Siamo ormai a un mese dall’inizio della stagione e il periodo dei grandi movimenti e delle grandi trade sta finendo (anche se è notizia di ieri che John Wall è stato messo sul mercato e potrebbe lasciare gli Houston Rockets). Tanti i giocatori di un certo peso, e con contratti altrettanto onerosi, che hanno cambiato casacca. Una elemento comune di diverse trattative verificatesi quest’estate è la formula della sign-and-trade.
Per fare un recap dei giocatoriche si sono mossi da luglio a oggi con questa modalità abbiamo: Lonzo Ball e DeMar DeRozan ai Bulls, Devonte’ Graham ai Pelicans, Kyle Lowry agli Heat, Evan Fournier ai Knicks, Lauri Markkanen ai Cavs, Spencer Dinwiddie agli Wizards tra i grandi nomi. Tra i role player abbiamo Doug McDermott agli Spurs, Daniel Theis ai Rockets, Garrett Temple ai Pelicans.
Sign-and-trade, lo scambio che accontenta tutti
La sign-and-trade è una modalità di scambio di asset molto particolare e sempre più diffusa nelle ultime stagioni perché accontenta tutte le parti in causa. I giocatori sono sempre liberi di accordarsi con le nuove squadre alle cifre e condizioni che preferiscono. Le squadre che cedono il giocatore in questione (soprattutto quando si parla di star o uomini franchigia) non li perdono gratis, ma ricevono un “compenso” quantificabile in scelte, giocatori duttili o giovani, contratti agevolmente scambiabili o cash considerations.
Mentre le squadre che acquistano il giocatore sono sicure di poterlo prendere anche senza spazio salariale, alle cifre da loro volute (senza che altre squadre entrino nella trattativa con altre offerte e alzino il prezzo). In più possono cedere giocatori con contratti pesanti o fuori dal progetto per liberare cap per i nuovi arrivi.
In pratica, da un punto di vista degli interessi, si tratta sempre (o quasi) di una win-win trade. Anche se questo nuovo tipo di trattative ci mostra come il potere decisionale dei giocatori è in aumento negli ultimi anni. La squadra dove essere trasferiti, infatti, la “scelgono” loro trovando l’accordo per il nuovo contratto. Spesso e volentieri, in queste trattative, si sono trovati prima accordi tra giocatore e nuova franchigia e poi tra i due team. Situazione che recentemente ha rischiato di scivolare anche nel tampering come nel caso di Lowry o di Ball.
Per fare un esempio pratico di una squadra che ha cavalcato molto questa modalità di trade, basti vedere l’offseason dei Chicago Bulls. La squadra della Windy City è da anni in fase di ricostruzione e in questa estate ha deciso che era arrivata l’ora della svolta. A giugno il roster contava due stelle come LaVine e Vucevic (arrivati tramite due scambi “tradizionali”), diversi role player con contratti pesanti e tanti giovani.
Il front office guidato dalla coppia Artūras Karnišovas – Marc Eversley ha così deciso di andare All-In.
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La prima mossa è stata acquisire Lonzo Ball, un restricted free agent. Quindi i Pelicans erano liberi di pareggiare qualsiasi offerta fatto al figlio di LaVar da un’altra franchigia NBA. Quindi una sign-and-trade è stata la mossa che più metteva d’accordo tutti. Ball ha preso i soldi che voleva, nella squadra dove avrebbe voluto giocare. Ai Bulls è arrivato quella point guard titolare che volevano, liberandosi anche di un contratto importante come quello di Satoransky. Ai Pelicans arrivano due giocatori duttili come il ceco e Garrett Temple (free agent e ha dovuto rifirmare a sua volta coi Bulls prima di essere scambiato) e una seconda scelta 2024.
Così facendo la franchigia della Louisiana ha anche liberato lo spazio salariale per poi prendere sempre via sign and trade Devonte’ Graham.
Dopo la firma di Alex Caruso i Bulls hanno messo in piedi altre due sign-and-trade. La prima per prendere un All-Star come DeMar DeRozan, la seconda per liberarsi di Lauri Markkanen. Per l’arrivo dell’ex Raptors i Bulls hanno ceduto altri contratti pesanti come quello di Thaddeus Young e Al-Farouq Aminu, una prima e due seconde. Tutti asset sacrificabili per Chicago, ma utili e riciclabili per gli Spurs, che non avrebbero avuto se DeRozan avesse firmato come free agent. Stesso discorso, ma a parti invertite si può fare per la cessione di Markkanen. Con il finlandese che aveva dichiarato di volersene andare, e per i Bulls che per lui (via Minnesota) avevano speso la settima scelta nel 2017.
In cambio i Bulls hanno ricevuto Derrick Jones jr, ala che serviva a coach Billy Donovan, e una prima scelta (via Portland), che avevano sacrificato nello scambio con gli Spurs.
Per fare un riassunto del mercato dei Bulls e del perché la squadra di Chicago è stata avvantaggiata da questo modo di agire. Invece di strapagare DeRozan e Ball e perdere per niente Markkanen, la squadra dell’Illinois ha ceduto anche Satoransky, Young, Temple, Aminu (di cui i primi due aveva contratti pesanti e gli ultimi due erano fuori dal progetto), una prima scelta e 3 seconde scelte per ricevere Derrick Jones Jr, una prima pick e lo spazio per firmare i due sopracitati e Caruso, senza sforare il cap. Il tutto ha permesso di completare il roster con discreti roler player, ma che prendono il minimo come Tony Bradley, Stanley Johnson, Alize Johnson e Matt Thomas.
Offseason 2019, Jimmy Butler e Kevin Durant come promotori della sign-and-trade
Questa modalità di trattativa è sempre esistita, anche in passato abbiamo assistito a diverse sign-and-trade. Però, nelle nelle ultime stagioni, questo tipo di trade ha coinvolto giocatori sempre più di primo piano.
La scorsa offseason si sono mossi giocatori del calibro di Jerami Grant ai Pistons, Christian Wood ai Rockets, Danilo Gallinari agli Hawks e Gordon Hayward agli Hornets. Il punto di svolta, l’anno in cui la NBA ha inizio a capire la potenza di questo tipo di trade, è probabilmente la free agency 2019. Soprattutto, oserei dire, quando i giocatori hanno capito di poter avere ancora più potere decisionale. Perché forzare una trade quando sei sotto contratto si può fare, ma non puoi “scegliere” la destinazione (Kawhi Leonard insegna). Mentre quando sei free agent la situazione cambia e sono sempre più gli atleti ad avere il coltello dalla parte del manico.
Tornando all’offseason del 2019, ci sono state due sign-and-trade che, vedendo muoversi due stelle di primissimo piano, hanno mostrato alle squadre una strada alternativa per creare i famosi super team e ai giocatori per essere accontentati.
I due “responsabili” sono Jimmy Butler, che passò dai Sixers agli Heat e Kevin Durant che si trasferì dagli Warriors ai Nets. Il primo lascia un contesto sconclusionato e atterra in una squadra talentuosa, ma molto giovane a cui mancava un leader, un stella da seguire. L’ex Bulls si rivela il giocatore giusto, portandoli già al primo anno fino alle Finals NBA. Il secondo, dopo 3 anni agli Warriors e con finalmente un anello al dito, ma accusato di non saper vincere senza Curry, si sposta a Brooklyn. Nella “Grande Mela” forma un super trio con Irving e Harden e (dopo una stagione di stop per infortunio) punta a portare Brooklyn su tetto NBA.

