Seattle Supersonics
Il 28 giugno 2007, al Madison Square Garden, i Seattle Supersonics selezionano Kevin Durant alla numero… 2!
Eh si, perché per la chiamata numero 1 c’è stata una bella battaglia tra lui e l’uomo da Buffalo City, Greg Oden.
Solo che Oden è un centro e da più sicurezze di essere pronto da subito per la NBA. E poi, cosa più importante, chi ha la prima scelta è Portland, e a quel tempo è proprio in quel ruolo che ha bisogno.
Per farla breve (e per chi non lo sapesse), diciamo che i Trail Blazers di quel periodo storico non sono stati proprio la squadra più fortunata di tutte (Brandon Roy… sigh). Greg Oden, purtroppo, non solo salterà per intero la prima stagione, ma avrà infortuni per tutta la sua carriera, finendo prematuramente la sua carriera NBA nel 2014 (nel 2018 quella cestistica) e lasciando l’ennesimo amaro in bocca in tutto l’Oregon.
Per la cronaca, altri nomi di rilievo in quel draft furono Al Horford, Mike Conley, Marc Gasol (alla 48…) e, da San Giovanni in Persiceto, Marco Belinelli.
Inizia, quindi, la carriera NBA di Kevin Durant e il suo primo anno coincide con la fine della “carriera” dei Seattle Supersonics, che dalla stagione 2008 si spostano a Oklahoma diventando gli Oklahoma City Thunder.
KD è quindi testimone diretto dell’ultima stagione della storia dei Sonics (almeno per ora), e ne diventa presto, nonostante sia ancora un teenager, il go-to-guy e il giocatore principale della squadra. Anche perché a Seattle/Oklahoma è iniziata la ristrutturazione, con Ray Allen e Rashard Lewis che vengono scambiati, rispettivamente, con Boston e Orlando.
Termina l’anno con medie spaziali per un rookie: 20,3 punti e 4,4 rimbalzi a partita. Si unisce perciò a un ristretto club formato da lui, Carmelo Anthony e LeBron James come gli unici teenager a finire la loro prima stagione con almeno 20 punti di media a partita. Inoltre termina anche la sua crescita fisica: raggiunge i 211 cm, a cui abbina caratteristiche tecniche insensate.
Visto che riparliamo dell’altezza, fermiamoci un attimo. Perchè abbiamo scritto che sull’altezza di KD ci sono dubbi. Perché è risaputo che in NBA, quando all’inizio dell’anno vengono stilati i roster, si tende spesso ad alzare o diminuire di qualche centimetro le altezze. E questo è successo a Durant, ma anche ad altri. Il motivo? Registrare giocatori con un certo tipo di altezze permette di potergli inserire in determinate ruoli. Ovviamente, con il basket moderno che si avvia sempre di più verso un Gioco senza ruoli, questo fatto assumerà sempre meno importanza.
Torniamo ai nostri Sonics, che sono a quel tempo una pessima squadra e finiscono l’anno con un record di 20-62.
Ma questa tendenza non è destinata a durare. Perché il punto è che uno come KD passa una volta ogni tanto.
E altri (due) punti sono, però, che anche le scelte dei Thunder dei due anni successivi passano una volta ogni tanto. Nel 2008, con la quarta scelta OKC seleziona Russell Westbrook. Nel 2009, con la tre arriva James Harden.
Inizia la grande giostra chiamata Oklahoma City Thunder.
The Young Three
E la storia inizia a cambiare dopo l’arrivo proprio del Barba.
La stagione 2009\10 è la stagione del breakout. I Thunder si mettono sulla cartina di tutta la NBA, disputando una regular season da 50-32 con il roster più giovane, per età media, della storia della franchigia – Sonics compresi (il roster più giovane prima di questa stagione, che però diciamo che non ha esattamente vissuto gli stessi fasti di quella).
Nota a margine, dalla fine dell’anno precedente l’allenatore è diventato Scott Brooks, che ha sostituito P.J. Carlesimo nella sua non tanto felice avventura.
Brooks è all’esordio come head coach, creando una particolare sinergia negli anni successivi tra allenatore e squadra.
Si va ai playoffs per la prima volta. E si esce al primo turno contro i Lakers, ma ci sta, dato che poi i Losangelini si laureeranno campioni.
Comunque sia, ormai tutti si sono accorti di loro: sono giovani, forti e belli da vedere.
Nei playoffs 2011 escono in finale di Conference, sconfitti dai Dallas Mavericks, che sembrano usciti direttamente da una fiaba della Disney, e sconfitti perciò ancora una volta dalla squadra che poi vincerà il titolo.
La stagione 2012 è infatti quella della definitiva consacrazione. La fiaba sono loro (così li definisce il New York Times in un articolo) e arriva la prima Finale NBA della storia dei Thunder.
Sono la squadra più chiacchierata. Per arrivare in finale, tra l’altro, hanno battuto in rimonta da 0-2 i San Antonio Spurs. Una serie stupenda e che, all’epoca, fa riflettere più di un giornalista, e non, su quello che sembra a tutti gli effetti essere un passaggio di consegne.
Le similitudini con gli Spurs sono in effetti non poche. Iniziando da Sam Presti, il vero artefice di quella squadra. General manager proprio dal 2007, è stato il secondo della storia più giovane a ricoprire quella carica (dietro Jerry Colangelo). Sotto di lui, le varie scelte del draft, l’importante acquisizione di Thabo Sefolosha, la scelta di Brooks come head coach. Presti, prima di diventare GM dei Thunder, era proprio nel front-office degli Spurs, formandosi culturalmente a Fort Alamo e cercando di portare quel tipo di mentalità anche a OKC. Durante il periodo in Texas, in particolare, a lui si deve la scelta di puntare su un giovane francese di Bruges nel draft 2001. Tony Parker.
E in campo, il trio Westbrook/Durant/Harden ricorda veramente tanto Parker/Duncan/Ginobili, anche per similitudini nel gioco (soprattutto Harden/Ginobili e la loro mano sinistra benedetta). Solo che i tre dei Thunder sono per alcuni aspetti la versione 2.0 (nel bene e nel male). Ci si aspetta grandi cose da loro.
E così sarà, ma senza rimanere nella stessa squadra. Torniamo alle Finals di quell’anno.
Ad aspettarli c’è LeBron, c’è Wade, c’è Bosh: ci sono gli Heat. Nonostante la vittoria in gara-1, Miami ha il fuoco dentro e LeBron non può più permettersi di perdere: 4-1.
Durant termina le sue prime Finals mettendo su 30,9 punti a partita. Più di tutti.
Tutto sembra solo il preludio a quella che dovrebbe diventare una nuova e lunga dinastia.
All’inizio della stagione successiva, però, in un mix di primi errori dirigenziali dovuti anche ad una crescita esponenziale inaspettata dei Big Three, Oklahoma decide di lasciar partire James Harden, direzione Houston, Texas. La fiaba subisce una battuta d’arresto, perché adesso rimangono in due: KD, certo, e Russell Westbrook…

