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Celtics, Danny Ainge: “In ufficio da solo, mi preoccupa il post pandemia”

di Michele Gibin
danny ainge

C’è un uomo a Boston che continua ad andare in ufficio (rigorosamente da solo) anche con le luci della stagione NBA spente, ed è Danny Ainge, presidente e general manager dei Celtics che al Boston Herald ha raccontato di non aver rinunciato a frequentare la facility della squadra, anche in tempi di divieti mobilità ridotta.

Ci vado, sono sempre da solo, non c’è nessun altro del mio staff“, così Ainge “Guardo filmati e video, corro un po’ sul tapis roulant, faccio un po’ di esercizio su è giù per le scale. Poi torno a casa, e con me ci sono mia moglie, i miei figli e le rispettive compagne, bello no?“. Ainge, 61 anni, ha avuto in passato alcuni problemi di salute, che non lo hanno per fortuna costretto a lasciare la guida dei suoi Celtics, prima dello stop della stagione terzi nella Eastern Conference.

Come mi sento? Benissimo, non ci sono problemi di sorta, non ho avuto contatti ravvicinati con nessuno del team dai primi di marzo, siamo sempre in contatto, con i giocatori e lo staff ogni giorno. I giocatori fanno esercizio, cyclette, pesi, come da indicazione, i nostri trainer danno loro i compiti, tutti stanno seguendo le regole. E mi pare che stiano tutti bene, dalle nostre conversazioni, lo spirito resta buono“.

Il pensiero di Ainge va poi alla situazione attuale negli Stati Uniti, guardando soprattutto al futuro, al dopo-pandemia quando il mondo avrà a che fare con le fortissime ripercussioni economiche e sul mercato del lavoro: “Oggi, non ho paura del contagio quanto sono invece preoccupato per le persone che hanno perso o potrebbero perdere lavoro e benessere. Fa paura a pensarci, ricordo che anni fa a Phoenix uno psicologo mi disse che, nella nostra testa, la perdita del lavoro, o un fallimento, fanno più danni di un divorzio, o di un lutto, una cosa che mi colpì all’epoca. E di cui mi sono reso conto vedendo da vicino alcune persone vivere tutto questo. Non riesco nemmeno ad immaginare quanti milioni di persone potranno o hanno già perso il lavoro, penso solo a tutte quelle persone legate alla NBA, a tutti i livelli: arene, ristoranti, TV, compagnie aeree. Questa è una cosa che mi preoccupa molto di più del virus in sé“.

La speranza è trovare una cura in fretta, ed evitare che gli ospedali vengano travolti dall’emergenza (…) ma prima di ricominciare, dobbiamo curare le persone, occuparci di questo. Noi non possiamo fare di più che rispettare le misure, tenere le distanze tra noi e stare isolati o in quarantena. Sentivo da un sondaggio che il 90% delle persone intervistate segue le direttive, una cosa incoraggiante“.

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