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Clippers, pubblicato “Mentre eravamo via”, un video che racconta gli eventi recenti e si oppone alle discriminazioni

di Gabriele Melina

La morte del cittadino statunitense George Floyd ha scosso in primis gli Stati Uniti, e subito dopo anche il resto del mondo. Un gesto così crudele da parte di un ufficiale di polizia è stato condannato da milioni di persone sparse per il globo, le quali non hanno esitato a condividere il loro senso di sdegno o in prima persona lungo le strade, oppure affidandosi alla rapida diffusione dei messaggi attraverso i social network di uso più comune.

Per quanto riguarda il mondo NBA, sia atleti che squadre hanno agito il prima possibile per prendere parte a questa protesta che cerca di sconfiggere una minaccia oramai radicata all’interno della società odierna. Uno dei primi ad essere intervenuto è stato Stephen Jackson, ex ala con alle spalle quattordici anni di carriera nella lega. Egli aveva conosciuto personalmente Floyd nel Texas, e lo considerava come un fratello. A seguire, anche Dwane Casey, capo allenatore dei Detroit Pistons, Thabo Sefolosha, ala degli Houston Rockets, e tanti altri ex grandi del gioco come Michael Jordan e Kareem Abdul-Jabbar, hanno rilasciato dichiarazioni volte a condannare per l’ennesima volta le discriminazioni razziali.

Le trenta società che ogni anno fanno scendere in campo i migliori del mestiere hanno anch’esse preso una posizione comune. In linea di massima, escludendo una leggerissima controversia che ha coinvolto James Dolan ed i suoi New York Knicks, ciascuna franchigia ha espresso attraverso un comunicato stampa la propria adesione alla lotta contro il razzismo, cercando di valorizzare al contrario le diverse entità culturali. Nella giornata di ieri, inoltre, i Los Angeles Clippers hanno voluto approfondire tale tematica attraverso un video, narrato in prima persona da una delle loro superstar Paul George.

All’interno del filmato, denominato “While We Were Away (letteralmente “mentre eravamo via” ndr), vengono valorizzate le gesta di coloro che, nonostante l’effettiva presenza del Sars-CoV-2, hanno combattuto la minaccia in prima persona così da garantire al popolo il loro servizio. Partendo da tutti gli infermieri, dottori, che in questi mesi hanno dato del loro meglio per tentare di salvare il maggior numero di vite possibili, la narrazione si sposta poi verso i locali ed i negozi che popolano le strade delle nostre città, anche loro colpiti duramente dal punto di vista economico. In un secondo momento, il video si rivolge a chi è costretto a subire continue discriminazioni sociali, e definisce questo fenomeno come un “secondo virus“, la cui nascita va però collocata diversi secoli or sono.

Infine, il tutto si chiude con una frase che riassume lo spirito della pallacanestro e di chi pratica questo sport:”Il basket non offre nessuna cura, nessun vaccino, eppure può essere un grande esempio di collaborazione, cooperazione e lavoro di squadra“.

Clippers, un passato macchiato dalle parole razziste di Donald Sterling

I Los Angeles Clippers hanno avuto a che fare, purtroppo, nel loro passato, con un vero e proprio caso di discriminazione razziale.

Il 25 aprile 2014, il canale televisivo TMZ diffuse la registrazione di una conversazione tra Donald Sterling, all’epoca proprietario della franchigia californiana, e V. Stiviano, una sua amica o presunta fidanzata. Nella registrazione audio, risalente al settembre 2013, Sterling si dichiarava irritato dal fatto che Stiviano avesse pubblicato su Instagram una foto che la ritraeva in compagnia dell’ex leggenda dei Los Angeles Lakers Magic Johnson. Le parole esatte di Sterling furono le seguenti:”Mi disturba molto che tu voglia rendere pubblica la tua frequentazione con persone di colore. Puoi farli entrare in casa tua, puoi fare qualsiasi cosa tu voglia, ti chiedo solo di non portarli alle mie partite”.

Le dichiarazioni di Sterling fecero ovviamente molto scalpore nel mondo NBA. Il 26 aprile del 2014, i Clippers valutarono la possibilità, durante una riunione interna, di boicottare la partita di playoffs contro i Golden State Warriors prevista per il giorno seguente. Al termine della seduta, la decisione presa fu quella di indossare le magliette rivolte al contrario durante il riscaldamento, così da non rendere visibile il logo della squadra.

Il 29 aprile 2014, il commissioner Adam Silver annunciò l’espulsione a vita di Sterling dalla NBA con, in aggiunta, una multa di 2,5 milioni di dollari e il divieto di poter assistere dal vivo ad un qualsiasi incontro della medesima lega. Sterling perse ogni autorità nei confronti della squadra, e fu spinto a venderla ad un altro proprietario. Subentrò quindi Steve Ballmer, il quale cambiò immediatamente regime e riportò la squadra sulla giusta via morale.

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