The Time of the Warriors

di Luca Previtali
Steph Curry Draymond Green The Time of the Warriors

I Golden State Warriors sono campioni NBA per il 2016/2017.
Di certo non è una sorpresa, ma se tra il dire al fare c’è di mezzo il mare, si potrebbe dire che la franchigia di Oakland ha raggiunto il “fare” attraversando allegramente il Golden Gate Bridge.
Vincere a parole è una cosa, ma vincere veramente è da campioni, ma più che da campioni è da squadra e i Warriors sono una vera squadra; una squadra che se non è la più forte della storia, ci va molto, ma molto vicino e questa stagione ne è la piena dimostrazione.
Tralasciando per un attimo che hanno conquistato per la terza volta consecutiva la classifica della Western Conference (con il record migliore di tutta la lega) e passando direttamente a commentare i loro Playoffs, bisogna subito sottolineare che hanno perso soltanto una partita su 17 e, come se mai fosse possibile, sono riusciti a migliorare ancora di più il loro stile di gioco, grazie all’innesto di Kevin Durant.
L’MVP di queste Finals non ha solo migliorato il gioco di Golden State, ha letteralmente guidato la squadra verso il 5° titolo della sua storia. Durant è riuscito a sanare un’enorme lacuna in casa Warriors, ovvero la loro grande difficoltà a giocare quando la palla è “ferma” e sul parquet è calato il ritmo. Golden State, indiscutibile maestra nel gioco in contropiede e nei tiri da 3, ha trovato la soluzione anche al suo tallone d’Achille: gioco fermo?! Che problema c’è, palla nelle mani fatate di KD e canestro sicuro!
Nulla ha potuto nemmeno il Re, vestito da leggenda per la grande occasione; un giocatore che, a dirla tutta, avrebbe potuto tranquillamente vincere il premio di MVP delle Finals, se non fosse che mai nella storia è stato assegnato ad un giocatore della squadra sconfitta.
Un Lebron James da fantascienza, probabilmente la sua migliore versione da quando è approdato nella NBA, che ha concluso la serie finale con una tripla doppia di media, il primo nella storia a raggiungere questo traguardo.
Se qualcuno non conoscesse l’epilogo delle Finals e dovesse leggere delle prestazioni da fenomeno di Lebron, probabilmente penserebbe a Cleveland campione NBA per il secondo anno consecutivo. E invece no, nonostante le imprese eroiche del numero 23, Cleveland ha perso senza poter far nulla per evitare la disfatta, d’altra parte non si vince per un singolo giocatore, anche se quel giocatore è il più forte di tutti. In quel di Cleveland, soltanto Kyrie Irving ha parlato lo stesso linguaggio cestistico del Re, ma per il resto niente da segnalare, tutti gli altri hanno dato davvero troppo poco e la pallacanestro targata Oakland ha avuto inevitabilmente il sopravvento.
Onere e onori agli sconfitti e ai vincitori ovviamente, che hanno giocato in modo stratosferico per tutta la stagione, spazzando via tutti gli avversari per arrivare a raggiungere il loro obiettivo; un titolo che passerà alla storia, un trionfo molto più importante di tutti i possibili record, una grande vittoria che porta la firma di tutti, ma in particolare di: Draymond Green, genio e sregolatezza (più sregolatezza a dir la verità), motivatore unico e difensore ineccepibile; Klay Thompson, silenzioso ma roboante quando serve, con i suoi canestri impeccabili per bellezza; Steph Curry, genio del gioco, fa cose che a noi umani non verrebbe nemmeno in mente di fare, pauroso ; Kevin Durant, talento e morbidezza, condottiero onnipotente e onnipresente, si è caricato tutta Oakland sulle spalle da vero leader; e ultimo ma non per importanza coach Steve Kerr, abile e ingegnoso comandante di una flotta completa in tutti i reparti. Beh sì, è doveroso considerare tutto il roster di Golden State: Iguodala, Livingston, Pachulia e tutti gli altri, perché tutti, anche se nel loro piccolo, hanno dato il loro apporto fondamentale alla squadra.
E’ proprio il caso di dire: l’unione fa la forza!

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