Un umano fra i giganti

di Marco Tarantino

Nato nel 1975, in un sobborgo di Hampton, Virginia, cresciuto in una situazione che assomiglia molto ad un cliché, ad un film sullo stereotipo della famiglia afroamericana: il padre abbandona la famiglia, la madre è costretta a fare 2 lavori per mantenere il figlio e per tenerlo lontano dalla strada e dalle gang che la frequentano, stiamo parlando di Allen Iverson.

Per fortuna, molto presto il giovane Allen Iverson si dimostra un atleta sopra la media (sospetto più per coordinazione e velocità, che per potenza e massa muscolare): questo dono della natura sarà quello che probabilmente gli salverà la vita, permettendogli di dedicarsi a tempo pieno allo sport, invece che alla delinquenza (rapine e spaccio sono i “passatempi” preferiti dei suoi coetanei).

Il suo primo amore lo trova nel Football, dove dimostra di essere un eccellente Quarterback, ricevendo anche dei riconoscimenti a livello statale che gli varranno un posto in una buona high school. La madre però lo ritiene uno sport un po’ troppo duro per la corporatura esile del figlio, e lo incoraggia a prendere in mano il pallone a spicchi al posto di quello ovale.

Allen si dimostra subito molto capace anche con la sfera, e diventa velocemente titolare inamovibile sia della squadra di football che di basket, e subito dopo il miglior giocatore nello stato della Virginia in entrambi gli sport. Il ragazzo però, nonostante la buona carriera sportiva liceale, viene ritenuto sempre un ragazzo problematico e nessun College gli concede una borsa di studio. Nessuno tranne il guru di Georgetown, John Thompson, che dopo aver parlato con la madre di Iverson (che lo supplica letteralmente), decide di dargli una chance.

Spostandosi solo a 3 ore di macchina dalla sua Hampton, Iverson si appresta ad iniziare la carriera collegiale, con una folta schiera di scettici, ed un esiguo numero di estimatori : per fortuna capita fra le mani di coach Thompson, uno specialista nel recuperare ragazzi “a rischio”.

I due anni di Università a Washington, offrono ad Iverson il definitivo trampolino di lancio: dopo un paio di anni di puro spettacolo (ma anche di discreti risultati a livello NCAA), entra nella NBA, chiamato alla Numero 1 al draft del 1996 dai Philadelphia 76ers, stringe la mano al Commissioner Stern, ed è uno dei pochi che non lo fa guardandolo dall’alto. Alle soglie della sua entrata nella Lega, Allen gode già di un nickname epico: Allen Iverson, alias THE ANSWER.

Sul significato del soprannome, ci sono più versioni : c’è chi sostiene che fosse come lo chiamavano i suoi amici nei playground, ad indicare che aveva sempre la soluzione ad ogni situazione di gioco. C’è chi invece sostiene che Allen Iverson fosse considerato “la risposta” ad una assenza in NBA di una grande Star dopo l’addio di Michael Jordan (che poi si rivelò solo un addio temporaneo).

La sua vita continua quindi sulla East Coast, a circa 2-3 ore di macchina da Washington. Il piccolo ragazzo di periferia, ce l’ha fatta. E’ arrivato nell’Olimpo del basket, e lo ha fatto dalla porta principale : la prima chiamata al Draft. A questo punto la sua notorietà subisce una rapida impennata, ed Allen Iverson approda in NBA con il suo look da rapper, seguito dopo qualche tempo anche da vistose treccine.

Il suo stile di gioco e la sua stazza molto inferiore agli enormi atleti suoi colleghi, lo fanno diventare l’idolo di tutti noi che non siamo 2 metri per 100 kg di muscoli : Allen Iverson rasenta a malapena i 180 cm per 75 kg, però tiene testa ai giganti che lo circondano, compensando la scarsa fisicità con velocità, elevazione, intensità e soprattutto un talento fuori dalla norma.

I primi anni saranno abbastanza deludenti come risultati di squadra, ma lui riesce a mettere in mostra un repertorio che lo rende inarrestabile in attacco: i suoi crossover alla velocità della luce fanno impazzire qualsiasi difensore (anche sua maestà MJ). Durante i suoi 14 anni in NBA, raggiungerà solo una volta le finals (perdendo 4-1 contro i Lakers di Bryant-Shaq ePhil Jackson), vincerà più volte la classifica marcatori, sarà chiamato molte volte all’All star game e vincerà anche una volta il premio per l’MVP. Alcuni la riterrebbero una carriera magnifica. Purtroppo però, non riuscirà mai a vincere un anello, e gli ultimi anni di carriera finiscono un po’ nell’oblio fra Denver e Detroit. A questo punto quando si ritira nel 2010, sembra che la sua stella abbia definitivamente smesso di brillare (ed incontra anche dei seri problemi economici).

Nel Settembre 2016 viene nominato ed eletto nella Hall of Fame e questo lo consacra, oltre che ad uno status di Superstar, anche ad essere per sempre un’Icona indelebile per il basket americano. Un mito “tascabile” che ha reso possibile quello che tutti pensavano fosse appannaggio di una piccola cerchia di giganti.

Allen Iverson: LA RISPOSTA

Per NBA Passion,
Daniele Bucci

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