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Marcus Smart e il suo 2020: la lettera su The Players’ Tribune

di Michele Conti

Marcus Smart è uno dei giocatori più rappresentativi dei Boston Celtics: la sua sincerità, tenacia e forza lo rendono l’uomo migliore per trattare temi di estrema delicatezza. Decide così di guardare in faccia questo 2020, senza paura, nella vita come nello sport.  Non è la destinazione, è il viaggio che Marcus Smart ci fa compiere con questa lettera.                                                                             

Qui la sua pubblicazione su The Players’ Tribune. Buona lettura!

 

Questo articolo non parla di Pallacanestro.

Quando è arrivato il 2020, se mi avessero detto che qualsiasi cosa sarebbe andata per il peggio, e poi che avrei dovuto passare diversi mesi rinchiuso dentro una bolla nel mezzo della Florida…

Avrei pensato che fossi assolutamente un pazzo. Voglio dire, mi stai prendendo in giro? Non ci avrei creduto in nessun modo.

E invece, quando tutto ciò è realmente accaduto, io più di chiunque altro ero spaventato dall’idea di vivere dentro questa bolla. Niente famiglia? Niente amici dall’esterno? Niente… pasti fatti in casa? Mmm… Sarò sincero, mi aspettavo che una cosa simile facesse totalmente schifo.

Ma sai cosa? La bolla si è rivelata essere… piuttosto grandiosa. Non magari il cibo, o l’atmosfera, o il fatto che la nostra squadra non sia riuscita ad arrivare sino in fondo, ma la vera essenza della bolla in sé – la quiete.

Non me l’aspettavo, ma dopo soli quattro o cinque giorni ad Orlando, ho realizzato che la bolla sia stata una fortuna, perché mi ha dato l’opportunità di vivere sinceramente il mio tempo libero e di riposo. Molte delle cose di cui dovevo preoccuparmi normalmente – problemi in famiglia, impegni promozionali, posti in cui dovevo essere quel giorno a quell’ora – tutte queste cose erano fuori dalla mia finestra.

Potevo solamente sedermi, da solo, e… Pensare!

E potrebbe suonare un po’ strano o risaputo, ma in quei mesi sono riuscito per davvero a fare un passo indietro e prendere del tempo per conoscermi ancora meglio – cosa sia veramente importante per me, e a cosa io tenga più di ogni altra cosa.

La famiglia, i migliori amici, la pallacanestro, ovviamente tutto questo era costantemente nei miei pensieri. Ma ho avuto modo di riflettere anche su questo preciso momento storico che stiamo vivendo ora.

La mia esperienza con il COVID-19, la pandemia, e il continuo movimento di protesta contro le ingiustizie razziali in questo paese – e a come tutte queste situazioni si sovrappongono.

Ed è da qui che voglio iniziare.

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Rudy Gobert e Marcus Smart

Innanzitutto, la mia esperienza con il coronavirus è stata in sé memorabile. Proprio cinque giorni prima che la lega sospendesse la stagione, c’è stata una partita contro Rudy Gobert e gli Utah Jazz… e la mia fidanzata ha organizzato una festa a sorpresa per il mio compleanno dove c’erano tutti i miei compagni di squadra.

E quando è uscita la notizia della chiusura, e che ogni persona nella lega dovesse essere sottoposta al test, già avevo una brutta sensazione. Nel periodo che intercorreva tra la partita con i Jazz e la mia festa di compleanno, il pensiero era uno solo… Tutta la squadra risulterà positiva.

E come se non bastasse, la cosa peggiore era che in quel momento ci trovavamo a Milwaukee, ad alloggiare in quello schifoso ed infestato hotel che hanno lì.

Non bastava la sospensione della stagione, oltre che il fatto che l’intera squadra correva il rischio di aver contratto il coronavirus perché pochi giorni prima eravamo tutti insieme al mio compleanno… dovevamo passare una notte in più di quarantena in quella che sembrava una casa infestata presa da Scooby-Doo.

Quando finalmente tornammo a Boston e ci sottoponemmo al test, nessuno di noi mostrava sintomi, ma percepivo che delle brutte notizie erano in arrivo per noi.

Poi una mattina il mio telefono squilla. È un messaggio del nostro medico. “Hey Marcus, possiamo parlare?Sapevo già cosa stava per dirmi. Mi sentivo bene, perciò avevo piena fiducia che avrei sconfitto il virus. Non avevo paura, ero pronto.

Per una cosa non ero pronto… sapere dal nostro dottore che ero l’unica dannata persona nell’intera squadra che era risultata positiva. Letteralmente l’unica. Tra tutti quanti noi – giocatori, allenatori e manager e… tutti. Tipo… Scusami?!

Poco dopo questo, mio padre mi chiamò dal Texas e mi disse che anche lui aveva contratto il virus. E allora a quel punto, non mentirò, la situazione cominciava a spaventarmi.

Mio padre ha 74 anni. Ha una lunga storia di lotta con problemi respiratori, tra cui sei o sette attacchi di polmonite durante gli anni. Tutto quello che avessi letto riguardo il COVID-19, rendeva ogni cosa estremamente tragica per una persona della sua età e con il suo passato medico.

L’intera famiglia era pronta al peggio, ma poi… mio padre non ha avuto alcun sintomo durante la malattia. Nemmeno uno. È stato alla grande. È stata assolutamente una benedizione.

Ma ciò che è successo a me e mio padre non ha fatto altro che rendere la situazione ancora più dura e complicata per poter essere vissuta e compresa. Ci sono migliaia e migliaia di persone in questo paese dell’età di mio padre che non hanno sconfitto il virus. Diamine, ci sono anche molte persone della mia età che sono morte.

Questo ti porta a non capire mai con cosa abbiamo realmente a che fare. Gran parte di tutto ciò che stiamo attraversando appare un mistero.

La cosa che sappiamo per certo, però, è che questa battaglia è più grande di ogni individuo, e riguarda tutti quanti noi. Così quando ho saputo che il mio plasma e i miei anticorpi potevano essere usati per aiutare coloro il cui sistema immunitario non era sufficientemente forte – e che poteva potenzialmente salvare delle vite – ho colto immediatamente l’occasione per dare una mano.

E a mano a mano che cominciavamo ad imparare più approfonditamente come questo virus attacca le persone, sentivo di dover fare sentire la mia voce e fare del mio meglio per assicurare che ogni individuo della mia stessa generazione prendesse la questione molto seriamente.

L’ultima cosa di cui avevamo bisogno era che le persone assumessero la posizione secondo la quale perché loro stanno bene, allora non c’è motivo di prendere precauzioni.

Poi, quando divenne chiaro che gli afroamericani fossero le persone colpite più duramente – proprio quando numerose manifestazioni pacifiche stavano invadendo le strade del paese per protestare contro l’oltraggioso omicidio di George Floyd e facevano pressione per ottenere giustizia razziale – non ci fu modo più chiaro per rendermi conto che stavamo vivendo un periodo cruciale e decisivo nella storia.

Pensai, “siamo qui prendendo posizione per fare valere i nostri diritti, e allo stesso tempo c’è una pandemia in corso che sta uccidendo persone di colore ad un tasso più alto di qualunque altro individuo.

Non esisteva ragione per cui dovessi restare pigramente seduto e lasciare trascorrere questi eventi. Sono troppo legato a tutto questo, significa troppo per me. Io e la discriminazione, eccoci di nuovo. Abbiamo la storia dalla nostra parte.

celtics raptors
Marcus Smart a duello con Kyle Lowry.

Come bambino del Texas, persino quando facevo l’addetto vendita nei negozi mi chiamavano con dei nomi dispregiativi più volte di quante potessi ricordare. Quando ero al secondo anno ad Oklahoma State, un tifoso decise che fosse perfettamente normale per lui chiamarmi con quella parola con la “N”, dopo che mi gettai tra gli spalti durante una partita.

Quando entrai nella NBA nel 2014, il razzismo non si fermò.

Nel mio anno da rookie, comprai una Range Rover nuova e, conoscendo dei numerosi posti di blocco per le strade di questo paese, volevo essere sicuro che la tonalità del colore sopra i finestrini fosse legale. In qualche modo però, venivo continuamente fermato per questo motivo.

Una volta mi hanno detto, “Questa è davvero una bella macchina, anche costosa. È tua???” Un’altra volta, dopo essere di nuovo fermato per il colore sospetto, per fortuna l’agente di polizia mi ha riconosciuto. E non so per quale ragione ma inizia a parlare di Colin Kaepernick. “Non posso credere che quel ragazzo si inginocchi durante l’inno nazionale. Ci riesci a credere? Sono solo contento che tu non sei come quello lì. Giusto? Tu non sei come loro.

Avevo i brividi a sentire quelle parole.

Sembrava come se quell’agente cercasse di sfidarmi, così che io gli rispondessi in un modo che gli avrebbe permesso di agire contro di me. Diciamo che rimasi calmo, sperando che tutto filasse liscio, e chiedendo, più e più volte, “è tutto a posto, agente?

Circa un anno dopo, sono stato fermato per eccesso di velocità, e di nuovo la stessa storia. “Vai piuttosto veloce, sei un rapper o cosa?”. E poi, “No, parli troppo bene per essere un rapper.” E potrei andare avanti, è triste da dire. Ce ne sono parecchi altri, compreso anche situazioni dentro le arene della NBA.

Ma l’incidente che più mi è rimasto impresso, quello che più ha avuto un forte impatto su di me, accadde pochi anni fa dopo una vittoria al Garden. Stavo uscendo dal parcheggio dell’arena quando vidi una donna bianca con suo figlio – avrà avuto cinque o sei anni – che stava attraversando senza vedere che delle macchine si stavano velocemente dirigendo verso di loro. Avevo i finestrini abbassati e ho realizzato che qualcosa di brutto stava per succedere, così le ho gridato, gentilmente, che doveva sbrigarsi e venire via dalla strada altrimenti le due macchine la avrebbero investita.

La donna indossava una maglia bianca dei Celtics di Isaiah Thomas. In più c’erano intorno altre tifose che erano state alla partita. Credevo sarebbe stata cordiale con me.

NO.

Si voltò e… “Vaff*****o, tu fott**o n***o!!!” Per un secondo mi è mancato il respiro. Lo ha detto per davvero? E in un istante, mi sono sentito meno che un essere umano.

Per quella donna, non ero una persona. Ero visto come un intrattenimento usato per tre ore della sua vita. Niente di più. E, credetemi, mi ci è voluta ogni briciola di compostezza nel mio corpo per non insultarla. Pochi secondi dopo, me ne sono andato. Volevo solo essere da un’altra parte, ma non lì.

Penso ancora molto a quella notte, a quel momento. Ma più di ogni altra cosa, penso anche a… quel piccolo bambino. Mi torna in mente costantemente – e, onestamente, ora più che mai. Voglio dire, sputare fuori odio in quel modo? Davanti a un bambino? Mi ricorda che il razzismo non è qualcosa che hai dalla nascita, ma viene insegnato.

E il solo pensiero che quelle persone stiano veramente istruendo i propri bambini – con i loro modi e le loro parole – su come essere razzisti… mi spezza il cuore.

Così tante volte dopo quella discussione, ho pregato per quel bambino che la stessa sera teneva stretta la sua mano a quella di sua madre. Per il suo futuro. E per tutti gli altri bambini là fuori che vengono cresciuti ed educati prima ad odiare che ad amare.

Nessun bambino dovrebbe essere esposto a questo. I nostri figli meritano di meglio. Loro sono il nostro futuro. Coloro che dovranno decidere come si evolveranno cose come queste d’ora in poi. E ciò mi porta alla cosa più importante che voglio dire qui. Quello con cui voglio lasciarvi.

Nonostante tutto quel che abbiamo dovuto affrontare quest’anno – ogni cosa, così brutta com’è stata – io ripongo ancora speranza nel futuro di questo Paese. E posso dirvi che sono i giovani che mi rendono più speranzoso di qualunque altra cosa.

Sono i bambini che mi fanno essere… ottimista. Ancora. Sono ancora molto ottimista per il nostro futuro.

Dopo che i dottori mi certificarono di essere guarito dal virus, una delle prime cose che ho fatto è stata prendere parte ad una marcia a Boston. Volevo unirmi a tutte le persone che stanno facendo ogni cosa nelle loro possibilità per protestare contro l’ingiustizia razziale, l’odio e la brutalità della polizia, per cercare di assicurarsi che il futuro del nostro paese sia meglio del passato.

E ciò che ho visto è stato maestoso, qualcosa a cui mai abbia assistito prima di allora. Una moltitudine di persone di diversa etnia, età e gruppi sociali, tutte unite. È stato illuminante. Mi ha portato fino alle lacrime, perché ha mostrato quanto potenti possiamo essere insieme e cosa possiamo raggiungere, se solo riuscissimo ad unirci l’uno al fianco dell’altro.

Sento che la pandemia, e questo 2020 in generale, ci ha messo davanti a molte cose che andrebbero ripensate, nel nostro paese come nel mondo. Ma è meglio credere che ci ha anche mostrato che quando le giuste persone si uniscono, mettendo da parte le nostre differenze in nome del progresso e della giustizia, allora possiamo essere una vera forza per il bene della nostra comunità.

E ancora una volta, quello che più mi ha aiutato a mettermi in prima fila per sconfiggere questo momento ed a sentirmi ancora positivo per il futuro sono… questi bambini.

Ne ho visti così tanti con i loro genitori prendere parte alle marce, urlando e tenendo alti dei cartelli fatti da loro: sono sulla strada giusta.

Loro capiscono che l’amore è più forte dell’odio, che persone innocenti non possono essere uccise, che onestà e uguaglianza dovrebbero essere una certezza nella nostra società, e che noi tutti siamo coinvolti in questo, insieme. Dodicenni, bambini di cinque anni, studenti del liceo, e perché no… anche i neonati. Voglio pensare che là fuori ci sono anche dei neonati già svegli e pronti.

È pazzesco!

Mi fa sorridere pensare a tutti loro, a ciò che potranno raggiungere negli anni a venire in questo paese. Sono ispirato da quello che stanno già compiendo – da come non vanno semplicemente là fuori e osservano, ma come sono i primi a voler dare una mano per il cambiamento – e a dove arriveranno in futuro.

Finora abbiamo fatto un buon lavoro, abbiamo convinto molte persone della nostra causa, e in certi casi abbiamo anche ottenuto l’emanazione di nuovi regolamenti a nostro favore. Ma questo è solo l’inizio.

C’è ancora molto da fare.

È come quando giochi una serie al meglio delle sette partite: non esulterai dopo la vittoria nella prima gara, perché terrai gli occhi solo sull’obiettivo finale.

E se penso a coloro che avranno la palla nei momenti più decisivi in futuro… saranno i bambini. Lo credo dal profondo del mio cuore. Perché grazie a loro… io ho speranza.

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