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Timberwolves ancora in finale di conference, Finch: “La sfida era confermarsi”

di Michele Gibin
Timberwolves

Per i Minnesota Timberwolves valo lo stesso assioma utilizzabile per gli Indiana Pacers di là: non conta con che testa di serie arrivi ai playoffs ma come ci arrivi, con che spinta.

E i Twolves si arrivavano come una delle migliori squadre della Western Conference da febbraio in poi, forse la seconda-terza migliore dietro ai Thunder e in coabitazione coi Golden State Warriors rivitalizzati da Jimmy Butler. Al primo turno Minnesota ha fatto fuori dei Lakers corti sotto canestro e sfiatati in 5 rapide partite, e complice l’infortunio occorso a Stephen Curry ha fatto lo stesso con gli Warriors, spazzati via da gara 2 in poi. E sono così ritornati alle finali di conference un anno dopo la sconfitta netta per 4-1 contro i Mavs di Doncic.

Qualcosa di mezzo miracoloso per una franchigia… sfortunata? Che prima di oggi era riuscita a arrivare all’anticamera delle finali NBA solo una volta, nel 2004 quando c’era Kevin Garnett e Anthony Edwards aveva 3 anni. E che dal 2005 al 2023 aveva giocato i playoffs una sola volta.

Un anno fa erano Edwards e Karl-Anthony Towns le star, oggi Ant c’è ancora ma è cambiato il coprotagonista, quel Julius Randle che ha riscattato (fino a qui) una carriera che ai playoffs non è mai stata all’altezza di quella in regular season. Edwards e Randle si sono imposti fisicamente su Lakers e Warriors, dimostrando di aver imparato in pochi mesi a giocare assieme senza “fare a turno” con Ant migliorato nel leggere raddoppi e difese e nel non forzare passaggi coi tempi sbagliati, e con l’ex Knicks a abbracciare il suo “KAT interiore”, attaccare diretto i mismatch e prendere decisioni più rapide.

Minnesota ha cambiato pelle più volte attorno alle due star in questi playoffs. Da una serie lenta, giocata a metà campo al ritmo di Luka Doncic nel primo turno, a una corsa per vincere la sfida dei possessi contro gli Warriors in deficit di talento e spaziature senza Stephen Curry. Coach Chris Finch ha appena battuto senza appelli due allenatori quotati come JJ Redick, AKA il nuovo Pat Riley non foss’altro che per il capello pettinato all’indietro, e Steve Kerr. Lo scorso anno Finch aveva messo in fila Frank Vogel (Suns) e Michael Malone (Nuggets), tutta gente che ha vinto il titolo NBA.

La sfida che sin dal primo giorno abbiamo lanciato al gruppo è stata: siete una squadra da finali di conference o solo una squadra che ci è capitata? E c’era un solo modo per rispondere, cioè andarci di nuovo. Questa era la nostra missione” ha detto coach Finch dopo gara 5.

Un anno fa dopo che avevamo vinto contro Denver in gara 7 avevamo tutto il mondo che ci celebrava. E ti ritrovi da sottovalutato a favorito e non è detto che tu sappia gestirla. Non lo abbiamo fatto un anno fa ma oggi siamo maturati e sappiamo cosa vuol dire” così Rudy Gobert, che quando giocava in un’altra contender come gli Utah Jazz non era mai riuscito a raggiungere le finali di conference. A distanza di tre anni, per quanto costosa all’epoca, la trade con cui i Twolves lo hanno aggiunto è stata vincente.

La nostra mentalità è stata questa, nessuno si aspettava che battessimo i Lakers e nessuno si aspettava che battessimo gli Warriors” ha detto Donte DiVincenzo, al suo primo anno ai Twolves come Randle. “Vincere questa serie in meno partite rispetto all’anno scorso ci aiuterà, un anno fa fu davvero faticoso e pagammo lo sforzo” così invece Jaden McDaniels, altra scommessa vinta dai Timberwolves che per l’ala ex Washington University hanno investito due anni fa un contratto ricco, da 131 milioni di dollari in 5 anni. McDaniels ha giocato la sua miglior stagione regolare in carriera numeri alla mano e ai playoffs è cresciuto ancora, con oltre 15 punti di media, 1.4 recuperi e il 35% da tre.

Eppure non abbiamo ancora fatto niente, non siamo soddisfatti e anzi, siamo solo appena arrivati” questo il programma di Anthony Edwards. Che ora aspetta Nuggets o Thunder al prossimo turno sapendo che i suoi Twolves ci arriveranno da favoriti.

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