sarebbe diventato l’ immenso giocatore che è ora… Beh, sta dicendo una bugia!
Si perché Kawhi non è uno di quelli nati col marchio, col dono! Non è il prescelto, col talento donato dal cielo. No! Kawhi è uno che ha sudato per migliorare, ha lottato per vincere, e non sembra volersi accontentare.

La storia ha inizio a Riverside, California. Kawhi nasce da mamma Kim e papà Mark che, seppur separati, regalano al loro bimbo un’ infanzia abbastanza serena. Vive in casa con la mamma e le sorelle e quando può, va a trovare il suo vecchio a Los Angeles, dove gestisce un autolavaggio. Certo che, vivere con un solo genitore non è facile. La passione per la pallacanestro è già forte ma il giovane Leonard non riesce a frequentare gli allenamenti in maniera costante ed è costretto a saltare il provino di inizio anno perché, con mamma Kim fuori città, non sapeva arrivare al campo da solo. Il primo anno, il coach non lo fa giocare. Le cose poi cambiano, Kawhi entra in squadra e papà Mark sembra molto fiero di lui.

Il 19 gennaio 2008 Kawhi sorrideva, come faceva sempre. Quel giorno si era finalmente fatto le treccine (che oramai conosciamo tutti benissimo) che sognava di farsi da molto tempo e non vedeva l ‘ora di andare all’ autolavaggio di Compton per farle vedere al padre.

Purtroppo si sa, a volte la vita ti spiazza, ti costringe a dimostrare una forza che non sai di avere. La vita è crudele, se non trionfi soccombi, nessuna via di mezzo.

Quel 19 Gennaio l’espressione sul volto di Kawhi Leonard cambia per sempre.

Suona il telefono, mamma Kim solleva la cornetta, dall’ altra parte sua figlia fatica a parlare, interrotta dai singhiozzi disperati: “Papà è morto, gli hanno sparato, papà è morto!”
Un paio di colpi. I motivi non sono mai stati chiari. D’altronde cosa vuoi che sia? Solo un nero in meno a Compton.
Kawhi è immobile, non capisce. Il padre sarebbe dovuto passare a prenderlo di li a poco, cosa significa “é morto”? Quel volto innocente, spensierato, costantemente decorato con un meraviglioso sorriso, diventa una superficie vuota, piatta. I familiari temono che sia vittima di autismo da shock. Non parla più!
Il giorno dopo la sua squadra gioca contro la Compton Dominguez High school e nonostante sia completamente a pezzi va da mamma Kim e le dice: “Mamma, io oggi voglio giocare, voglio che papà mi guardi giocare e vincere da lassù!”. Ha passato la notte senza chiudere occhio, ma il suo cuore… col cuore non si può lottare, e per Kawhi, il cuore, batte con lo stesso ritmo del pallone sul parquet. Strano il destino eh!?! Giocare proprio contro Compton.
I River Kings perdono, nonostante i suoi 17 punti e a fine partita scoppia a piangere.
Qualche mese dopo dirà al riguardo: “Il basket è tutta la mia vita. Volevo giocare per non pensare ad altro. E’ stato bruttissimo, mio padre doveva essere sugli spalti”.

Come si suol dire, ognuno affronta i traumi a modo suo, e per Leonard quel modo consisteva nel presentarsi due ore prima di ogni allenamento per provare in maniera maniacale il suo arresto e tiro nella palestra ancora vuota. Fino allo sfinimento. E giù di flessioni ad ogni errore.

Passa il tempo, Kawhi cresce e i college iniziano ad accorgersi di lui. Sceglie San Diego State ed inizia a macinare doppie doppie. Al secondo anno, con una media di 15.5 punti e 10.6 rimbalzi guida la sua squadra fino alle Sweet 16 ma la U-Conn di Kemba Walker dice di no ed elimina San Diego. Alla fine del secondo anno, Kawhi Leonard è un giocatore eleggibile al Draft 2011.

Certo, un buon giocatore, con un fisico incredibile e delle braccia lunghissime, ma tutto sommato niente di che, non uno di quelli che fanno la differenza. Tutti la pensavano così! Tutti tranne uno: Gregg Popovich. Leonard viene scelto alla 15 dai Pacers e gli Spurs sacrificano uno degli scudieri di Pop, George Hill, per arrivare al giovane californiano.

Solido, volenteroso, dedito al gioco e al lavoro, quarto nelle votazioni per il Rookie Of The Year, ma a giudicare di primi scorci, si direbbe un giocatore di complemento. E’ in quelle magiche finali del 2014 che Leonard mostra per la prima volta la vera entità del suo potenziale!
In gara 4 contro i Miami Heat di James, Wade e Bosh, scende in campo con il viso tirato e gli occhi di chi ha fame. 29 punti a fine partita con 10/13 dal campo.
Gara 5 non è da meno: 22 punti, 10 rimbalzi e la capacità più unica che rara di difendere sul Prescelto.
Il destino traccia la via e noi non possiamo che seguirla. Qualcuno, dall’alto, ha voluto che quel 15 giugno, che negli States contrassegna la festa del papà, quel ragazzo silenzioso con le treccine, venisse premiato MVP delle Finals. Kawhi indica verso il cielo. Papà Mark lo guarda ed è fiero di lui.

Kawhi Leonard ad oggi è sotto ogni aspetto un All Star, è due volte difensore dell’anno (2014-15/1015-16), MVP delle finali, Primo quintetto Rookie 2012, primo quintetto NBA 2016, primo quintetto difensivo 2015 e 2016. E comunque, nonostante questo, nonostante guidi la sua squadra offensivamente e sia oramai una specie di leader, ciò che continua a sorprendere tutti è l‘abnegazione con cui si applica in difesa, la totale dedizione con cui fa un semplice scivolamento, o un raddoppio aggressivo. Quello che continua a sorprendere di Kawhi Leonard, è la fame che porta sul campo da gioco, la rabbia pacata di chi lotta contro il destino, per riprendersi un futuro ed una felicità che avevano cercato di togliergli.

Chissà che magari, un giorno, non riesca a riprendersi anche il sorriso.

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