Tra i cestisti più vincenti della storia della NBA tutti parlano di Michael Jordan, Bill Russel, Kobe Bryant e compagnia. Ma c’è chi non accenna nessun particolare sulla vita di Robert Horry, uno che di titoli ne ha vinti non uno, non due ne cinque ma sette. Sette titoli, già. Eppure qualcuno lo ignora, dimenticandosi delle gesta di Big Shot Rob.

Robert Keith Horry nasce ad Harford County, nel Maryland, il 25 agosto 1970. Dopo essersi trasferito ad Andalusia, un comune dello stato dell’Alabama, inizia pian piano a prendere confidenza con la palla a spicchi, compiendo un discreto percorso con l‘high school locale. Il suo talento non passa inosservato e l’Università dell’Alabama gli offre una borsa di studio, che Horry accetta. Proprio qui  si mette in evidenza per le sue attitudini difensive con il record 282 stoppate messe a segno durante la sua carriera al college, arricchita dalla vittoria di tre titoli della SEC Conference. Per Robert è il momento di approdare tra i grandi della NBA.

Robert Horry durante la sua militanza con gli Houston Rockets.

Robert Horry durante la sua militanza con gli Houston Rockets.

Agli Houston Rockets serve un giocatore che possa dare imprevedibilità al roster la cui punta di diamante è il centro Hakeem Olajuwon. Così con l’undicesima chiamata del Draft 1992 i texani decidono di puntare su di lui. Come si suol dire, in questo caso la scelta fu quantomai azzeccata. Horry diventa un giocatore decisivo per la franchigia soprattutto nei momenti in cui la palla pesa, soprattutto ai playoff: la sua attitudine di ‘clutch player’ gli vale il soprannome di Big Shot Rob. I suoi tiri allo scadere infatti contribuiranno in maniera significativa alla conquista di due titoli da parte dei Rockets. Nei playoff 1995 Horry sale in cattedra in due momenti chiave: nella prima gara delle finali di Conference contro i San Antonio Spurs Horry, a 6,5 secondi dalla fine, si prende la tripla della vittoria per 94-93. Ma ancor più importante è quella messa a segno in gara tre delle Finals contro gli Orlando Magic. A 14 secondi dalla fine Big Shot Rob segna il canestro che fissa il risultato sul 106-103  e che consente ai Rockets di portarsi sul 3-0 nella serie. Alla fine sarà sweep e secondo titolo consecutivo per la franchigia texana, con Horry tra i protagonisti. A Houston rimane fino al 1996 prima di essere scambiato.

In quell’anno infatti la società lo include in una trade finalizzata per acquisire Charles Barkley dai Phoenix Suns. In Arizona Horry probabilmente scrive la pagina più scura della sua carriera visto che non sembra andare d’accordo con coach Danny Ainge. La goccia che fa traboccare il vaso arriva durante il secondo quarto di una partita contro i Boston Celtics: Robert inizia ad inveire contro l’allenatore a causa delle sue scelte tecniche e, in quell’attimo di rabbia, gli tira un asciugamano in faccia. I Suns non apprezzano il gesto e lo multano per 400.000 dollari, decidendo di cederlo.

Robert Horry ai tempi dei Los Angeles Lakers.

Robert Horry ai tempi dei Los Angeles Lakers.

Horry ritroverà la gloria perduta in quel di Los Angeles, con la casacca gialloviola dei Lakers. Infatti l’approdo nella Città degli Angeli rappresenterà una nuova sliding door della sua carriera. Da ala grande da quintetto base passa a ricoprire il ruolo di un sesto uomo capace di cambiare la partita in pochi istanti  sia con la sua difesa che il letale tiro dall’arco, come conferma gara 2 delle semifinali della Western Conference del 1997: con un impeccabile 7/7 firma il record di triple messe a segno senza errori durante una partita di playoff. Ma il meglio deve ancora venire. Dopo i primi anni che non regalano soddisfazioni in postseason, nel 1999, con l’approdo di Phil Jackson, si costituiscono le basi di quello che sarà il three – peat gialloviola. Il primo titolo della serie e il terzo personale di Horry arriva contro gli Indiana Pacers. Nella decisiva gara 4 l’ala piccola infilza l’arcigna difesa di Indiana con 17 punti in 37 minuti giocati. Killer instinct implacabile e freddezza da veterano, due qualità che conferma l’anno successivo, quando sulla strada che porta al titolo NBA ci sono i Philadelphia Sixers di un certo Allen Iverson. Manca un minuto al termine di gara 3: i Lakers sono in vantaggio di un punto e la partita è piuttosto complicata visto che Shaquille O’Neal è in panchina per un problema di falli. Ma per Big Shot Rob il pallone, durante gli sgoccioli della partita, pesa quasi come una piuma e lo conferma con la tripla sparata dall’angolo che porta i gialloviola avanti 2-1 nella serie (finirà 4-1).Per i Lakers Horry è ormai un giocatore più che fondamentale in post season: nel 2001/2002 inizia l’annata ancora dalla panchina, ma ai playoff coach Zen lo schiererà nello starting five per 14 partite su 19.                                            26 maggio 2002. Staples Center. Gara 4 delle Finali di Conference contro i Sacramento Kings, che guidano la serie per 2-1. I Lakers sono sotto di due punti (99-97). Bryant, a  cinque secondi dal termine, decide di penetrare in area per andare a canestro: succede tutto in un attimo. Kobe sbaglia il lay up, O’Neal non riesce a segnare il tap in e Divac, nel parapiglia generale, spazza il pallone che, purtroppo per lui, finisce nelle mani di Horry. Mancano solo due secondi. Horry prende la mira e mette a referto la bomba che regala la vittoria ai suoi e pareggia la serie, poi vinta successivamente. La prodezza, che probabilmente rappresenta lo zenit della carriera del giocatore, è stato il vero punto di svolta per la franchigia, che alle NBA Finals spazzano i New Jersey Nets con un 4-0, senza troppi complimenti.

Robert Horry con la casacca dei San Antonio Spurs.

Robert Horry con la casacca dei San Antonio Spurs.

Nell’estate del 2003 Horry decide di lasciare la California per approdare ai San Antonio Spurs, in Texas, per stare più vicino alla sua famiglia. Ormai 33enne, il prodotto di Alabama, il cui minutaggio è calato, si limita all’ordinaria amministrazione in regular season, per poi salire in cattedra, come di consueto, nei momenti clou della stagione. Un classico già visto e rivisto: siamo a Gara 5 delle NBA Finals 2005, gli Spurs si trovano davanti i Detroit Pistons. A pochi secondi dalla fine, Ginobili riceve il pallone dallo stesso Horry e viene ingenuamente raddoppiato da Rasheed Wallace che lascia Big Shot Rob da solo sull’arco dei tre punti. Una sentenza già annunciata. L’argentino restituisce subito il pallone al compagno che cala come una mannaia la tripla della vittoria per 96-95. In gara 7 metterà a referto altri 15 punti che portano il titolo dalle parti di San Antonio.   Gli anni purtroppo passano per tutti. Gli Spurs sembrano una squadra invecchiata e logora,ma nonostante tutto, riescono a fare bene ai playoff del 2007. Anzi, più che bene visto che arriverà un altro Anello non senza l’aiuto dell’esperienza e la freddezza di Horry. La vittima designata stavolta è la franchigia dei Denver Nuggets che in gara 4 del primo turno si vede sbarrare la strada dall’ennesimo tiro da tre del buon vecchio Robert che successivamente rimediò una sospensione per due partite nella serie contro i Phoenix Suns per un fallo su Nash. Nonostante ciò i texani approdano alle finali contro gli ambiziosi Cleveland Cavaliers di un giovane LeBron James, in quello che sembra uno scontro generazionale: finirà 4-0 per i neroargento, con Horry che migliora il record personale di triple eseguite nelle finali (53) ma che soprattutto si aggiudica il settimo titolo della sua carriera.

Già, sette anelli NBA, fedelmente conservati nel bagno di casa, che Big Shot Rob si gode da quando ha deciso di dire basta, nel 2008. Sette successi, conquistati con tre franchigie diverse ( detiene il traguardo insieme a John Salley) che lo rendono in assoluto quello che ha vinto di più dal 1976 (fra quelli che non hanno militato nei Boston Celtics negli anni ’60). Eppure c’è chi, con un pò di distrazione, se ne dimentica erroneamente.

Per NBA Passion,

Olivio Daniele Maggio (@daniele_maggio on Twitter)

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