La NBA non è stata sempre un fenomeno così globale come appare ai nostri occhi. Nel tempo sono stati diversi i giocatori che hanno fatto fatica a farsi rispettare dall’altra parte dell’oceano, rendendo la vita un po’ più facile a quelli che sono arrivati dopo. Volendo analizzare l’impatto che i giocatori non provenienti dagli Stati Uniti hanno avuto sulla evoluzione a livello mondiale della Lega sportiva più conosciuta al mondo, questa settimana parliamo di Hakeem Olajuwon, vincitore di due Titoli NBA con gli Houston Rockets.
Quando si parla di storie semi-leggendarie, del più classico “sogno americano” che si realizza, quella di Hakeem Olajuwon sembra scritta apposta per entrare nel mito. La sua infanzia a Lagos, Nigeria, la seconda città in Africa per grandezza, dove fino a 15 anni il suo sport preferito era stata la pallamano; la sua prima schiacciata avvenuta davanti agli increduli compagni, quando Hakeem stesso non aveva mai visto nessuno andare così in alto, pensando fosse una cosa impossibile; persino il suo arrivo negli Stati Uniti, dopo aver accettato la borsa di studio offerta dalla University of Houston, in un posto totalmente sconosciuto e senza qualcuno ad aspettarlo. Olajuwon, “The Dream” Olajuwon, entrò in America da solo e circa 30 anni dopo verrà inserito ufficialmente tra i miti dello sport americano. Appunto, sembra tutto scritto ma niente di tutto ciò è stato pianificato. Come piace dire al diretto interessato, “It was a Dream”.
“Non avevo mai visto una partita NBA, nemmeno in TV.” Insieme agli altri ragazzi dell’università di Houston per la prima volta aveva avuto la possibilità di vedere quegli idoli di cui aveva sentito solo parlare. “Ero nervoso, avrei visto una partita degli Houston Rockets per la prima volta. Pensavo che avrei visto il gioco in cui tutti schiacciavano così facilmente e nessuno sbagliava mai alcun tiro. Mai. Come avrei potuto imparare tutto ciò? Come avrei potuto raggiungere quel livello?”.
Il talento del nativo di Lagos, sebbene ancora piuttosto grezzo dato il tardivo approccio col gioco, a 15 anni, stava già diventando noto ai suoi compagni di squadra al college, ma era soprattutto lui stesso ad avere una fiducia illimitata nelle sue capacità. Alla fine della partita, Hakeem non ha più timore: “Già, quella partita fu un sollievo. Sapevo che avrei potuto stoppare cinque o sei tiri o schiacciare qualche altra volta. Subito dopo aver guardato quella partita ero sicuro: sarebbe andato tutto bene.”
I primi due anni al college sono comunque difficili, per via di vari problemi burocratici che non gli permettono di scendere in campo durante il suo anno da freshman e per le difficoltà di adattamento allo sport americano nel secondo anno, in cui gioca a sprazzi.
È durante questo periodo infatti che Olajuwon chiede consiglio al coaching staff dell’università: vuol aumentare il suo minutaggio in qualsiasi modo. E cosa c’è di meglio se non imparare dai migliori? Vincitore diverse volte del titolo di MVP della Lega e allora giocatore dei Rockets, Moses Malone è solito giocare delle partite estive al Fonde Recreation Center di Houston, insieme ad altri giocatori NBA. Il giovane nigeriano viene dunque invitato a partecipare a quegli eventi, che serviranno a far decollare la sua crescita: “Il modo in cui Moses mi ha aiutato era stare lì e permettermi di giocare contro di lui, al suo livello competitivo. A quel tempo era il miglior centro NBA, quindi stavo migliorando il mio gioco affrontando il più forte in assoluto.”
Se già nel secondo anno i miglioramenti si erano fatti vedere, Hakeem iniziò ad essere dominante per davvero nel suo terzo e ultimo anno all’università di Houston. 16.8 punti, 13.5 rimbalzi e soprattutto 5.6 stoppate di media in 34 minuti giocati per partita lasciavano davvero intravedere cosa quel ragazzo porterà nella Lega dei più grandi.
Per 3 anni di fila Houston vola alle Final Four NCAA, per due volte in finale, ma non riesce a portare a casa il titolo.
Una di queste due finali, quella del 1983 contro North Carolina State, passa alla storia per il suo finale incredibile. Una partita decisa da un tap-in di Lorenzo Charles che aggira proprio Olajuwon a rimbalzo per andare a segnare il canestro decisivo mentre il cronometro giunge inesorabile allo zero.
Olajuwon verrà comunque scelto come miglior giocatore del torneo NCAA. Clyde ‘the Glyde’ Drexler, compagno di college a Houston, quell’anno lascerà la squadra per andare nella NBA (ma i due si rincontreranno…) e l’anno successivo sarà Pat Ewing, con i suoi Hoyas di Georgetown, a battere Houston in finale ed assicurarsi il titolo NCAA.
Arriva quindi l’estate 1984. In uno dei Draft più ricchi di talento di sempre (oltre al nigeriano ci sono Michael Jordan, Charles Barkley, John Stockton, e curiosamente al 10° giro sarà scelto persino Carl Lewis, che passerà alla storia dello sport come mito dell’atletica leggera) Hakeem Olajuwon viene scelto con la numero 1, e non è nemmeno costretto a fare le valigie perchè a sceglierlo sono proprio i Rockets della “sua” città.
La squadra del Texas diventa subito vincente dopo l’arrivo di Hakeem, che già dal primo anno forma con Ralph Sampson (a sua volta Rookie dell’Anno 1984) una coppia formidabile, “The original Twin Towers”. Arriva secondo nella classifica per il premio di miglior Rookie della stagione dietro a Michael Jordan (unico altro rook ad aver ricevuto voti quell’anno). Già nel 1986 Houston è alle NBA Finals, dopo che anche Pat Riley non ha saputo trovare soluzione efficaci contro il centro nigeriano: “We tried everything. We put four bodies on him. We helped from different angles. He’s just a great player.” Ma alle Finals i Rockets si arrendono in sei partite a una squadra: i Boston Celtics di quell’anno, considerati una delle squadre più forti di sempre.
In seguito a vari infortuni, Sampson sarà tradato ai Golden State Warriors e Olajuwon rimarrà dalla stagione 1988-89 l’unico leader indiscusso della squadra. Quella stagione, insieme alla seguente, sarà però una delusione per il team, sconfitto in entrambe le annate al primo turno, in quattro partite, prima dai Dallas Mavericks e dopo dai Los Angeles Lakers. Il 29 marzo 1990, contro i Milwaukee Bucks, Olajuwon produrrà una delle partite più incredibili nella storia della Lega, divenendo il terzo giocatore dopo Nate Thurmond e Alvin Robertson a racimolare una quadrupla-doppia: 18 punti, 16 rimbalzi, 10 assist e 11 rimbalzi per uno dei giocatori più completi di sempre.
Ci vorrà ancora un pò per raggiungere il titolo. Ci vorrà ad esempio un cambio in panchina, con l’arrivo di Rudy Tomjanovich, conosciuto per il suo modo molto energico di stare in panchina e per la sua incredibile precisione nel preparare le partite. Tomjanovich si meritò la reputazione di “players coach” per il suo stile diretto e franco con i propri giocatori. Il nuovo coach arriverà nella stagione 1992-93, subito dopo un estate in cui per vari motivi si stava arrivando addirittura a una cessione di Olajuwon da parte dei Rockets. Alla fine non se ne fece nulla e dopo un’ottima prima stagione sotto il nuovo coach, i Rockets si guadagneranno definitivamente il palcoscenico più importante nelle due stagioni successive, quando tutto il mondo inizierà a capire di non essere in presenza di un semplice essere umano.
Quello col numero 34 in maglia rossa è ufficialmente diventato ‘The Dream’.
A chi volesse sottovalutare i Rockets, dal momento che nei due anni in cui i texani vinsero il titolo Michael Jordan aveva mollato gli ormeggi per giocare a baseball, gioverà sapere che nei confronti diretti durante i 3 anni precedenti i Chicago Bulls erano sotto 1-5. Dopo una sconfitta casalinga nel vecchio Chicago Stadium, fu lo stesso Jordan a dire, scuotendo la testa, “È ottimo che questi ragazzi non abbiano ancora trovato il modo di farcela sino alle Finals, perchè non abbiamo ancora trovato una risposta al ragazzone.” Più o meno le stesse parole di Riley, pronunciate qualche anno prima. Due vincenti veri, tra i più grandi della storia del gioco, che non hanno mai saputo come veramente fermare il grande Hakeem. Lo stesso David Robinson, avversario di mille battaglie e ottimo difensore a sua volta, riconoscerà al suo “nemico” il suo immenso valore dopo gara-6 delle Western Conference Finals 1995, quando Olajuwon ne mise 39, con 17 rimbalzi e 5 stoppate: “In molti casi ho difeso bene”, dice l’Ammiraglio Robinson, “semplicemente quello è un ottimo giocatore.” Il fatto che Robinson fosse stato premiato pochi giorni prima come MVP della Lega non ha certamente aiutato il numero 50 degli Spurs a tenere tranquillo il suo avversario.
La sua agilità (che lo stesso giocatore nigeriano fa risalire al periodo in cui giocava a pallamano), la sua immensa abilità in post basso – il ‘Dream shake’ – e la sua leadership ne hanno fatto uno dei più grandi giocatori di sempre, per molti il miglior international di sempre ancora oggi. “Il basket è giocato da gente molto grossa, ma non ho mai pensato di superarli in stazza, quando era ben più facile girargli intorno.” Il continente africano ha dato in seguito altri giocatori alla NBA. Dikembe Mutombo e Luol Deng sono i più famosi, ma per Olajuwon il numero è ancora troppo ridotto rispetto alle potenzialità degli atleti africani. “È ancora troppo poco se consideri la vastità del continente africano. È dovuto a una mancanza di strutture e di programmazione. C’è sicuramente il talento atletico per arrivare in NBA. Ma, finchè non si riesce a costruire un numero adeguato di palestre e i programmi necessari per aiutare i talenti, non succederà nulla.”
“Per adesso c’è il talento grezzo, ma nonostante ciò devi comunque trovare la tua strada per riuscire a farcela.” Proprio come un diciassettenne fece all’inizio degli anni ’80, quando sognava di diventare come quei talenti di cui aveva sentito parlare. Possiamo benissimo dire, 30 anni dopo, che ‘il Sogno’ ha superato di gran lunga la Realtà.

