
L’estate, per ogni appassionato di NBA che si rispetti, è una lunga e snervante attesa ancora più snervante. Ancor più aggravata dal caldo, dai campetti di periferia sempre occupati e dall’uso ridotto di indumenti da parte del sesso opposto (o dello stesso sesso, a seconda delle preferenze). Tra i giochini ricorrenti per ingannare il tempo, oltre a visionare interminabili highlight collegiali, all’intensa Summer League e a comporre fantasiosi quintetti delle meraviglie, c’è anche il disquisire su chi sarà il futuro RoY (rookie of the year). E, sopratutto, chi si rivelerà il vero Steal of the Draft.
Nell’anno domini 2015 questo titolo non ufficiale non poteva avere altro nome che Jordan Clarkson.
Secondo giro
Quando Dante scrisse l’Inferno della sua famosa trilogia (che, per inciso, sconta due sequel non all’altezza dell’originale), tra le varie allegorie che possono esservi lette c’è anche il Draft NBA. Non vedo altra spiegazione all’evidente legame tra giri del Draft e Gironi danteschi. Più aumentano le posizioni, peggiore è la pena per il peccat… ehm, aspirante giocatore. Tant’è che gli sfortunati scelti dalla 31esima in poi, oltre a non avere un contratto garantito; hanno ben poche chance anche solo di provare a vestire la maglia della franchigia che hanno scelto. Se poi questi “dannati” vengono selezionati da una squadra già ben equipaggiata nel ruolo… beh, diciamo che potrebbe non essere una gran bella giornata.

Talvolta, però, accadono magie imprevedibili. Come quella che ha convito un selezionatore dei Lakers a pagare in contanti per i servigi di un mezzosangue, padre afroamericano e madre filippina, per dare il cambio ad una leggenda vivente ed ancor per poco giocante come Kobe Bryant. Scelta dopo scelta, i nomi passano e le speranze dei restanti diminuiscono sempre più. Il telefono dei Wizards è infuocato, mentre i Lakers cercano di convincerli a vendere la loro prima quanto sacrificabile prima scelta. La contrattazione riesce. Gli Hornets lo passano e tra le fila gialloviola è tutto un battere cinque e congratularsi a vicenda.
Clarkson arriva così in maglia gialloviola contro ogni previsione, scelto alla 46 dai Wizards e comprato per un tozzo di pane (o meglio, per 1,8 milioni di tozzi di pane). Posizione significativamente peggiore rispetto ai vari mock pre-March Madness, dove le sue prestazioni avevano subito un tracollo, in gran parte dovuto alla lotta che il padre stava conducendo contro il cancro.
La dura realtà
Nome pesante, ma piuttosto comune in America, Jordan arriva da perfetto underdog. Lontano dai riflettori di un Draft per diverse ragioni dimenticabile. Giunge in una squadra disastrata che sopporta il fardello di un giocatore ridotto a macchietta di se stesso, abbattuto continuamente dagli infortuni.
Gioca una buona Summer League, quell’anno, anche se tutti gli occhi sono puntati sulla prima scelta, Julius Randle. I due non possono essere più diversi: Julius è grosso, potente e le aspettative nei suoi confronti pressanti; Jordan è il ragazzo arrivato quasi per sbaglio, un piccoletto sgusciante e imberbe. Randle terminerà l’anno da rookie dopo 15 minuti di stagione regolare, spezzandosi autonomamente la tibia.
Il primo giorno di preseason, Jordan arriva presto in palestra. Comincia con un po’ di esercizio per scaldare i muscoli e allentare la tensione, nonostante l’estate californiana ancora persistente lo renda piuttosto superfluo. Si trova un po’ spaesato tra tutti quei pilastri visti a malapena in TV, così prende a tirare solitario a canestro. Si distrae così fino a quando qualcuno gli urla:
“JC, ti tocca Kobe!”
Il terrore, o forse solo la soggezione, prende il sopravvento quando realizza che avrebbe dovuto allenarsi 1 vs. 1 contro una leggenda. Anzi, la Leggenda.

Kobe non è mai stato un tipo facile, con gli avversari ed ancor più con i compagni è sempre stato molto, fin troppo esigente. Ma lo era anche con se stesso. E ciò che lascia a JC non è solo ciò che ha potuto comunicargli con l’allenamento o le parole, ma soprattutto con l’esempio. Quello che lo porta ad allenarsi anche a carriera ormai finita, senza più molto da chiedere o da dare alla propria squadra. L’esempio di chi gioca perennemente accompagnato dal dal dolore, con le articolazioni sempre sotto ghiaccio ad ogni sosta in panchina.
O come quando nella partita di Natale, dopo aver rubato una palla di difesa ed aver corso in transizione senza difensori, Clarkson sbaglia un facile layup. Kobe non gli mente, non cerca di consolarlo o di rassicurarlo. Gli dice semplicemente che così è la vita, è il basket. E che sarebbe successo ancora. E ancora.
Baby time
Byron Scott è un allenatore vecchio stampo e considerato un po’ da tutti non molto adatto a coltivare giovani talenti. Il suo metodo di lavoro è qualcosa del tipo: “Non ti dico cosa devi fare, ti dico solo cosa NON devi fare“. Che possa essere valido o meno, resta forse ingiusto giudicare dai soli risultati finali. Ma il sentimento di liberazione quando è stato cacciato (quasi a furor di popolo) per lasciare la panca a Walton, è forse il miglior sintomo dell’aria che si respirava in quello spogliatoio.
Immagino che a Scott sia sembrata una grande idea costringere Clarkson a viaggiare per lo Staples con Ri-ri al seguito. Per chi non sapesse chi sia Ri-ri, agevolo una diapositiva:

Ri-ri, Clarkson baby doll
No, non si tratta di un errore e nemmeno di una scadente battuta. Clarkson, e Tarik Black per inciso, vengono davvero costretti a portarsi appresso una bambola giocattolo. A metà strada tra nonnismo e insegnamento di vita (propendo più per il primo), questo obbligo viene preso apparentemente bene da Jordan, sempre disponibile a fare foto corredate da larghi sorrisi. Ma la ritrosia che ha ancora adesso a parlare apertamente dell’origine e dello scopo di questa buffonata, lascia pensare che forse non sia stata una gran trovata.
Fuori dal campo, SwaggyP e Boozer lo coinvolgono spesso nelle loro scorribande mondane, immagino introducendolo alla vita di avanspettacolo che lo attende nell’immediato futuro. E, a quanto pare, Jordan ha appreso molto bene anche questi fondamentali.
All-Rookie First Team
Solo quattro rookie selezionati al secondo giro, nella storia di tutta l’NBA, sono stati scelti per far parte dell’All-Rookie First Team, il quintetto che raccoglie i migliori rookie per ruolo. Fino a Gennaio, l’obiettivo nemmeno poteva definirsi tale per JC. Retrocesso in D-League a farsi le ossa ed i muscoli. Spettatore di una stagione da dimenticare per il Lakers (e non sarà l’ultima, purtroppo), con troppi pochi minuti tra i grandi e troppa corrente alternata nelle sue prestazioni. Poi arriva la pausa per l’All Star Game.
E le cose cambiano.
Scott viene illuminato sulla via di Damasco (o meglio, dall’ennesimo infortunio di Kobe) e mette Clarkson in quintetto. E da lì ad aprile, esplode. Oltre 16 punti e 5 assist di media, con una doppia-doppia in back-to-back. Oltre al career-high di 30 punti contro Oklahoma City. Nominato giocatore della settimana, Jordan trova finalmente minuti e confidenza col canestro. Termina la stagione con un incredibile 66% al ferro, che se vedi scritto accanto al nome, che ne so, Dwight Howard, te ne fai una ragione, ma se a tenerlo nella sua stagione da rookie è una guardia di nemmeno due metri… beh, non sono cose che vedi molto spesso.
E ovviamente, a fine anno, fa parte dell’All-Rookie First Team.
Swag Bros
L’estate successiva, Clarkson si allena duramente per farsi trovare pronto al suo secondo anno. E’ carico di entusiasmo ma anche del peso delle aspettative che gravano su di lui. Il mercato dei Lakers è fallimentare (o meglio, così si rivelerà a fine anno), mentre le scelte al Draft (Russell e Nance) al contrario si riveleranno piuttosto azzeccate.
Poco dopo l’avvio della stagione regolare, Bryant annuncia che terminerà la sua carriera. Le partite diventano un lungo e accorato addio di ogni arena ad uno dei più grandi di sempre. Contando che il ruolo da point guard va di diritto al pupillo e prima scelta Russell, le possibilità di Jordan di mantenere il ruolo di titolare sono piuttosto ridotte.
Scott ha un’altra idea delle sue: sposta Kobe nel ruolo di ala piccola e mette Clarkson come guardia tiratrice, salvando così capra e cavoli. Il che sarebbe anche una buona idea, se Kobe non fosse un acciaccato quasi-ex-giocatore che non ha mai difeso decentemente nel ruolo di guardia, figurarsi come ala. La buona idea di Byron si tramuta i una stagione regolare da ben 17 vittorie all’attivo.
Il record è pessimo, ovviamente, ma le notizie buone non mancano. A partire dalla chimica che si sviluppa tra Jordan e D’Angelo: sarà per le assidue missioni a paintball (eredità di Roy Hibbert, chi l’avrebbe mai detto), ma il gioco tra i due ne giova. Tanto che, a specifica domanda, Clarkson annuncia al mondo che lui e Russell possono essere chiamati “Swag Bros”.
https://youtu.be/n7-erPPDwbY?t=68
Inutile sottolineare che il soprannome non è mai stato utilizzato da alcuno.
I due si ritrovano però nominati nel quintetto del Rising Star Challenge, evento di contorno all’All Star Game, entrambi piuttosto ben figurando.
La stagione finisce in crescendo, con una vittoria contro gli onnipotenti Warriros (mettendo a serio rischio il loro record di vittorie) e soprattutto contro gli innocenti Jazz, i malcapitati ultimi avversari sul campo di Bryant. Jordan usa la stagione come ulteriore opportunità di fare esperienza, sentendosi sempre meno pressione man mano che le partite scorrono via. Termina appena dietro a Kobe come miglior marcatore di squadra, ma con medie al tiro eccellenti.
E la speranza che il futuro sia più roseo.
Breakfast Club
Con quei sessanta punti finali, Bryant appende le Nike al chiodo. E con lui sembra andarsene tutto ciò che di vecchio appesta i corridoi dello Staples: Scott viene allontanato e sostituito a furor di popolo da Luke Walton; Hibbert e Bass vengono ceduti mentre dal Draft arriva la copia carbone di Kevin Durant, al secolo Brandon Ingram.
Jordan conferma in ogni intervista l’amore per i Lakers, per la città, e la voglia di continuare a giocare con la maglia gialloviola. Non fatica a firmare il contratto da 50M$ in 4 anni che ne ottiene in cambio.
Il roster si fa affollato di giovani talenti e Clarkson, ormai al terzo anno, è fra loro quasi un veterano. Non è più un rookie al quale si può perdonare qualche errore di troppo e che può permettersi il tempo per crescere. Adesso è lui che deve accompagnare i più giovani e farsi trovare pronto quando il gioco lo richiede.
Passa l’estate così:
.@JClark5on putting in work with @DrewHanlen on 3-point efficiency, expanding range, changing pace/speeds & creating pic.twitter.com/HiLHJVrEUO
— NBPA (@TheNBPA) 11 agosto 2016
Dopo la Summer League convince i suoi compagni a seguirlo nei suoi allenamenti in palestra, in quello che viene definito Breakfast Club: i tifosi si esaltano a vedere i propri beniamini lavorare assieme anche se non costretti da contratti o imposizioni dello staff. Perché poter contare su un rapporto umano fuori dal campo rende migliore il gioco al suo interno.
Ma è anche segno di maturità, della voglia di crescere assieme come giocatori e come uomini, ora che sono in mezzo ai lupi.
Non so se il merito è di questa abitudine al lavoro, per l’arrivo di Walton o per l’addio di Kobe, ma quello che fino all’anno prima era solo un roster, un elenco di nomi, è diventato una squadra, un gruppo, un unico organismo pronto ad aiutarsi l’un l’altro. Senza leader, senza primedonne. Perché se l’obiettivo è comune, non c’è bisogno di un capo.
Rotazioni
Proprio per tale motivo, Jordan non pensa minimamente di essere insoddisfatto della nuova “retrocessione” da titolare a uomo panchina. La regular inizia infatti con Young a sorpresa nel ruolo di SF e Williams al posto di Clarkson come SG. Ma poco importa, perché più o meno tutti ottengono di giocare gli stessi minuti. E’ vero, segna “solo” 15 punti a partita, ma in appena 26 minuti giocati, in una rotazione stabile a 10 giocatori. Ed in quei 15 punti c’è tutto il Clarkson che conosciamo: che sia per un catch&shot dal perimetro o attaccando il ferro dal palleggio, si fa trovare sempre pronto.
La sua media da tre punti si mantiene su buoni ma non eccelsi livelli, ma nei pressi del ferro o poco lontano mantiene un’efficienza invidiabile per una guardia. Ma soprattutto riscopre un tiro osteggiato dai guru dello small-ball e della supremazia della statistica: il tiro dalla media. Jordan sta tirando in questa stagione con quasi il 70% tra i 3 ed i 5 metri, in una zona di campo sempre meno presidiata dalle difese avversarie. Certo, partendo dalla panchina ha il più delle volte la vita facilitata dal trovarsi di fronte una line-up non di prima fascia. Ma è evidente come gli attacchi sempre più votati all’estrema efficienza (Rockets, Warriors) abbiamo generato degli anticorpi nelle difese, più propense ad allagarsi ed a lasciare la terra di nessuno del mid-range quasi deserta.
Anche difensivamente è nettamente migliorato rispetto ai suoi primi due anni: la scorsa stagione, con lui in campo, gli avversari segnavano quasi 6 punti in più rispetto a quando riposava in panchina; quest’anno sono 7,5 in meno. Tant’è che il suo defensive rating è passato da 112 e 114 degli scorsi anni al 108 provvisorio di queste prime 11 partite.
11 partite nelle quali ad ogni sconfitta corrisponde un meno sotto la colonna plus/minus e viceversa (unica eccezione, Atlanta). Segno che le sue prestazioni e quelle del complesso di squadra sono legati a doppio filo: più il suo gioco è continuativamente efficiente, più i Lakers hanno prospettiva di vittoria.
Will the Sun Rise, Jordan Clarkson?
At the end of each day I promise myself
I’d better start to live
Jordan, ancora una volta, si è fatto trovare pronto. Si è adattato, ha lavorato ed ancora oggi è considerato una sorpresa, nonostante sia ormai da tre anni tra i migliori della sua squadra. Il perfetto underdog, colui che sta sotto i radar per poi volare sopra il canestro.
Clarkson è stato il primo della nuova era dei Los Angeles Lakers. E’ l’anello di congiunzione tra il vecchio ed il nuovo, tra il passato ed il presente. E’ il tedoforo che ha preso il testimone dalle ampie e prolifiche mani di una Leggenda e lo porta sulle spalle per illuminare il futuro. Che sia esso radioso o appena visibile.
Jordan Clarkson, un filippino alla corte dei Lakers.

