Pierce

La stagione NBA sta per entrare in una fase cruciale. La pausa per l’All Star Game (nel weekend tra il 17 e il 19 febbraio) rappresenterà un’occasione ghiotta per molti. Alcuni giocatori potranno mettersi in mostra nella ‘vetrina’ più scintillante di tutte, tutti gli altri si godranno alcuni giorni di vacanza per ‘tirare il fiato’ dopo il tour de force di partite. Il weekend delle stelle sarà anche l’occasione per i general manager di incontrarsi per definire alcune trade (con la deadline fissata per il giovedì successivo). Dopo questo break, si ripartirà a tutto gas nella corsa ai playoff, con i trenta roster ‘ritoccati’ ad arte, in base agli obiettivi da raggiungere. In attesa di vedere chi e cosa cambierà, anche la settimana appena trascorsa è stata ricca di spunti e noi, come ogni venerdì, andiamo ad analizzarne tre. E’ il momento di una nuova edizione di Three Points!

DISCLAIMER: Non verranno trattati due argomenti piuttosto ‘caldi’ degli ultimi sette giorni, ovvero i 92 punti di LaMelo Ball (bravissimo eh, ma ciò che succede nelle partite di high school va preso per quello che è…) e l’arresto di Charles Oakley sugli spalti del Madison Square Garden (si commenta da solo, ed è la cosa meno grave dell’ennesima, tragicomica stagione dei Knicks).

 

1 – We Want Paul!

Paul Pierce bacia il logo dei Boston Celtics, sua storica franchigia

Paul Pierce bacia il logo dei Boston Celtics, sua storica franchigia

Per la città di Boston, la scorsa domenica è stata vissuta all’insegna della lettera ‘P’. ‘P’ come Patriots, ovviamente, con la squadra NFL guidata da Tom Brady capace di vincere in rimonta l’edizione 2017 del Super Bowl; ma anche ‘P’ come Pride, il famigerato e tradizionale Orgoglio di casa Celtics. Nelle ore precedenti l’attesissima finale del campionato di football, il Celtic Pride si è fatto sentire più forte che mai, grazie al ritorno in città di ‘P-Double’, al secolo Paul Pierce.
La sfida tra i Celtics e i Los Angeles Clippers è stata infatti teatro dell’ultimo ritorno – da avversario – di ‘The Captain And The Truth’ al TD Garden. Giunto all’ultima stagione di una straordinaria carriera, Pierce ha voluto omaggiare la squadra che lo ha reso immortale. Prima le foto sui social con il Garden sullo sfondo, poi una serata (sempre, tassativamente documentata sul web) in compagnia del nuovo idolo biancoverde Isaiah Thomas (MVP! MVP!), infine l’iconico bacio al logo della sua storica franchigia, con tanto di genuflessione al centro del parquet.
Il pubblico ha ricambiato l’affetto con tutto il calore possibile, intonando a gran voce il coro “We Want Paul! We Want Paul!” per tutta la durata dell’incontro, sia con Paul in campo (schierato titolare dal riconoscente Doc Rivers) che, soprattutto, nei parecchi minuti in cui il grande veterano è rimasto in panchina. Il finale di partita, poi, ha regalato l’apoteosi di questo romantico homecoming, con il ritorno in campo di Pierce e la sua memorabile tripla (primo ed unico canestro della sua gara) a dare inizio ai festeggiamenti e alle celebrazioni.

Aldilà della (facile) retorica, una serata del genere ha rappresentato il più doveroso dei tributi ad un campione come Paul Pierce. Un giocatore che ha incarnato perfettamente l’intensità di quegli indomabili Celtics che guidò al titolo (da MVP delle Finals) nel 2008. Quell’unico anello è stato il coronamento di anni e anni di dure battaglie, combattute sempre con la stessa maglia (e intendiamoci: prima degli arrivi di Kevin Garnett e Ray Allen, i Celtics non erano proprio una corazzata…). Lottatore indomito e micidiale tiratore, soprattutto quando la palla ‘scottava’ (anche nella sua versione – non più ‘freschissima’ – in maglia Wizards), Pierce è stato il simbolo della Boston cestistica anche prima di quel titolo, e il suo nome resterà indissolubilmente legato a quello della franchigia anche dopo il suo ritiro. Quantomeno curioso, dato che Paul è nato in California ed è cresciuto con il mito dei Lakers…
Dopo aver portato ai suoi tifosi un titolo e una finale persa in quindici stagioni (dieci delle quali da All-Star), l’ultimo regalo di ‘P-Squared’ è stata, suo malgrado, la clamorosa trade che, nell’estate del 2013, ha spedito lui e Garnett ai Brooklyn Nets. In cambio dei due super-veterani, ormai indubbiamente sul viale del tramonto, il folle proprietario dei Nets Mikhail Prokhorov (e soci; guai ad escludere a priori un concorso di colpa)  ‘omaggiò’ i Celtics con un’interminabile serie di prime scelte al draft. La misera fine del tanto sbandierato “nuovo orgoglio di Brooklyn” è sotto gli occhi di tutti, con i Nets condannati alla mediocrità almeno per i prossimi tre/quattro anni. I nuovi Boston Celtics, invece, stanno costruendo, anche ‘grazie’ a Pierce, una squadra che potrebbe far parlare di sé molto presto.

 

2 – White Hot!

Goran Dragic e Okaro White (#15) festeggiano il canestro decisivo di Dion Waiters contro Golden State

Goran Dragic e Okaro White (#15) festeggiano il canestro decisivo di Dion Waiters contro Golden State

I Miami Heat sono, per distacco, la squadra più ‘calda’ del momento. Il successo del 17 gennaio contro gli Houston Rockets (sì, quelli guidati dalla ‘Most Valuable Beard’ James Harden, terza forza ad Ovest) ha aperto una striscia di 12 vittorie consecutive, tuttora ininterrotta.
Bè, tutto sommato facile se in squadra hai LeBron, Wade, Bosh e Allen… Come?? Non siamo nel 2013??

Davvero inaspettato e illogico il periodo di grande spolvero della truppa di Erik Spoelstra, che da un mesetto a questa parte ha iniziato una folle corsa verso la zona playoff a suon di incredibili vittorie. E pensare che, solamente poche settimane fa, tra le righe di questa rubrica, ci prodigavamo in una sorta di ‘autopsia’ su ciò che rimaneva degli Heat, un tempo padroni assoluti della Eastern Conference e (allora) finiti a ‘marcire’ nei suoi bassifondi. Invece eccoci qui, ad ammirare ad occhi sgranati questa impronosticabile winning streak. Dopo essere passata sul cadavere dei Rockets, Miami ha lasciato sul suo cammino altre vittime piuttosto illustri, come Chicago Bulls e, udite udite, Golden State Warrors! La vittoria contro la miglior squadra NBA è arrivata grazie ad un memorabile game winner di Dion Waiters, uno degli uomini copertina di questo straordinario exploit. Gli altri? Goran Dragic e Hassan Whiteside, altro che ‘Big Three’…

Per Waiters 20.6 punti di media in queste dodici vittorie, incluse due gare consecutive (Bucks e Warriors) chiuse a quota 33, mentre Dragic ha fatto ancora meglio (22.9 e 6.8 assist). Lo sloveno, più volte al centro di voci su possibili scambi prima della trade deadline, in quest’ultima parte di stagione assomiglia sempre di più a quello di Phoenix, premiato come Most Improved Player Of The Year nel 2014. Whiteside attualmente è il miglior rimbalzista della lega, con i suoi 14 a sera che rappresentano anche il massimo in carriera. Nel magico filotto degli Heat figura anche una sua mostruosa performance da TRENTA punti e VENTI rimbalzi contro Philadelphia. In soli 27 minuti. Qualcuno ha detto “All Star Game”?
Se i tre sopraccitati sono tutto sommato dei buonissimi (se non ottimi) giocatori, il ‘supporting cast’ non è certo quello dei Lakers del three-peat: Wayne Ellington, James Johnson, Luke Babbitt, Rodney McGruder, Okaro White… Incredibile, poco da aggiungere.
Prima di quel 17 gennaio in cui tutto ha avuto inizio, gli Heat navigavano in cattivissime acque: record di 11-30 e prospettive di tanking più che concrete. Oggi, dopo il successo contro i Bucks (gli stessi che avevano inflitto loro l’ultima sconfitta, il 13 gennaio), si trovano a pochi passi dall’ottavo posto, quello buono per accedere ai playoff. Tutto fantastico…o forse no?

La stagione di questi Miami Heat ricorda moltissimo quella dei Phoenix Suns 2013/14, guidati dal MIP Dragic, da Gerald Green e dai gemelli Morris. Quei Suns arrivarono ad un passo dai playoff (sfumati solamente nell’ultima settimana di regular season) nonostante il roster sulla carta non all’altezza dell’agguerrita concorrenza. Un risultato ottimo, che però illuse dirigenza e tifosi sulle reali possibilità di quel gruppo. Da quel 2014, Phoenix è letteralmente colata a picco, fino a toccare il fondo quest’anno (ultimo posto ad Ovest). Ovviamente nessuno ammetterà mai di giocare a perdere, però gli scenari al momento più plausibili per Miami sono:

  1. Ottavo posto raggiunto, 0-4 contro Cleveland e si riparte dal via
  2. Nono / decimo posto, scelta a metà primo giro al prossimo (promettente) draft e se ne riparla nel 2018
  3. Si ritorna a perdere, scelta alta al prossimo (promettente) draft e parte la vera ricostruzione

Onestamente, quale tra questi vi ispira di più, tifosi Heat?

 

3 – The most wonderful game of the year

L'incredibile tiro di Lebron James (Cavs) 'in faccia' a Bradley Beal (Wizards)

L’incredibile tiro di Lebron James (Cavs) ‘in faccia’ a Bradley Beal (Wizards)

L’accostamento natalizio non è solo nel titolo di questo paragrafo. Così come l’epica sfida del 25 dicembre tra Cleveland Cavaliers e Golden State Warriors, anche la partita disputata dagli stessi Cavs contro i Washington Wizards la sera del 6 febbraio è stata un vero e proprio inno al basket NBA.
Tra le due franchigie di certo non c’era una ‘rivalità’ come quella tra Cleveland e Golden State, ma le premesse per un grande incontro c’erano tutte. Da un lato i Cavs, reduci da un gennaio piuttosto altalenante (se non negativo) e alla ricerca della continuità perduta, dall’altro gli Wizards, in rampa di lancio verso i piani altissimi della Eastern Conference.
Quello che si è visto in campo, però, ha decisamente superato le aspettative, con entrambe le squadre ad esibire il meglio del loro vasto campionario.

In casa Cavs un Kevin Love in stato di grazia (39 punti – con 6 triple – e 12 rimbalzi), al centro peraltro delle voci di mercato su un suo possibile scambio con Carmelo Anthony. Ma anche le invenzioni di un LeBron James da 17 assist (massimo in carriera), alcuni dei quali da fantascienza, oltre ai 37 punti ‘di routine’.
Per gli uomini di coach Scott Brooks le solite, mostruose accelerazioni di un John Wall alla miglior stagione di sempre (con il pubblico a intonare l’ormai abusato coro “MVP! MVP!”), un micidiale Otto Porter, l’efficienza della coppia Markieff MorrisMarcin Gortat e il giovanissimo Kelly Oubre, in costante crescita. Ma, soprattutto, un Bradley Beal in versione All-Star, autore di 41 punti e di una serie di triple che hanno dato il via all’incandescente finale.
Al termine di 48 minuti all’insegna dell’equilibrio, infatti, una sua ‘bomba’ ha regalato tre lunghezze di vantaggio a Washington. Ed ecco che, parafrasando uno degli slogan NBA, “amazing happened”. Il canestro in avvitamento (davanti alla panchina avversaria) che ha mandato l’incontro all’overtime rimarrà una delle immagini indelebili della carriera di LeBron James. Lo rivedremo certamente a lungo, insieme al buzzer beater contro Orlando (Eastern Conference Finals 2009), a ‘The Block’ e alle altre giocate che hanno cementato il posto del Re tra i più grandi.
Giunti al supplementare, è stata la volta di Kyrie Irving. Il numero 2, fino a quel momento, era stato probabilmente il peggiore in campo; palle perse in continuazione, difficoltà al tiro e inconsistenza difensiva (quest’ultima non proprio una novità). Lo scorso giugno, però, lo abbiamo capito tutti: questo ragazzo ha la ‘Mamba Mentality’… Con King James fuori per falli, ‘Uncle Drew’ si è preso il palcoscenico: 11 punti nel solo overtime, con i soliti effetti speciali e la ciliegina sulla torta di un ‘remake’ del famigerato ‘The Shot’, la tripla che decise le ultime NBA Finals.

Applausi a scena aperta per una partita diventata un ‘instant classic’, al termine della quale ognuna delle due squadre può captare segnali estremamente positivi. Cleveland ha mostrato ancora una volta la ‘cattiveria’ che le ha permesso di portare in Ohio il primo, storico Larry O’Brien Trophy, mentre Washington ha dato prova di poter stare, eccome, tra le grandi dell’Est. Chissà che Cavs e Wizards non possano trovarsi di fronte nuovamente ai playoff, magari al secondo turno. Se le premesse sono queste, non aspettiamo altro.

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