Ci sono quei casi in cui un giocatore è simbolo di una squadra che nella sua storia ne ha avuti diversi. Poi ci sono quei casi, rari, in cui un giocatore è l’unico simbolo, per distacco sugli altri, di una franchigia che non ha più avuto un campione che l’ha rappresentata così a pieno.
Capitolo 1 – Kevin Garnett, The Big Ticket: “Ready or Not”
Greenville, South Carolina. 19 maggio 1976, Nasce Kevin Maurice Garnett. Prende il cognome della madre Shirley che si lascerà con il padre quando Kevin è ancora piccolo. È una figura importante, donna verace del sud non lascia spazio ad altro che non siano la scuola e la chiesa, ma a Kevin, come ben sappiamo, cresce dentro una passione incontrollabile, tanto che per il primo anno e mezzo di high school nasconde a Shirley il fatto che gioca nella squadra della scuola anche se è già “bravino”. Lo nasconde perché, parole sue, ha paura solo di due cose, di Dio e di sua madre.
Un giorno però un’amica della signora Garnett le chiede se sarebbe andata anche lei a vedere la partita del figlio. Ha in testa una sola cosa, prenderlo e riportalo a casa con il suo stile non molto delicato e comprensivo. Ma appena vede il suo “piccolo The Big Ticket” saltare sopra tutte le altre teste e dominare quel gioco che a lei sembrava solo una perdita di tempo, non può fare altro che diventare la sua prima tifosa. Garnett è fortissimo, viene nominato Mr. Basketball, il più giovane nella storia del South Carolina.
Ma un giorno entrano in classe dei poliziotti e prendono lui ed altri ragazzi. Come successo ad Allen Iverson pochi mesi prima, si ritrova in mezzo ad una storia con alla base un razzismo che era ancora calcificato in quelle zone. A differenza di The Answer è più fortunato e viene solo “messo alla prova” dal giudice, soluzione che gli salverà la carriera e probabilmente la vita.
L’ultimo anno si sposta a Chicago per cambiare aria e per capire se è davvero pronto per un college importante. Si inizia ad insinuare l’idea che il ragazzone possa fare il grande salto da subito. Ha bisogno di fare 4 volte il test per entrare al college. Una volta superato non ci andrà perché era già tutto deciso.
Ready or Not il suo destino aveva scritto 3 lettere in maiuscolo: NBA.
Capitolo 2 – Intensity
Numero 5 del draft 1995. A 19 anni non è il più giovane della storia e neanche il primo ad essere arrivato dalla high school, ma sicuramente è stato il primo a farlo sembrare così facile. Nel primo anno comincia partendo dalla panchina, ma dopo poco entrerà in quintetto per non uscirne mai più. Tutti i suoi allenatori sono sempre stati d’accordo su una cosa; la sua capacità di migliorarsi costantemente e la facilità (e velocità) di mettere in pratica le indicazioni che gli venivano date, non hanno mai avuto eguali. È una prova della sua intelligenza oltre che del suo talento.
Dal 1995 al 2004 la sua media punti passa da 10 a 24, in quell’anno conquisterà il premio di MVP della stagione. Una escalation formidabile, mentre quando passerà ai Celtics riuscirà a modificare il suo gioco considerando le risposte del proprio fisico, ma mantenendo, in rapporto, l’intensità sempre al massimo, tanto da vincere il premio di difensore dell’ anno. Solo in quattro ci sono riusciti a fare l’ accoppiata MVP e miglior difensore.
The Big Ticket ha fame, ha negli occhi quell’ossessione che si è vista solo ad un numero ristretto di giocatori in tutta la storia. L’intensità con cui si allena, gioca e motiva i compagni è oltre la media, tanto da risultare a volte sopra le righe. C’è molto della signora Shirley nel suo modo di essere, ma sicuramente, il suo dare spazio completo alle emozioni è tutta roba sua. Sia nella gioia, che nel dolore.
Come nel giorno del suo compleanno del 2000, il suo compagno di squadra e amico fraterno che gli aveva organizzato la festa a sorpresa Malik Sealy, perderà la vita investito da un pirata della strada ubriaco. Kevin è distrutto e non è il tipo da interiorizzare o nascondere le emozioni. Quando è a terra è a terra. Questo fa si che ogni momento abbia a pieno il suo spazio e poi si possa guardare avanti. Ciò non vuol dire dimenticare. Per esempio, nella sua parentesi a Brooklyn, indosserà la maglia numero 2 proprio in onore dell’amico, ma al contrario, è come rendere omaggio a quello che gli succede dando tutto se stesso, che gli altri lo possano capire o meno.

Capitolo 3 – Kevin Garnett, Anything is Possible
Nel ’95 è un ragazzo giovane in una squadra giovane. Infatti i Minnesota Timberwolves sono nati solo nel 1989 e non hanno mai vinto più di 29 gare. Dal suo secondo anno KG li porterà per la prima volta nella loro storia ai playoffs e lo avrebbe fatto per otto anni consecutivi, il problema era che per i primi sette sono sempre usciti al primo turno.
A Minnesota hanno fatto carte false per tenerlo lasciando però un po’ a desiderare sulle altre scelte, ma anche quando il roster regalava speranze, qualcosa è sempre andato storto. L’accoppiata con Stephon Marbury dei primi anni è stata paragonata da tutti come una nuova Stockton to Malone, ma Stephon aveva troppa voglia di emergere come singolo e non in un duo, così tornò nella sua New York, lasciando Kevin a predicare nel deserto. Oppure la tragedia di Malik Sealy che rallentò di nuovo il processo di crescita.
L’alchimia giusta si creò nel 2003/2004. L’ anno dell’MVP, l’ anno in cui Sam Cassell e Latrell Sprewell completavano con Garnett un Big three da sogno. Finalmente l’invalicabile primo turno venne superato agevolmente contro i Nuggets. Le semifinali furono una battaglia epica contro i Sacramento Kings che in quegli anni erano davvero forti, conclusasi a gara 7, ancora il giorno del suo compleanno. Le finali di Conference a causa dell’infortunio di due playmaker, tra cui Sam Cassell, portarono la vittoria ai Lakers, facendo demoralizzare definitivamente tutto l’ambiente. Fino ad oggi quello è il punto più alto mai raggiunto dai Minnesota Tomberwolves. Come detto, la frustrazione portò prima Sprewell e poi Cassell a lasciare la squadra ed infine anche KG, dopo 12 anni e tutti i record di franchigia a suo nome, va in cerca di una nuova strada e soprattutto del titolo.
Il resto è storia, I Big Three di Boston, il premio come miglior difensore, la vittoria schiacciante contro i Lakers di quei Celtics che non lo vincevano da 22 anni quando lui ne aveva 32. Con lui tutto è possibile. Poi un’altra finale persa e il periodo a Brooklyn, ma le ultime 2 stagioni ha fatto una scelta che riassume tutto il suo modo di essere e di pensare. Torna a casa per chiuderla lì, quella casa a cui ha legato indissolubilmente il nome, il numero e la maglia. Lui che era un signore con la maglia nera, la scritta Timberwolves davanti e un 21 dietro.
Kevin Garnett, quello per cui valeva la pena pagare il biglietto… The Big Ticket

The Big Ticket Jersey

Kevin Garnett 21












glio è ad un passo dal successo, sa anche che quello che gli manca è semplicemente una chance di mostrare chi è al college. Per andare al college, però, ha bisogno di una borsa di studio, la situazione economica è quella che è. L’unica speranza di mamma Ann risiede in una vecchia conoscenza: John Thompson, coach a Georgetown. È con le lacrime agli occhi e con il cuore in mano che mamma Ann chiede a coach Thompson di prendere suo figlio in squadra, è la richiesta di una madre che sa che si è in bilico tra miseria e nobiltà. Coach Thompson, inizialmente, sembra restio: conosce le qualità atletiche del ragazzo ma non il suo carattere. Decide allora





“Non avevo mai visto una partita NBA, nemmeno in TV.” Insieme agli altri ragazzi dell’università di Houston per la prima volta aveva avuto la possibilità di vedere quegli idoli di cui aveva sentito solo parlare. “Ero nervoso, avrei visto una partita degli Houston Rockets per la prima volta. Pensavo che avrei visto il gioco in cui tutti schiacciavano così facilmente e nessuno sbagliava mai alcun tiro. Mai. Come avrei potuto imparare tutto ciò? Come avrei potuto raggiungere quel livello?”.
A chi volesse sottovalutare i Rockets, dal momento che nei due anni in cui i texani vinsero il titolo Michael Jordan aveva mollato gli ormeggi per giocare a baseball, gioverà sapere che nei confronti diretti durante i 3 anni precedenti i Chicago Bulls erano sotto 1-5. Dopo una sconfitta casalinga nel vecchio Chicago Stadium, fu lo stesso Jordan a dire, scuotendo la testa, “È ottimo che questi ragazzi non abbiano ancora trovato il modo di farcela sino alle Finals, perchè non abbiamo ancora trovato una risposta al ragazzone.” Più o meno le stesse parole di Riley, pronunciate qualche anno prima. Due vincenti veri, tra i più grandi della storia del gioco, che non hanno mai saputo come veramente fermare il grande Hakeem. Lo stesso David Robinson, avversario di mille battaglie e ottimo difensore a sua volta, riconoscerà al suo “nemico” il suo immenso valore dopo gara-6 delle Western Conference Finals 1995, quando Olajuwon ne mise 39, con 17 rimbalzi e 5 stoppate: “In molti casi ho difeso bene”, dice l’Ammiraglio Robinson, “semplicemente quello è un ottimo giocatore.” Il fatto che Robinson fosse stato premiato pochi giorni prima come MVP della Lega non ha certamente aiutato il numero 50 degli Spurs a tenere tranquillo il suo avversario.

