Il bilancio della stagione di Gary Harris si è rivelato tutt’altro che esaltante. L’esterno dell’Indiana ha chiuso il suo anno da rookie con appena 3,4 punti di media in 13 minuti di impiego, arrivando alla doppia cifra solamente in 4 occasioni su 55 presenze totali. Un po’ pochino per uno che al draft di 12 mesi fa venne scelto al primo giro con la diciannovesima assoluta, al termine di un’annata a Michigan State nella quale con i suoi Spartans aveva collezionato cifre che parlavano di 16,7 punti, 4,0 rimbalzi e 2,7 assist.
Coi Denver Nuggets, lo scarso impiego operato da Brian Shaw prima e Melvin Hunt poi, unito alle pessime percentuali al tiro (30,4% dal campo con il 20,4% da 3) hanno certificato le difficoltà del primo anno tra i pro di Harris. Un avvio in salita figlio di un difficile adattamento ai ritmi elevati dell’ NBA, dove si è trovato a prendere tiri contro avversari più forti fisicamente e con leve più lunghe delle sue (essendo lui un 6.4 ovvero 193 cm), faticando di conseguenza ad entrare nelle rotazioni dei Nuggets. Note meno dolenti per quanto riguarda l’aspetto difensivo, fondamentale nel quale il prodotto di Michigan State ha parzialmente confermato il suo valore e la predisposizione al sacrificio sugli 1vs1 avversari. Piedi rapidi e buona difesa sul pick and roll, sembra avere il quid necessario ad accoppiarsi con le combo guard della lega, ma per veder aumentare il suo minutaggio ha il dovere di migliorare anche questo aspetto.
Per incrementare le sue cifre in attacco nella stagione da sophomore dovrà anche e soprattutto lavorare per adeguarsi ai tempi di gioco della lega. Durante i suoi due anni di college riusciva saltuariamente a mettersi in proprio con un un buon uso delle finte e dello step back, oltre ad aver sempre mostrato buone letture sui pick and roll e una conclamata affidabilità sugli scarichi. Ma al piano di sopra, con avversari più dotati e ritmi più alti, deve riuscire mantenere inalterata la qualità del suo tiro da fuori accelerando i tempi di esecuzione, ragion per cui sarebbe consigliabile un’estate dedicata in modo particolare al lavoro sul suo catch and shoot. Non gode di un primo passo bruciante che gli consenta di andare al ferro con continuità e non è in grado di creare granché dal palleggio, motivi in più per costruirsi una fama più come tiratore e difensore affidabile che come penetratore. Considerando che deve ancora compiere 21 anni, il pubblico del Pepsi Center potrebbe cominciare ad amarlo per i suoi intangibles in difesa e per le sue non trascurabili qualità di passatore.

