Home NBA, National Basketball AssociationRip City Chronicles: l’ultimo miracolo di “The Natural” Brandon Roy

Rip City Chronicles: l’ultimo miracolo di “The Natural” Brandon Roy

di Emanuele Tatta

Domenica sera i Portland Trail Blazers sfideranno i Dallas Mavericks in uno scontro diretto di capitale importanza per la corsa ai playoff e in particolare al fondamentale sesto posto, utile per evitare al primo turno sia i Golden State Warriors che i San Antonio Spurs, le due dominatrici della regular season.  brandon-roy-nike-zoom-hyperfuse, brandon royMa c’è da dire che quando si parla della franchigia texana capitanata da Dirk Nowitzki la mente dei tifosi di Rip City compie sempre un malinconico viaggio verso il passato, e in particolare a circa cinque anni fa. Era una franchigia estremamente diversa: non c’erano Damian Lillard e CJ McCollum, non c’era neanche coach Stotts in panchina. Al suo posto vi era Nate McMillan, l’attuale vice-coach degli Indiana Pacers. Le chiavi della squadra appartenevano a una guardia col numero 7, un certo Brandon Roy. Brandon non stava vivendo la miglior stagione della sua carriera, anzi proveniva da una regular season giocata con un minutaggio estremamente ridotto per via di alcuni problemi cronici alle ginocchia.

Nonostante le condizioni fisiche del loro leader i Blazers, sembravano non avere troppi problemi, soprattutto grazie a un roster estremamente profondo e completo: ai talenti offensivi di Lamarcus Aldridge e Gerald Wallace si univano grandi difensori come Wesley Matthews, Nicolas Batum e Marcus Camby. Il record di squadra era un ottimo 48-34, sufficiente per un sesto posto in una Western Conference molto competitiva.
Al primo turno c’era la sfida contro i sopracitati Mavericks, che agguantarono subito un vantaggio di 2-0 con una doppia vittoria casalinga. Portland accorciò le distanze trionfando in gara 3.

Poi fu il momento di gara 4, ma prima torniamo un attimo a parlare di Roy. Un giocatore mai abbastanza apprezzato, un leader silenzioso alla Tim Duncan, ma estremamente rispettato da tutti i suoi avversari, come si nota dalle dichiarazioni, tra gli altri, di Kobe Bryant: “Chi è il giocatore più difficile da difendere? Roy, 365 giorni all’anno, 7 giorni alla settimana. Non ha punti deboli.”

La pallacanestro è la vita di Brandon Roy, e non può essere altrimenti quando si cresce a Seattle negli anni di Shawn Kemp e Gary Payton. Tuttavia il sogno aveva avuto una brusca interruzione per via dei cronici problemi alle ginocchia: mancanza di cartilagine, una condanna eterna a giocare con minutaggi ridotti e sufficiente a fermare l’ascesa del numero 7 verso i piani alti della lega.

Brandon arriva a gara 4 con la miseria di 18 punti realizzati nei primi 3 episodi: ma è consapevole di quanto la partita sia fondamentale per il futuro della stagione. “Win or go home”, queste le parole che hanno in mente i Blazers prima della palla a due, ma l’obiettivo è estremamente complicato contro dei Mavericks così motivati, che dopo due quarti all’insegna dell’equilibrio scappano via portandosi addirittura sul +23 (67-44) a 1.16 dalla fine del terzo periodo. Sembra finita, ma qualcuno con il numero 7 non è affatto d’accordo.

Alzata al ferro per Aldridge, tripla in transizione, assist per il tiro di Batum, appoggio al vetro con la destra, semigancio in post basso, arresto e tiro in faccia a Dirk, stepback dalla media, cioccolatino per il taglio di Matthews, layup mancino, long-two. Tutto il repertorio di un giocatore straordinario, che non si vedeva così ispirato da tanto, troppo tempo. Il tabellone dice 82-78, ma “The Natural” ha ancora un paio di assi nella manica. Adesso a marcarlo c’è Shawn Marion, uno dei migliori difensori del pianeta, che però commette due peccati mortali in pochi istanti: fa un passo indietro, invitando il suo avversario a prendere il tiro da tre, e subito dopo salta fuori tempo, fallo, canestro. Gioco da 4 punti valido, parità assoluta.

Jason Terry sbaglia, si torna dall’altra parte con tutto il Rose Garden in piedi per il suo beniamino. Stavolta Marion difende alla perfezione, costringendo Brandon Roy a un tiro impossibile. Peccato che quella sera la parola “impossibile” non abbia significato. Bacio al tabellone e primo vantaggio per i Blazers dal primo quarto. Errori per entrambe le squadre, la preghiera di Terry sulla sirena trova solo il ferro. Portland vince una gara assurda, fuori da ogni logica. Quella sera “Where amazing happens” è molto più di uno slogan.

I Mavericks avranno comunque modo di rifarsi, vincendo la serie per 4-2 e dando il via alla loro corsa verso il titolo NBA 2011. Brandon invece guarderà sempre indietro a questa gara come l’ultimo miracolo di una carriera tanto straordinaria quanto sfortunata, tanto che annuncerà il ritiro alcuni mesi dopo.

Portland Trail Blazers v Dallas MavericksBrandon Roy e Damian Lillard hanno molto più in comune di quello che si può pensare. Entrambi sono stati presi con la sesta scelta al Draft dopo 4 anni in un college di seconda fascia (rispettivamente Washington e Weber State). Entrambi matricole dell’anno, entrambi giocatori che fin dal proprio debutto hanno dimostrato di possedere carisma e talento incredibili. Quest’anno Damian Lillard si sta travestendo molto spesso da Brandon Roy, realizzando miracoli su miracoli. Sarebbe bello se continuasse a farlo domenica sera sul parquet dei Dallas Mavericks, portando i suoi compagni ancora più vicini a quel sogno chiamato playoff.

Sarà una gara dai mille risvolti, ma, come dimostra Brandon Roy, in NBA tutto può succedere. Perché smettere di sognare?

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