07/07/2016

Fuori dal suo ufficio a Los Angeles c’è una più che confortevole temperatura di 27°, ma Luke Walton è tutto fuorché a suo agio. Dalla finestra non può che godere della graziosa fauna locale che già addobba le candide spiagge di L.A. Eppure non è per nulla tranquillo. Luol Deng ha appena firmato il suo contratto multimilionario e, con esso, è svanita ogni flebile speranza di un grande mercato free agent per i Lakers. Mamma, butta la pasta, direbbe Dan. Il resto è solo garbage time, roba da GM più che da Head Coach, firme scontate o quasi, qualche role player come assicurazione-infortuni e un cinese consigliato dall’ufficio marketing.
Luke però comincia ad avere qualche dubbio. Chi non ne avrebbe dopo essere passato da vice della squadra col miglior record di sempre a quella col peggior record di franchigia? Solo un pazzo, probabilmente. Ma come poteva dire di no alla famiglia Buss? Come poteva dire di no a Jim?
Sente l’aria condizionata penetrare tra i capelli ormai aggrediti dall’alopecia, mentre osserva nella sua testa le tessere del puzzle chiamato roster che si trova a dover risolvere. Nella strada sotto di lui un clochard si ferma all’angolo, tira fuori lo smartphone e controlla qualcosa, forse le email. Luke ha l’illuminzione.
Smart-ball?
Le prime due partite dei Lakers parlano di una vittoria ed una sconfitta. Ma se giova poco esultare per la prima (arrivata quando i Kings titolari hanno riposato per tutto il secondo tempo), analogamente vanno mitigati i rimpianti per la seconda (tutto l’ultimo quarto giocato dai Lakers con le riserve delle riserve). Ogni cosa, inoltre, va pesata con la tara della pre-season, dove lo scopo principale è non farsi male.
Detto ciò, nei Lakers si sono viste cose interessanti.
La prima è che lo small-ball è rimasto in quel di Oakland. A L.A. non hanno il roster (e nemmeno l’esperienza) per poterlo mettere in pratica proficuamente. I Lakers non si sono visti con quintetti piccoli, per esempio con Deng o Ingram da quattro e Randle o Nance da centro. Anche (e soprattutto) in difesa, non si sono visti gli switch sui blocchi marchio di fabbrica dei Dubs, così come l’estensivo affidarsi alla soluzione dell’arco.
Per questo parlare di small-ball è impossibile. Ma la mano di Walton si è sentita. Eccome.
Cercando il nome migliore per definire ciò che sta cercando, mi è venuto in mente smart-ball. Smart nel senso di intelligente, furbo. Piuttosto che cercare di insegnare al roster il Gioco, Walton sta adattando ciò che ha visto e imparato a Golden State alle caratteristiche e peculiarità del materiale umano a disposizione. Cercando in questo modo maggiore naturalezza nello svolgersi delle azioni, senza schemi forzati oltre le capacità del singolo.
Luke non ha tanti tiratori, non ha ali forti, veloci e intelligenti,non ha centri dal passaggio sopraffino e nemmeno guardie che difendono come Gimli ed attaccano come Legolas.

Le due anime di Klay Thompson
E non ha Steph Curry.
Ma i Laker hanno qualcosa che (incredibilmente) i rivoluzionari Warriors non hanno: il gioco in post.
Post&Three
Randle lo aveva come marchio di fabbrica (l’unica cosa che sa fare, oltre che prendere rimbalzi), Nance lo ha sviluppato, migliorando soprattutto la messa terra della palla. Ma colui che mi ha più sorpreso, trovando una nuova dimensione nel suo ruolo, è Clarkson: nel pressi del ferro è sempre stato efficiente, ma in genere preferiva le penetrazioni. Al contrario adesso si muove bene (benino, dai…) sotto canestro, con un piccolo repertorio di finte e sottomano. Qualcosa su cui continuare a lavorare, insomma. Mozgov inoltre non sarà il miglior centro dell’universo, ma nel pitturato sta a Hibbert come Bolt sta a Montolivo.
L’uso estensivo del pick&roll non si limita a penetrazioni al ferro o scarichi sui tiratori (che, al contrario, si sono visto poco o nulla), ma le guardie (Russell e Williams in primis) non disdegnano i reietti (dalla moda) tiri dalla media e saltuarie situazioni di isolamento.
I Lakers dunque cercano il post, tirano dalla media e non cambiano sui blocchi. Ma non per questo non hanno sembrano talvolta dei Dubs in erba.

Russell lascia la palla a Williams, sfrutta tre blocchi (non proprio ineccepibili ma comunque funzionali) e si smarca per un “comodo” tiro da tre. Ora ditemi che non vi ricorda qualcosa.
I blocchi off-the-ball stanno diventando il marchio di fabbrica di questi nuovi Lakers, non finalizzati all’estremo dell’efficienza (tiro da tre o attacco al ferro), ma parte di un gioco più duttile e, forse, tradizionale.
7 seconds or less
Altro fattore determinante in queste due gare è stato il gioco in transizione. I Lakers hanno gestito molto bene i contropiedi, sia dopo il rimbalzo difensivo che nelle molteplici palle rubate. Questa capacità di sfruttare le palle perse è il motivo principale di parziali monstre con i quali i Lakers hanno messo in difficoltà entrambe le squadre affrontate, in modo molto simile a ciò che fanno i Warriors (con le dovute proporzioni). E quando vedi un lungo passare così, non puoi che ben sperare.

Randle-Zubac connection
Zubacca, come già è stato soprannominato, si è presentato al pubblico losangelino con stoppate e tanta sostanza, pur nel suo gioco a tratti ancora ingenuo. Forse difetta di personalità, caratteristica piuttosto comune agli europei, soprattutto se così giovani, alla loro prima esperienza in NBA. Ma si è fatto trovare pronto e le poche cose fatte, le ha fatte bene.
Chimica
La sorpresa più grande, per quanto mi riguarda, è stata la “retrocessione” di JC alla panchina. E questo ci porta a qualche ragionamento sulle rotazioni.
Walton ha impostato quintetti piuttosto profondi, con 12 giocatori tra i 10 ed i 24 minuti di utilizzo medio, con il solo Russell a quota 27. Ha testato inoltre diverse combinazioni, pur rispettando i ruoli “teorici” dei suoi giocatori. Clarkson ha giocato meno di 20 minuti, partendo come detto dal pino, ma sempre come SG, accoppiato a Calderon o Huertas.
Si sono visti poco, invece, i due Swag-Bros giocare assieme, ed ancora meno si sono visti nel quintetto green (nel senso di verde, non di Draymond) con Ingram e Randle. Pur con pochi minuti, JC è sembrato però ulteriormente cresciuto: il suo atletismo è migliorato, le palle rubate salite a livelli imprevedibili e il tiro da tre è rimasto affidabile. I tiri sulla sirena del quarto passano spesso dalle sue mani, sintomo di sicurezza nei propri mezzi. Inoltre cerca con maggior frequenza il contatto con il difensore, con diversi 2+1 conquistati.

Black e Nance vanno in raddoppio, Ingram recupera e lancia Clarkson in transizione che termina al ferro con canestro e fallo.
Il quintetto più interessante è sembrato quello composto da Russell, Clarkson, Ingram, Nance, Black: ad una difesa sufficiente si accompagna un attacco dalle soluzioni praticamente infinite, dal semplice pick&roll tra guardie e lunghi, ai blocchi off-the-ball, fino alle (poche) ISO. Non molti minuti giocati, ma di sostanza.
Walton è più interessato, al momento, a far fare esperienza a questi giovani, affiancandoli nei quintetti a giocatori di grande e variegata esperienza. Per farli giocare assieme (e coltivarne l’affiatamento) ci sarà tempo.
D#
Come detto, la difesa non è stata all’insegna dei cambi sui blocchi, ma il risultato non è stato comunque negativo, segno che si può ancora difendere alla “vecchia maniera” risultando efficaci.
Ingram in attacco mi è stato piuttosto evanescente ed in difesa è sembrato poco a suo agio. Poi sono andato a vedere le statistiche e ho trovato due stoppate ed una rubata per partita. E soprattutto un differenziale plus-minus di +12.7, il più alto del roster.
Il differenziale di squadra, +8, lascia ben sperare in una difesa solida, anche se magari non impenetrabile.
Sui blocchi non sono stati sempre ineccepibili, tutt’altro, ed anche nei recuperi hanno lasciato a desiderare. Fortunatamente hanno recuperato con gli aiuti, con Black, Zubica e Ingram sugli scudi.

ZUBACca!
Non benissimo a rimbalzo, invece, concedendo sia nel proprio che altrui pitturato troppe palle recuperate. Non è solo il taglia-fuori ad essere mal praticato, ma anche l’aggressività necessaria a farsi largo sotto canestro. E dubito sia solamente la fase prestagionale la causa.
Varie ed eventuali
Tarik Black ha giocato con astuzia e fisicità contro di Kings, ribaltando quasi da solo la partita. Contro le riserve dei Re ha fatto valere la forza straripante e le buone doti di rimbalzista, evitando accuratamente i jump-shot, non alla sua portata.

Non è mossa la foto, è che dopo questa schiacciata di Tarik Black il campo gravitazionale ha avuto una scossa di assestamento.
Al contrario, Anthony Brown ha dato segni di ripresa in garbage time, sempre contro i Kings, anche se non si è poi confermato altrettanto bene contro Denver. Pochi tiri presi, ma l’atteggiamento è stato positivo: ha gestito la palla con personalità, ha messo 1 tripla su due e ha allungato le braccia sulle linee di passaggio. Si, non è molto, ma comunque un sintomo.
Il tabellino degli appunti termina con il jump-shot di Randle. O meglio, dei tentativi di tiro in sospensione. Julius ha provato ad allargare il campo con soluzioni dalla distanza, quando smarcato. Purtroppo ha avuto poco successo, ma nonostante questi tiri ha mantenuto in ogni caso un’ottima percentuale complessiva (oltre il 50%). Dalla lunetta, invece è stato molto meno efficiente (40%) e su questo aspetto dovrà lavorare molto.
Cosa manca?
Questi Lakers hanno preso una strada piuttosto ardua e lunga, anche se sembra quella giusta. Adesso hanno bisogno di tempo, soprattutto giocato, per affinare tutte le nozioni che hanno e dovranno apprendere. Ma ciò che è del tutto mancato è, fino ad ora, un lungo che possa non essere battezzato dalle difese. Le soluzioni dall’arco sono coperte solo dalle guardie e l’esperimento di Young come SF è troppo deficitario in difesa per poter essere ripetuto per molti minuti.
Nance ha un buon tiro, ma non arriva fino all’arco, mentre Randle, come già detto, ha tanta buona volontà, ma non sufficiente a far muovere la retina con i piedi fuori dal pitturato. Per non parlare dei centri.
In sostanza i Lakers hanno bisogno di ciò per cui hanno puntato sulla roulette: Ingram. Al momento è solo un manichino, un prospetto. Se diventasse ciò che tutti sperano, ovvero un difensore arcigno con un ottimo tiro dalla distanza, risolverebbe buona parte dei problemi giallo-viola.
Nuova vita
Nonostante tutte le cautele del caso, in definitiva, i Lakers sono tornati a nuova vita, ritemprati da un’estate molto proficua, da un allenatore con le idee ben chiare e da un ambiente sano e leggero, per nulla sotto pressione. I giovani sono allegri e motivati, i vecchi leoni lottano senza risparmiarsi e tutta la squadra ha un atteggiamento costruttivo.
Da qui a parlare di risultati positivi ce ne passa, è pur sempre preseason, ma dopo anni di angoscia e sconfitte, anche solo il fatto di vedere un gioco orchestrato come si deve è una gioia non da poco.
Walton ha ben seminato, i primi germogli sono spuntati, resta da capire se è grano o gramigna.

