Come ben sappiamo, in questo momento la NBA si trova di fronte a un’impennata di contagi da Covid-19 e sta cercando di modificare i protocolli sanitari.
A partire da mercoledì mattina, ben 60 giocatori sono entrati nei protocolli di salute e sicurezza della lega, di cui ben 13 giocatori solo martedì, registrando il dato di gran lunga più alto di questa stagione rispetto a qualsiasi altro giorno. Il precedente “record” era infatti di 4 giocatori al giorno, avvenuto per 4 volte di seguito, tutto nelle ultime due settimane.
In particolare, di recente si sono registrati dei veri e propri focolai nei Chicago Bulls, Charlotte Hornets e Brooklyn Nets (che avevano a malapena abbastanza giocatori per giocare contro i Raptors martedì, portandoli ad ottenere un’eccezione per firmare i giocatori). Infatti James Harden, Dwight Howard, Giannis Antetokounmpo e Ja Morant (già fuori per un problema al ginocchio) sono solo alcuni degli ultimi giocatori entrati nel protocollo in questi giorni.
La NBA e la NBPA stanno quindi esplorando più opzioni e ora si è arrivati a una trattativa incentrata sull’aumento dei test per il periodo di Natale e Capodanno, anche per i vaccinati, soprattutto perché la NBA non vuole rischiare cancellazioni proprio nel più importante giorno del calendario televisivo. Il punto è che, però, non è da escludere l’opzione di limitazione di movimenti esterni delle squadre, anche se la NBA non è ancora pronta a tale passo. Questo era, infatti, il protocollo della scorsa stagione, prima che i vaccini diventassero facilmente disponibili.
I test erano stati intensificati anche nel giorno del Ringraziamento, grazie a un altro accordo, che stabiliva che ogni giocatore e membro dello staff di livello 1 (quindi chiunque lavori a contatto con i team) dovesse eseguire un test ogni giorno, anche se vaccinato, eccetto che nei giorni di riposo.
Al momento la NBA ha imposto venerdì come scadenza per i giocatori che devono ricevere il richiamo di vaccino e per quelli che invece si rifiutano (andando incontro a norme più severe quali, appunto, i test il giorno stesso della partita), mentre i test si eseguono settimanalmente e non quotidianamente.
Per quanto riguarda il personale, la lega ha indetto che il personale idoneo che non ha ricevuto il richiamo non potrà più interagire con i giocatori, viaggiare con la squadra o continuare con il loro lavoro, tranne pochissime eccezioni.
I dirigenti e i funzionari sanitari hanno poi descritto, negli ultimi giorni, il loro senso di frustrazione nei confronti dei giocatori risultati positivi ma asintomatici, e sperano che presto possa essere raggiunto un punto in cui solo i giocatori sintomatici possano saltare le partite. La NBA, però, rimane consapevole che gli asintomatici possono comunque trasmettere il virus, e la lega rimane impegnata a seguire le indicazioni degli esperti.
La NBA spera che un maggior numero di giocatori e staff che hanno ricevuto il richiamo possa migliorare l’immunità collettiva, ma sembra improbabile che la NBA renda obbligatori i richiami.
Infatti, si è raggiunto un tasso di vaccinazione del 97% senza l’obbligo vaccinale e, quindi, spera di poter raggiungere un numero di richiami altrettanto alto senza renderli obbligatori.
C’è poi molto scetticismo sul fatto che questa recente impennata, che dicono essere stata prevista mesi fa, potrebbe causare delle chiusure, anche se ci si aspetta ci saranno più rinvii.
A proposito di ciò, molti direttori generali hanno anche notato che la Lega ha superato bene l’ondata di contagi dell’anno scorso (nonostante le varie partite rinviate), ed è stata in grado di finire la stagione giocando le Finals e incoronando i Bucks. In questa stagione non c’è un simile meccanismo in atto, quindi sarà più difficile sostituire le eventuali partite saltate che si potrebbero verificare e le disponibilità delle arene sono la ragione principale. Infatti è stato annunciato che, ad esempio, i Raptors avranno disponibile il 50% della loro arena, ma ci sono molte squadre che non prendono tali misure.
E’ stato sottolineato che qualsiasi cambiamento verrà apportato sarà determinato dalla scienza, però la preoccupazione è crescente e vedere le altre leghe che cercano di gestire i focolai con rinvii o cancellazioni non aiuta.
“Siamo praticamente indifesi ora. Non contro il fatto di ammalarsi, ma contro la trasmissione e rischio di contagio ” ha detto un preparatore atletico della Western Conference.
In ogni caso, è un mondo del tutto nuovo che la NBA, come anche lo sport in generale e il mondo intero, sta affrontando, con la flessibilità come complice principale.

