Home NBA, National Basketball AssociationApprofondimentiLakers: la lenta risalita agli antichi fasti
Los Angeles Lakers Lakers-Clippers

“Siamo giovani e abbiamo fame”. Il luogo è il media day di quest’anno all’health training camp di UCLA. La voce è di Robert Pelinka, general manager dei Los Angeles Lakers nel post Kupchack. Si sa, quando nel pianeta basket, ma anche nel pianeta sport, si parla di questa franchigia, niente passa mai in sordina. Tutto è sempre posto sotto i riflettori, quasi fosse il canovaccio di una serie TV. D’altronde come potrebbe essere diverso. Stiamo pur sempre parlando della seconda squadra più titolata nella storia della National Basketball Association (16, uno in meno dei Celtics), che ingolfa i seggiolini a bordocampo dello Staples center con star di ogni genere e che, nonostante qualche anno nelle zone basse della classifica, fattura ben 115 milioni di dollari di utile, 25 in più dei Golden State Warriors. Ora, dopo l’improvvisa morte dello storico proprietario Jerry Buss nel 2013 e l’addio al basket giocato dell’icona Kobe Bryant, qualcosa sembra muoversi.

IL TRIO D’ATTACCO MAGIC – PELINKA – BALL

Rob Pelinka.

Da Jim a Jeanie, da Jeanie a Magic, da Mitch a Robert. Non uno schema per liberare il tiratore nell’angolo, ma una manovra per sganciare i Lakers dai bassifondi dell’associazione. La società, dopo una prima stagione grottesca guidata dal duo Jim Buss -Mitch Kupchack (luglio 2015, la dirigenza si presenta da LaMarcus Aldridge senza uno straccio di progetto tecnico), viene presa in mano dalla sorella Jeanie, per diciassette anni compagna di Phil Jackson, che lo scorso febbraio nomina Magic Johnson presidente della franchigia. A sua volta, Kupchack viene sollevato dall’incarico e rimpiazzato da Robert Pelinka. Ecco, il dinamico duo Magic – Pelinka sembra dare nuova linfa e una ventata di aria fresca a una società ormai stantia e logorata dalla fine dell’era Bryant. Lo Staples si ripopola, a livello mediatico Magic mette il suo bel faccione sempre davanti alla telecamera. Insomma, anche se qualche passo falso c’è stato (multa di mezzo milione di dollari per tampering nel caso Paul George) la direzione sembra quella di una rivoluzione societaria. Archiviati gli alterchi familiari, anche la squadra sembra giovare del nuovo corso. Tutto però, ed è inutile nasconderci, ruota intorno a un nome e un cognome: Lonzo Ball. Il playmaker in uscita da UCLA, scelto con la numero due subito dopo Markelle Fultz, è stato il vero catalizzatore del media day, situazione che non succedeva dai tempi del miglior Kobe. “Mi aspetto che un giorno, tra le maglie ritirate dei Lakers, ci sia anche la maglia numero 2 di Lonzo – ha puntualizzato da subito Magic- Ha le stimmate del campione”. Il resto, è storia di questi giorni: grazie anche a una croce e delizia come il padre LaVar, sempre fuori luogo e fin troppo sopra le righe (non ultima la discussione verbale con Beverley nel post derby), a L.A. sponda gialloviola è scoppiata una vera e propria Lonzomania Pelinka si è sbilanciato descrivendo il giovane come “la versione cestista di Tom Brady”, mente il suo allenatore Walton ha affermato che “è come se il gioco per lui fosse un po’ più lento rispetto a tutti gli altri in campo”. Malgrado qualche sprazzo da fenomeno, Ball sta rispondendo con un ruolino di marcia da 10 punti, 7 rimbalzi e 7 assist a partita, con un migliorabile 28% dall’arco e 55% dalla lunetta, percentuali sotto la media per il ruolo che ricopre.

IL RESTO DEL ROSTER E LA CALDA ESTATE 2018

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Brandon Ingram.

Per tutto il media day, oltre che young, il principale aggettivo utilizzato per descrivere il roster è stato eager, desideroso, allusione allo stato d’animo dei ragazzi chiamati a quello che gli addetti ai lavori chiamano step in, cioè farsi trovare pronti nel momento cruciale. Brandon Ingram deve ripagare tutte le aspettative riposte in lui, responsabilità che l’ex Blue Devil sembra aver accolto, tanto che lo stesso Magic ha dichiarato che quest’estate: “Se non lo invitavamo a uscire, Brandon sarebbe rimasto in palestra notte e giorno”.  Stesso discorso per Kentavious Caldwell-Pope, Julius Randle e Jordan Clarkson, definito dal suo presidente il prossimo sesto uomo dell’anno. Tutto questo è solo un antipasto al sogno di una notte della prossima estate quando la dirigenza gialloviola cercherà di convincere il losangelino Paul George a tornare a casa o, e qui la suggestione si fa veramente interessante, spronare un Re in casacca 23 a lasciare il suo territorio per conquistare l’immortalità anche dall’altra parte degli States. Per ora la squadra occupa la 12esima posizione nella Western Conference con 3 vinte e 4 perse, sarà difficile rientrare nella postseason. Intanto, però, i presupposti per la reale svolta ci sono tutti. Le altre franchigie sono avvisate: i Lakers stanno tornado.

Per NBAPassion, Michele Fratto

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1 commento

gilberto 3 Novembre 2017 - 11:57

il problema vero è che per ora non vede proprio il canestro, 55% dalla lunetta è ridicolo, fa assist stupendi ma ne fa ancora pochi di quelli semplici, se migliora in pericolosità e quindi dovranno marcarlo più stretto ci sarà da divertirsi sopratutto se arriva il re james.

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