“The Dancing Bear”

di Luca Previtali
NBA: Los Angeles Lakers at Golden State Warriors

L’attacco fa vendere i biglietti, mentre la difesa fa vincere le partite! Quindi se Steph Curry, insieme a KD, fanno vendere i biglietti, Draymond Green dovrebbe essere il giocatore di Golden State che più ha i meriti delle numerose vittorie, o più o meno questa è la teoria.

Draymond Green
Ammesso e non concesso che sia così, l’unica cosa che conta davvero è che “The Dancing Bear”, l’orso ballerino proveniente da Michigan State, è uno dei giocatori più importanti dei Warriors ed è anche uno dei più acclamati alla Oracle Arena.

Draymond Green è famoso per essere un ottimo difensore, è un colosso di 2 metri che sa muoversi quasi come una guardia, è fortissimo ad attaccare il ferro ed è dotato di un buonissimo tiro, soprattutto dalla distanza, ma non è da sottovalutare nemmeno la sua grande capacità di servire assist.
Ai tempi del College, nessuno avrebbe mai scommesso un dollaro su di lui, almeno per quanto riguarda i livelli di gioco che ha raggiunto, però Draymond non ha mai perso la sua incredibile forza di volontà e la sua immensa determinazione, fino ad arrivare ad essere il giocatore che è oggi.

E’ un elemento indispensabile per Golden State sia a livello tecnico che a livello mentale, a volte si perde e sicuramente in questo deve migliorare, ma quando è in giornata è devastante. Non ha un carattere facile e la maggior parte delle volte non si fa amare dal pubblico non di fede Warriors per comportamenti ai limiti, se non oltre i limiti, del regolamento. La scorsa stagione, durante le Finals è stato squalificato e costretto a guardarsi da spettatore gara 5, partita che, con lui in campo, avrebbe potuto consegnare il titolo a Golden State, visto che fino a quel momento erano in vantaggio 3 a 1 nella serie. Magari sarebbe andata allo stesso modo, però, considerando anche che si giocava ad Oakland, avere a piena disposizione l’orso ballerino avrebbe potuto dare i suoi frutti.

Sappiamo tutti come è andata a finire: Cleveland ha vinto con grandi meriti, Golden State ha perso per altrettanti demeriti e ricondurre la sconfitta dei Warriors a questo episodio sarebbe completamente sbagliato e fuori luogo. Non si vince e non si perde una serie al meglio di 7 partite per una singola decisione o un singolo errore da parte dei giocatori, dell’allenatore o degli arbitri. E’ sotto agli occhi di tutti che a questi livelli errori del genere sono inammissibili, perché un giocatore come Draymond Green non si può permettere di perdere lucidità e di commettere certi tipi di falli. Visto che durante le finali di Conference era già stato graziato dopo aver colpito duramente Steven Adams, poteva benissimo evitare di rifilare una manata a Lebron James in gara 4 delle Finals; invece niente e così l’NBA ha deciso di squalificarlo.
Ha peccato di ingenuità e forse anche un po’ di superbia; questa lezione potrà essergli utile per migliorarsi come professionista e magari anche umanamente, tenendo sempre presente che essere sicuri di se stessi è un bene, ma credersi sempre migliori degli altri può portare, a volte, a “farsi male”.

Draymond Green: sicurezza nei propri mezzi

Per avere un’idea di quanto Green è sicuro di se stesso, considerate che il numero 23 dei Warriors è stato selezionato come 35sima scelta assoluta al Draft e non ha mai digerito pienamente la cosa, tanto è vero che ricorda a memoria i nomi di tutti i 34 giocatori che sono stati scelti prima di lui. Ma come Dray?! Sul serio ci sei rimasto così male?! Sì, ma semplicemente per rimarcare il fatto che è più forte di molti di loro (di quasi tutti). La storia insegna che non importa in quale posizione sei stato scelto alla lotteria del Draft, tutto dipende da quello che un giocatore dimostra una volta approdato nella lega di pallacanestro più famosa del mondo. Ne sono la prova moltissimi giocatori diventati in seguito veri e propri simboli di questo gioco, ad esempio: Steve Nash e Manu Ginobili, Thomas (solo per citarne alcuni). E’ doveroso ricordare che anche Michael Jordan, il più grande giocatore di tutti i tempi, non è stato esattamente la prima scelta nel Draft, anche se quello del 1984 è stato uno dei più prolifici, se non il più ricco di talento della storia.

Draymond Green si carica così, è un combattente nato, non molla un colpo quando si trova sul parquet e nemmeno nella vita di tutti i giorni. Diciamo che l’orso ballerino è anche un orso che ne combina anche qualcuna più del dovuto, perché non si lascia scappare occasione per far parlare di sé, ad esempio, quest’estate è stato arrestato per rissa ed è stato al centro dell’attenzione per un siparietto osé. Non di certo una condotta da 10 e lode!

Il più delle volte riesce ad attirare l’attenzione in senso positivo, con prestazioni di enorme spessore ed è per questo che, dopo aver vinto il titolo con Golden State nel 2015, è stato inserito per 2 anni consecutivi nell’NBA All-Difensive Team (2015-2016) e lo scorso anno è anche entrato a far parte dell’All-NBA Team; in pratica è uno dei migliori difensori e anche uno dei migliori cestisti in assoluto del panorama statunitense.

Che dire, ci si aspettano grandi cose da Draymond Green e al di là delle sue statistiche, quello che più conta è ciò che sa dare alla squadra, la carica emotiva che sa trasmettere; perché comunque, giocando in una squadra di fenomeni, è molto più importante il suo apporto in fase difensiva che la sua percentuale al tiro, anche se nel meccanismo di una squadra ogni singolo tassello è importante, soprattutto quando si arriva ai Playoff.
D’altra parte si sa che il suo rendimento è direttamente proporzionale all’importanza del palcoscenico, come un vero e grande ballerino….

Come on Dancing Bear!

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