NBA Jersey Stories - Wild Spirits (prima parte) | Nba Passion
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NBA Jersey Stories – Wild Spirits (prima parte)

Marvin Barnes

NBA Jersey Stories – Wild Spirits (prima parte)

Chi segue il basket americano da più tempo è abituato a imbattersi in squadre e personaggi le cui storie varcano spesso e volentieri i confini dell’inverosimile. A metà degli Anni ’70, però, comparve sulle scene la squadra più folle che sia mai esistita. Si chiamavano Spirits Of St. Louis, e furono la creatura più ‘selvaggia’ della lega più pazza del mondo, la American Basketball Association. Le bellissime divise bianche e arancioni protagoniste di questa Jersey Story furono indossate per due sole stagioni, ma quel periodo tanto breve quanto ‘intenso’ bastò per farle diventare un vero e proprio cult.

La dirigenza degli Spirits. Da sinistra, Harry Weltman, Donald Schupak e Daniel Silna

La dirigenza degli Spirits. Da sinistra, Harry Weltman, Donald Schupak e Daniel Silna

Tra le peculiarità della ABA c’erano i continui trasferimenti delle sue sgangherate franchigie, sballottate da una parte all’altra degli Stati Uniti per cercare di mantenerle in vita. Pensate a quanto sia stato difficile, per i tifosi (?) degli Houston Mavericks, mantenere inalterata la passione (??) per la squadra, dopo che essa fu spostata dal Texas al North Carolina (!), dove prese il nome di Carolina Cougars. I Cougars non erano affatto una brutta formazione, ma il fatto di giocare le gare casalinghe in tre città diverse (Charlotte, Raleigh e Greensboro) non ebbe un grandissimo ritorno a livello di partecipazione del pubblico.

Nel 1974, il controllo della franchigia passò nelle mani di Harry Weltman, ex pubblicitario e responsabile della NFL Films (il figlio, Jeff, sarebbe in seguito diventato presidente degli Orlando Magic), e dei suoi finanziatori, Ozzie e Daniel Silna, accompagnati dall’avvocato Donald Schupak. Arricchitisi grazie alla lungimirante idea di utilizzare il poliestere in ambito tessile (al tempo sembrava un’idiozia), i Silna avevano già provato a mettere le mani sui Detroit Pistons, allora in cerca di nuovi investitori. La trattativa non andò in porto per poche migliaia di dollari e i fratelli persero un ottimo affare (i Pistons furono venduti per una cifra nettamente superiore l’anno successivo). Ebbero modo di rifarsi, con gli interessi, un paio d’anni più tardi.

Acquisito il controllo dei Cougars, Weltman e i Silna decisero di trasferirli a St. Louis. Quella del Missouri era la più grande città americana a non ospitare una franchigia di basket professionistico (gli Hawks della NBA si erano spostati ad Atlanta nel 1968) e poteva vantare un impianto, la St. Louis Arena (conosciuta anche come Checkerdome o ‘The Old Barn’ – letteralmente ‘Il Vecchio Granaio’) da diciottomila posti; all’epoca, solo il Madison Square Garden aveva una capienza maggiore. Lo spunto per il nome e per il magnifico logo della squadra fu preso dallo Spirit Of St. Louis, l’aereo con cui Charles Lindbergh aveva effettuato il primo volo transoceanico (da New York a Parigi) nel 1927.
Affinché la nuova avventura potesse iniziare con il piede giusto, la dirigenza aveva bisogno – tra le altre cose – di un nuovo radiocronista. Venne scelto il ventiduenne Bob Costas, oggi noto commentatore televisivo negli USA. Studente di Syracuse che raccontava via radio le azioni degli Orange, Costas inviò alla dirigenza dei neonati Spirits un nastro con la voce modificata in modo da sembrare più ‘profonda’. Weltman fu convinto (anche se lo stesso Costas dichiarò di essere stato selezionato “perché costavo poco”) e il ragazzo venne assunto dall’emittente KMOX.
Gli inizi del radiocronista furono tutt’altro che semplici. Accolto dall’anziano collega Jack Buck con la battuta “Ho cravatte più vecchie di te”, Costas si imbatté in una tremenda gaffe dopo sole due partite. Nella gara inaugurale, gli Spirits avevano perso dopo aver gettato al vento un cospicuo vantaggio. Di nuovo avanti nell’incontro successivo, spinsero il povero Bobby ad avventurarsi in un infelice “The last thing coach MacKinnon wants to see is a repeat of friday night’s blow job (uno dei tanti significati del verbo “to blow” è, per l’appunto, “sprecare”).

Gli Spirits al completo in una foto di gruppo del 1974

Gli Spirits al completo in una foto di gruppo del 1974

Pur derivando dai Cougars, i neonati Spirits erano di fatto una franchigia tutta da costruire. L’ossatura della vecchia squadra non c’era più. Coach Larry Brown (colui che nel 2004 avrebbe guidato al titolo NBA i Pistons) e il suo inseparabile assistente Doug Moe avevano seguito l’ex general manager Carl Scheer a Denver, dove i Rockets erano appena diventati Nuggets. Con loro avevano portato Mack Calvin, elettrizzante guardia e presenza fissa agli All-Star Game ABA. Anche la stella dei Cougars, ‘Kangaroo Kid’ Billy Cunningham, aveva fatto le valigie ed era tornato a vestire la maglia dei Philadelphia 76ers, nella più ‘confortevole’ NBA.
La panchina fu affidata a Bob MacKinnon, che ebbe subito un gran daffare per comporre un roster degno di tal nome. Tra i pochi reduci dalla vecchia formazione erano rimasti ‘Pogo’ Joe Caldwell (All-Star sia in ABA che in NBA, definito da Julius Erving il miglior difensore che avesse mai incontrato) e ‘Snapper’ Steve Jones. Autentico ‘nomade’ della ABA (sette squadre diverse in otto stagioni, tra cui i mitici Dallas Chaparrals), Jones avrà una grande carriera da commentatore sportivo, formando spesso una coppia semi-comica con l’eccentrico Bill Walton. A loro si aggiunsero i veterani Eugene ‘Goo’ Kennedy (altro ex-Chaps) e Don Adams (un vero e proprio ‘picchiatore’, che salirà agli onori delle cronache per un pugno da k.o. rifilato a Swen Nater, gigantesco centro dei San Antonio Spurs). Il vero nucleo portante della nuova squadra, in realtà, era composto quasi esclusivamente da rookie. Con la maglia degli Spirits fecero il loro debutto da professionisti Gus Gerard, ala da Virginia, e Maurice Lucas, centro (e altro notevole ‘rissaiolo’; rimase celebre il pugno con cui una volta stese Artis Gilmore) da Marquette. Le matricole più attese, però, erano altre.

Da tempo, Harry Weltman aveva messo gli occhi su James ‘Fly’ Williams, vera e propria leggenda dei playground newyorchesi (la sua storia è citata in diversi libri, tra cui Heaven Is A Playground di Rick Telander). Come molti dei grandi streetballer dell’epoca, Fly preferiva passare il tempo sull’asfalto cittadino (in veri e propri ‘templi’ come Rucker Park, Foster Park e ‘The Hole’, da cui in quegli anni passarono giocatori come Julius Erving, World B. Free e Earl ‘The GOAT’ Manigault), che tra i banchi di scuola. Visti il talento e la fama che lo accompagnavano, riuscì comunque a farsi reclutare per la Austin Peay State University. Carico di entusiasmo e aspettative, Williams atterrò all’aeroporto di Austin, Texas e chiese indicazioni per l’ateneo, tradendo le sue origini non proprio nobili (“Hey, where’s the Peay, man?”, dice la leggenda, splendidamente narrata nella ‘bibbia’ Loose Balls di Terry Pluto). Non ottenendo risposte, contattò l’assistente allenatore Leonard Hamilton, il quale lo informò che Austin Peay non si trovava ad Austin, bensì a Clarksville, Tennessee. Piuttosto contrariato, Fly tornò a New York. Solo un nuovo intervento di Hamilton lo convinse ad imbarcarsi su un nuovo volo, stavolta verso la corretta destinazione.

Il rocambolesco inizio avrebbe dovuto far presagire quello che sarebbe stato il prosieguo della sua carriera. Nel suo biennio ad Austin Peay fece impazzire tutti; i tifosi, che facevano ore di fila per poterlo vedere in azione (l’università fu addirittura costretta a costruire un palazzetto più grande per ospitare gli innumerevoli fan), gli avversari, che gli videro mettere a segno 51 punti in due diverse occasioni (chiuse con una media di 28.5 punti la sua seconda stagione) e, soprattutto, gli allenatori. Certo, il suo apporto permise ai Governors di raggiungere per due anni di fila il torneo NCAA e di conquistare una popolarità fino a quel momento sconosciuta (in onore di Williams fu anche inventato il celebre slogan “The Fly is open, let’s go Peay!”, che si può tradurre anche con “la cerniera è aperta, andiamo a fare pipì!”), ma Fly si distinse anche per una serie di manifestazioni di pura follia. Eccolo allora andare a sedersi in tribuna a partita in corso poiché in disaccordo con il coach, oppure palleggiare fuori dal campo per andare a bere a una fontanella, o ancora sdraiarsi sul terreno di gioco in segno di protesta per un fallo non chiamato. Il caso volle che, in quest’ultima occasione, tra il pubblico ci fosse il futuro coach degli Spirits, Bob MacKinnon, il quale pensò “Chi mai prenderebbe un individuo del genere?!”. Con buona pace del buon Bob, quel qualcuno fu proprio il suo presidente, Weltman, che si accordò con uno dei TRE agenti del ragazzo per farne un giocatore degli Spirits, colui che – secondo i piani – avrebbe fatto schizzare alle stelle gli incassi della nuova franchigia.

James 'Fly' Williams

James ‘Fly’ Williams

Passato al basket professionistico, James (che sul retro della maglia numero 35 non portava il cognome, Williams, bensì “FLY”) si fece ricordare più per i grotteschi episodi ‘di contorno’ che per il suo rendimento in campo. Ebbe alcune grandi serate in fase realizzativa, ma chiuse il suo primo e unico anno agli Spirits con soli 9.4 punti di media. Di lui viene spesso citato un contropiede concluso con un inutile volteggio a 360° e con la palla oltre il tabellone, o ancora una rissa con un compagno durante il riscaldamento. Celebre anche il giorno in cui Weltman lo mandò dal dentista, poiché Williams era quasi completamente sdentato. Non appena vide un ago, il ragazzo si diede alla macchia, liquidando la faccenda con un lapidario: “Man, non sarei mai diventato ‘Fly’ se avessi avuto i denti”. L’apoteosi della sua permanenza a St. Louis, però, fu raggiunta durante un timeout in cui coach MacKinnon si lamentava della totale assenza di gioco di squadra. Quando chiese se qualcuno dei giocatori avesse qualcosa da dire a riguardo, arrivò la replica di Fly: “Yeah man, just give me the damn rock and i’ll take care of it” (traducibile con: “Datemi quella dannata boccia e ci penso io”).

L’epopea di Fly Williams con gli Spirits verrà riassunta perfettamente dal compagno Steve Jones (sempre da Loose Balls): “Era un incubo, ma era anche un esempio di ciò che è stata quella squadra: un gruppo di spiriti liberi, senza alcuna disciplina. Tanto talento, ma completamente fuori controllo”. La presenza di un personaggio come Fly sarebbe bastata a rendere gli Spirits Of St. Louis un vero e proprio cult. Invece, le follie di Williams sparirono letteralmente di fronte a quello che accadde con l’arrivo in squadra di Marvin Barnes.

Scelto sia dai Philadelphia 76ers al draft NBA (con la seconda chiamata assoluta, dietro al solo Bill Walton), che dagli Spirits in quello ABA, Barnes – che, per non sentirsi ‘inferiore’ a Williams, giocava con la scritta “MARVIN” sulla schiena – optò per St.Louis per una semplice questione economica (forse ignaro del fatto che, ai tempi, gli stipendi della ABA fossero in gran parte dilazionati). Se Fly Williams verrà definito “un incubo”, per Marvin il futuro coach Joe Mullaney spenderà le seguenti parole: “Era il più indisciplinato e oltraggioso giocatore che avessi mai visto, ma per gli Spirits non sembrava un problema”.
Già, perché Barnes era un grandissimo giocatore, quello su cui gli Spirits intendevano costruire la neonata franchigia. Ala grande da Providence, nel 1973 aveva rifilato 52 punti alla Austin Peay del futuro compagno Fly Williams, chiudendo poi la stagione come miglior rimbalzista della nazione. Uno dei suoi svariati soprannomi, ‘Bad News’, stava ad indicare che erano altri i problemi del ragazzo. Ai tempi della high school aveva partecipato a una rapina su un autobus, ma era stato identificato piuttosto facilmente, visto che indossava la giacca della squadra di basket con sopra scritto… il suo nome.

Marvin Barnes con la giacca dell'high school

Marvin Barnes con la giacca dell’high school

Coach MacKinnon e la dirigenza si accorsero presto di chi si erano portati a casa. Tanto per cominciare, Marvin arrivava costantemente in ritardo agli allenamenti. Una volta si giustificò dicendo di aver perso la Bentley in un parcheggio (un parcheggio evidentemente pieno di Bentley). Ecco, una delle tante cose che per Barnes venivano prima del basket erano le belle macchine. Uno dei suoi primi acquisti da professionista fu una Rolls Royce, che faceva spesso lavare ai ballboys (quei ragazzi che, invece, dovrebbero passare il pallone ai giocatori durante il riscaldamento) e su cui non di rado faceva salire gruppi di adolescenti, per farli scorrazzare per le vie di St. Louis. Molte volte sostituiva i ragazzini con delle allegre fanciulle, alle quali non faceva mancare proprio niente; dai biglietti per le partite a una bella Cadillac fiammante. Quando la suddetta Cadillac venne distrutta dalla nuova proprietaria, Marvin rimase talmente scioccato che chiuse la prima amichevole in maglia Spirits con soli 6 punti.

I continui ritardi e la poca professionalità (se vogliamo definire così uno stile di vita che lo portava ad abbuffarsi di hamburger e hot dog a pochi minuti dall’inizio della partita) costrinsero la società ad infliggergli multe sempre più alte. Multe che Barnes, puntualmente, non pagava. Punirlo con la panchina, quello mai. Perché il ragazzo giocava, eccome se giocava. Abbondantemente oltre i 20 punti di media, al suo settimo incontro da professionista ne realizzò 48 contro i San Diego Conquistadors (non esattamente i Celtics di Bill Russell, va specificato). Fu anche per via del grande inizio di stagione che Marvin, il 20 novembre 1974… scomparve.

Proprio così, nessuno ebbe notizie del problematico rookie per diversi giorni. Fu ritrovato in una sala da biliardo di Dayton, Ohio. Spiegò alla società che riteneva il suo contratto inadeguato al suo grande valore. Chiese un sostanzioso aumento e l’inserimento di un’assicurazione. I fratelli Silna, contattati dalla preoccupatissima madre del giocatore, le promisero che ci avrebbero lavorato su, così lei convinse il ‘flgliolo’ a rientrare all’ovile. Ben presto si scoprì che la ‘fuga’ di Barnes era stata incoraggiata da ‘Pogo’ Joe Caldwell e dal suo agente, ansiosi di lucrare sull’instabilità del ragazzo. Caldwell fu immediatamente sospeso, diede inizio ad una lunga serie di battaglie legali e, infine, si ritirò mestamente dal basket professionistico a 33 anni.
Fu anche per tenere ‘sotto controllo’ Barnes che gli Spirits ingaggiarono Freddie Lewis, tre volte campione ABA con gli Indiana Pacers. All’esperto playmaker fu affidato sia il compito di dirigere le operazioni sul campo, sia quello (ben più complicato) di assicurarsi che Marvin si presentasse – possibilmente in orario – agli allenamenti e che stesse lontano dalle infinite distrazioni. Se per quanto riguardava il parquet l’innesto di Lewis si fece sentire, sul versante Barnes le cose non andarono altrettanto bene.

La tipica tenuta extra-prquet di Marvin Barnes

La tipica tenuta extra-prquet di Marvin Barnes

Una mattina, Marvin non si presentò al ritrovo della squadra, in partenza da New York per Norfolk, Virginia. Aveva comunicato al suo ‘tutor’ Lewis che avrebbe raggiunto i compagni direttamente a destinazione. Dopo aver ripetutamente attaccato la cornetta in faccia ai vari dirigenti, i quali chiedevano delucidazioni, tornò a dormire. Quando si presentò in aeroporto, scoprì che l’ultimo volo di giornata per Norfolk era decollato da un pezzo. Per ‘Bad News’ Barnes, però, non esistevano ostacoli. Prese un jet privato, fece una corsa in taxi (con irrinunciabile sosta da McDonald’s) e si precipitò all’arena poco prima dell’inizio della gara. Ormai certi di dover giocare senza la loro stella, coach MacKinnon e i compagni videro apparire dal nulla Marvin; pelliccia lunga, cappello a tesa larga, ‘fidanzata’ al seguito e Happy Meal in mano. Come se niente fosse, aprì il cappotto, mostrando orgoglioso la divisa degli Spirits:“Hey, boys, Game Time is on time!”.
Seppur scenografica, l’apparizione di Marvin non piacque affatto a MacKinnon, che lo lasciò in panchina per tutto il primo quarto. Una volta in campo, però, il numero 24 scatenò l’inferno: 43 punti e 19 rimbalzi, Squires battuti. Tutto perfetto, o quasi. A partita in corso, sugli spalti comparve il pilota del jet, che reclamò a gran voce per non essere stato pagato. Al primo timeout disponibile, mentre il coach impartiva dettami tattici alla squadra, Barnes si fece portare il libretto e staccò un bell’assegno all’indomito aviatore.

Le storie tra realtà e leggenda incentrate sugli anni di Marvin Barnes agli Spirits si sprecano. La più famosa rimane quella secondo cui il giocatore, vedendo che l’aereo in partenza da Louisville alle 8.00 del mattino sarebbe atterrato a St. Louis (in un altro fuso orario) alle 7.56, esclamò: “Bro, bro, bro… Non so te, ma io non salgo su una dannata macchina del tempo!”. Di sicuro, Barnes condivideva l’opinione di MacKinnon sulla carenza di spirito di squadra. Al termine di una sua grande prestazione individuale, sbottò: “Stasera ho fatto 48 punti, perché nessuno mi ha più passato il pallone per farne 50?! Che razza di gruppo siamo??”.
Per fortuna di Weltman e soci, però, Marvin trovava il tempo per dedicarsi anche al basket. Partecipò all’All-Star Game ABA nel 1975 insieme a Freddie Lewis (con quest’ultimo eletto MVP dell’incontro), poi conquistò a mani basse il premio di Rookie Of The Year. Gli Spirits chiusero la regular season con 32 vittorie e 52 sconfitte, un record non esaltante, ma che permise loro di raggiungere comunque i playoff come terzi classificati nella Eastern Division.

Marvin Barnes (Spirits) contro Julius Erving (Nets)

Marvin Barnes (Spirits) contro Julius Erving (Nets)

Gli avversari al primo turno si chiamavano New York Nets, ed erano guidati dal più grande giocatore della storia ABA, il leggendario ‘Doctor J’ Julius Erving. I campioni in carica avevano vinto ben 26 partite in più rispetto agli Spirits, e avevano sconfitto nettamente Barnes e compagni in tutte e 11 le sfide stagionali. Il risultato sembrava già scritto, invece gli Spirits misero a segno uno dei più clamorosi upset di sempre. Marvin Barnes, esaltato dal trovarsi di fronte al suo idolo, giocò alla grande; 41 punti in gara-1 (vinta però dai Nets, grazie anche ai 32 punti di ‘The Doctor’), 37 in gara-2, 35 in gara-3. Si limitò a 23 e 17 punti nelle ultime due partite, ma St. Louis riuscì comunque a eliminare i Nets con un sonoro 4-1. Nei secondi che decisero gara-5, Erving commise un’inusuale infrazione di campo, consegnando la palla agli avversari. Sulla rimessa, la sfera tricolore finì nelle mani di Freddie Lewis, che segnò sulla sirena il canestro del sorpasso e della qualificazione.
Smaltiti i festeggiamenti (testimoni oculari narrano dei fratelli Silna fradici di champagne), gli Spirits erano pronti per un’altra sfida impossibile: battere i Kentucky Colonels. Guidati dal trio formato da Artis Gilmore, Dan Issel e Louie Dampier, i Colonels si rivelarono una corazzata inaffondabile, soprattutto per una St. Louis rimasta priva di Lewis (infortunatosi a una caviglia). 4-1 nella serie, Kentucky ebbe la strada spianata per il titolo e il sogno degli Spirits si infranse sul più bello.

 

CONTINUA (SECONDA PARTE)

Stefano Belli
stefmiik@hotmail.it

Creatore di Angry At The Rim e redattore per NBA Passion e American SuperBasket. Infanzia con Jordan & Malone, adolescenza con Kobe & Jason Kidd e 'maturità' con LeBron & Durant, può vantare lo stesso numero di canestri rotti di Shaq: 2, nella vecchia cameretta.

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