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Lebron James è la pallacanestro: nel bene e nel male

di Niccolo Coveri

Prendetevi un attimo, e pensate a ciò che ha fatto, vissuto e passato quest’uomo, LeBron James in questi 15 anni di pallacanestro nella lega.
E chiedetevi se valga davvero la pena sprecare fiato e parole in stupidi paragoni o in fredde analisi statistiche.
Se c’è una cosa che ho imparato in questi anni, è che Lebron James, sebbene sia uno dei pochi ad essersi avvicinato all’onnipotenza cestistica, è un umano. Un fisico da cyborg ed un cervello da letterato del gioco, ma pur sempre un umano.
Come tale, e come tutti noi, sbaglia. Ed ha il diritto di sbagliare.
Io, che l’ho sempre visto da avversario, ho imparato col tempo ad apprezzarlo a 360 gradi.
Mollando il più possibile la lente del tifoso e celandomi nella pura e semplice contemplazione del gioco.
Li ho cominciato a vedere e a capire. E queste finali, giocate contro la squadra più forte e completa che la pallacanestro moderna potesse concepire/partorire, me lo hanno confermato.

Lebron James è la pallacanestro.
Nel bene e nel male. Nei pregi e nei difetti.
Nella buona e nella cattiva sorte.
È il più forte di sempre? Non credo. Non so. Non mi interessa.
Dovremmo giudicarlo per i suoi titoli? No.
Dovremmo biasimarlo per aver cercato gloria altrove? Forse.
Dovremmo solo godere di lui, dei Bryant, degli Iverson e di tutti quelli che in qualche modo ci suscitano emozioni che quasi nessuno al mondo è capace di farci provare? Si.

Prendetevi un attimo.
Celebrate i campioni, perché mai come adesso, meritano d’essere tali.
Celebrate i perdenti, perché mai come oggi, escono dal campo di battaglia a testa alta.

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