Il caso di Jacob Blake, il 29enne colpito con 7 proiettili in corpo a Kenosha, Wisconsin, da due agenti di polizia e che ora lotta per la vita all’ospedale, ha risuonato forte anche all’interno della bolla NBA di Orlando.
Dopo gli allenamenti di giornata, tanti giocatori hanno voluto riprendere il filo tirato poche ore prima da Chris Paul, LeBron James e George Hill, e fatto sentire forte il bisogno di azioni decise e dimostrative contro l’ennesimo atto di violenza della polizia ai danni di un cittadino nero americano disarmato.
Tra i più colpiti, Fred VanVleet e Norm Powell dei Toronto Raptors che hanno ammesso di aver considerato come squadra di boicottare persino la prossima partita di playoffs: “Sapevamo che il solo venire qui non avrebbe fermato alcunché, ma credo che decidere di non giocare potrebbe mettere pressione a qualcuno (…) in un mondo perfetto, se noi non giocassimo, magari i proprietari dei Milwaukee Bucks metterebbero pressione ai politici in Wisconsin, al procuratore generale, per ottenere giustizia e un vero cambiamento… so che non è semplice, ma noi siamo qui a parlare di cambiamento ed arriverà il momento in cui dovremmo davvero metterci in gioco e perderci anche qualcosa, qualcosa di più che soldi e visibilità“.
Poi, sulle eventuali iniziative di squadra: “Non dirò molto, ne stiamo discutendo ed abbiamo discusso parecchio. Alla fine siamo noi giocatori quelli coi microfoni puntati in faccia, quelli a cui tocca prendere una posizione. Eppure, quelli oppressi siamo noi, di fatto, per cui la responsabilità di cambiare le cose e smettere di essere oppressi è nostra (…) se ne parla tra noi, ci chiediamo: cosa siamo disposti a sacrificare? Ci importa davvero qualcosa di tutto quello che sta accadendo? Oppure fa solo ‘figo’ indossare una t-shirt? Serve davvero a qualcosa?“.
I Toronto Raptors hanno vissuto in prima persona come squadra gli ultimi sviluppi di una vicenda risalente alla scorso giugno, subito dopo la fine di gara 6 delle finali NBA 2019 e la prima storica vittoria: al presidente della squadra, Masai Ujiri, era stato impedito con la forza di avvicinarsi ai giocatori a centro campo, respinto dalla sicurezza della Oracle Arena nonostante il badge e le autorizzazioni. Dallo scontro con il vice sceriffo in servizio è nata una causa civile e di risarcimento danni contro Ujiri, i cui legali hanno diffuso nei giorni scorsi il video della bodycam dell’agente, che mostra come sia stato l’ufficiale ad alzare per primo le mani contro Ujiri.
Fred VanVleet: “…At the end of the day, if we're gonna sit here and talk about making change then at some point we're gonna have to put our nuts on the line and actually put something up to lose, rather than just money or visibility.” https://t.co/YEtHJd5Kyw
— Adrian Wojnarowski (@wojespn) August 25, 2020
Caso Jacob Blake: Jaylen Brown e Marcus Smart ipotizzano un boicottaggio in gara 1 tra Celtics e Raptors
A parlare anche i Boston Celtics, nelle persone di Marcus Smart, Jaylen Brown e coach Brad Stevens.
“Abbiamo tentato di protestare in modo pacifico” così Smart “Inginocchiandoci, parlandone, siamo venuti qui ed abbiamo provato a far sentire la nostra voce. Ma non sta funzionando è c’è molto ancora da fare. Oggi la nostra concentrazione non è solo sulla pallacanestro, siamo ai playoffs ma c’è qualcosa di più importante in gioco e tutto ciò che abbiamo fatto non ha dato risultati. Allora pensiamo ad un approccio diverso, a provare qualcosa di nuovo per farci sentire ancora più forte“.
Difficile ipotizzare oggi un boicottaggio di gara 1 del secondo turno di playoffs tra Celtics e Raptors, sebbene tra i giocatori tale scenario sia ritenuto possibile. “E’ stato già abbastanza difficile venire qui, in tutta onestà“, spiega Jaylen Brown “Il boicottaggio è qualcosa di cui si parla, non ancora concretamente ma è un sentimento che c’è tra i ragazzi in squadra. Siamo atleti, pagati per fare ciò che amiamo, ma siamo anche esseri umani e membri di una comunità, padri, figli, nipoti, fratelli… sono solo felice che grazie a Dio Jacob Blake è ancora vivo, perché chi ha sparato lo ha fatto per uccidere, e questo è un problema nel nostro paese. In quella situazione c’erano mille modi per uscirne, ma si sceglie sempre quello di uccidere. Il metodo migliore (…) vedere come si giustifica sempre, ‘aveva precedenti’, ‘forse era armato’… mi manda su tutte le furie, è una cosa che si sente spesso qui da noi. Niente di tutto ciò giustifica sparare a bruciapelo sette volte a un uomo per uccidere. Chi la pensa diversamente, non è un mio amico“.
Nelle scorse ore, il padre di Jacob Blake ha riferito ai media che il figlio resterà paralizzato a vita dopo il ferimento. Le indagini per stabilire i motivi che hanno indotto gli agenti a sparare sono in corso, e si basano soprattutto sulla testimonianza di un vicino di casa che ha girato il video che ritrae il momento degli spari.
Gli agenti erano stati chiamati sul posto per una lite familiare. Dalle immagini si vede l’uomo, identificato da un testimone come colui che stava cercando di sedare la lite, muoversi scortato dalla polizia, con una pistola puntata alla schiena. A un certo punto Blake, disarmato, prova ad entrare nella propria auto, ma un agente lo immobilizza da dietro, tenendolo per la maglietta. Nelle immagini si sentono almeno sette spari. Nell’auto si trovavano i suoi tre figli.
