E’ il 10 febbraio 2015 ed i San Antonio Spurs sono di scena ad Indianapolis contro i Pacers. Ultimi secondi e il punteggio è fisso sul 93 pari, ma dopo una rimessa la palla arriva tra le mani di Kawhi Leonard che penetra e scarica per Marco Belinelli che finta il tiro dall’arco e mette a segno i 2 punti della vittoria. Fin qui niente di strano, l’ennesima vittoria, ma non una delle tante: si tratta della numero 1000 degli Spurs in regular seasion con Gregg Popovich alla guida. Diventa il nono Coach a raggiungere tale risultato ed il secondo a farlo con una sola squadra.
Ma facciamo un passo indietro di qualche anno: Gregg Charles Popovich nasce il 28 gennaio del 1949 a East Chicago, Indiana, da padre serbo e madre croata.
Inizia precocemente l’attività di allenatore di basket e ad appena 23 anni si trova ad essere vice allenatore della Air Force Academy, incarico portato a termine nel 1978.
Dopo qualche anno di esperienza in NCAA , inizia la sua carriera in NBA come assistente di Larry Brown ai San Antonio Spurs. Dopo una breve esperienza sempre come vice ai Golden State Warriors, viene richiamato in Texas nel 1994 ma questa volta nel ruolo di General Manager. La squadra non vive momenti particolarmente
felici e la svolta avviene nel 1996 quando Popovich licenzia coach Hill, e subentra come allenatore. Da qui inizia la leggenda.
Dopo un anno disastroso, complice l’infortunio della stella David Robinson, gli Spurs hanno diritto alla prima chiamata assoluta al draft 1997, e la scelta di Pop ricade su un certo Tim Duncan dalla
Wake Forest University. Scelta azzeccatissima e grazie a una straorinaria intesa con Robinson, i San Antonio conquistano il primo titolo NBA nella stagione ’98-’99.
Duncan fu solo una delle tante scelte azzeccate del coach, e dopo 4 anni arriva il bis grazie al trio Duncan-Parker-Ginobili che diventerà l’ossatura della squadra che resiste fino ad oggi.
Uno dei capolavori sul campo fu nel 2005: si arriva a gara 7 di una finale tiratissima contro i Pistons orchestrati dal maestro Larry Brown. E’ il terzo trionfo.
Dopo il quarto anello conquistato 2 anni più tardi contro i Cleveland di un emergente Lebron James pronto ad esplodere, si giunge ai giorni nostri.
Uno dei momenti più difficili di questi 19 anni è probabilmente il 2013, quando gli Spurs sono sconfitti in finale dai Miami Heat di James, Wade e Bosh con l’ausilio di un certo Ray Allen. Le critiche sono impietose: la squadra è subito etichettata come finita, un’era sulla via dell’inevitabile tramonto, con giocatori vecchi, bolliti e senza più fame di vittoria. Grandissimo errore.
L’anno seguente sancirà la definitiva consacrazione di Popovich che guida magistralmente i suoi giocatori, un mix di esperienza e freschezza che si fonde alla perfezione:gli anziani del gruppo sembrano ragazzini atleticamente, e i giovani entrano in campo con la tranquillità dei veterani. Questa mentalità porterà alla vittoria di un altro titolo, il quinto, di nuovo contro Miami, stavolta battuta e distrutta 4-1 dagli uomini del Texas.
Uno dei segreti di Popovich è stato sicuramente lo scegliere sempre personalmente il proprio staff, assicurandosi sempre di circondarsi di persone capaci ed affidabili.
Collaboratori che vivono a stretto contatto con il coach, e ne apprendono la mentalità e il modo di approcciarsi alle partite. Un esmpio moderno è quello di coach Mike Budenholzer, attuale allenatore dei sorprendenti Hawks di quest’anno, che è stato assistente per 16 anni di Pop.
Popovich si dimostra per tutti i versi un allenatore controcorrente, che sin da subito rifiuta l’estetica e il gioco votato all’attacco e alla spettacolarità tipici della pallacanestro americana, proponendo un gioco arioso e concreto, fondato sulla disciplina, su una solida ed organizzata difesa, sul gioco di squadra, e sul creare gli spazi tramite un rapido giro palla.
Per questi fattori, e per un carattere non dei più facili, non tutti sono in grado di giocare per gli Spurs e per Popovich. Proprio per questo un altro grande merito del coach è stato quello di saper scegliere i giocatori, ma soprattutto gli uomini, giusti alla causa.
Ma torniamo all’inizio, cioè alla fine o meglio al presente: penetrazione di Leonard e scarico all’angolo per Belinelli che manda a vuoto l’avversario e mette a segno il canestro della vittoria. Non è un caso che i due protagonisti del canestro della vittoria ( la numero 1000) siano proprio due uomini voluti da Popovich: non prime scelte e nemmeno superstar, ma ennesime e lungimiranti scelte basate su un preciso schema, un determinato criterio e soprattutto sulla coerenza. Una filosofia che fin qui non ha certo deluso.

