NBA Digital Exhibition
Ultimi giorni della NBA Digital Exhibition, aperta fino al 4 dicembre: già oltre 13.000 visitatori!
Nella grande affluenza di visitatori non sono mancate presenze di personalità di spicco del mondo della pallacanestro.
Anche le istituzioni non hanno voluto perdere l’occasione di immergersi nella esperienza NBA, come dimostrato dalla presenza di Adriano Galliani, amministratore delegato del Milan e vice presidente della Lega Serie A, e di Gianmario Verona, rettore dell’Università Bocconi.
Aperta al pubblico fino a domenica 4 dicembre con ingresso libero dalle 12:00 alle 20:00, la mostra digitale, a cura dell’Art Director, regista e attore teatrale Massimiliano Finazzer Flory, raccoglie i video dell’archivio NBA: il basket, i suoi gesti tecnici, le doti atletiche dei suoi protagonisti, la poesia e l’armonia che creano, rivivono nella ricchissima varietà della mostra, in un’esperienza ancora più immersiva e irripetibile grazie alla tecnologia Samsung, che consente di immergersi nel mondo NBA con la realtà virtuale attraverso i dispositivi Samsung Gear VR.
Scaricando inoltre la MySamsung App i visitatori hanno la possibilità di registrarsi al Fast Track, saltando la coda per l’ingresso.Tutti gli appassionati che si recheranno alla NBA Digital Exhibition e che vorranno effettuare degli acquisti su NBAStore.eu, tramite i tablet presenti alla mostra, potranno inoltre usufruire di uno sconto del 25%.
Per maggiori informazioni, i fan possono visitare Facebook.com/NBAItalia, e @NBAItalia su Twitter. Gli appassionati possono inoltre scaricare l’App NBA per news, aggiornamenti, punteggi in tempo reale, statistiche, video e molto altro. Partite NBA, programmi dedicati e highlights sono disponibili su Sky Sport.
“Ma quanta bella gente, e che buon vino!”.
Avrei voluto esordire così ieri sera al Viewing Party organizzato da Sky al Samsung District, con una citazione del cardinale del meta-film “La Casta”, facente parte di Boris, un film (questa volta vero) tratto dall’omonima serie TV di produzione italiana. Non l’ho fatto, fortunatamente.
Questo evento faceva parte di una serie di iniziative a sostegno della NBA Digital Exhibition, la mostra a tema che dal 16 novembre ha placato la nostra sete di conoscenza riguardo il mondo della palla a spicchi statunitense, e che lo farà fino al 4 dicembre. La sede è situata in via Mike Bongiorno 9 (il Samsung District) a Milano.
Dopo un aperitivo a buffet ricco, ma poco sfruttato dal sottoscritto a causa di agenti esogeni (leggasi digestione ancora in atto dal pranzo con i parenti), l’evento si è spostato all’interno della mostra dove l’ideatore Massimiliano Flory ci ha introdotto alla sua creazione. Una creazione concettualmente molto semplice, con diverse postazioni che ripercorrono storia e gesti della pallacanestro attraverso le voci e i filmati d’archivio di vari protagonisti della storia della lega, tra cui Bob Cousy, Julius Erving, Kobe Bryant.
Al di sopra, proprio come in un’arena, ci sono degli schermi su cui passano in rassegna passi di celeberrimi film sulla pallacanestro, ad esempio Glory Road e Coach Carter, giusto per citarne un paio (c’è anche Space Jam, tranquilli).
Lo spazio è piccolo ma molto ben gestito, ogni postazione ha le sue cuffie per ascoltare l’audio e non lasciarsi distrarre dai film che invece sono diffusi tramite casse per tutta la mostra. Ove non fosse possibile mettere le cuffie, ogni video ha i sottotitoli in italiano. A corredare il tutto, ci sono dei cartonati in scala 1:1 di alcuni giocatori, e come mi ha confermato lo stesso “Finazzer” Flory, sono solamente poco più basso di Isaiah Thomas.
Ho infatti avuto l’occasione di importunare Massimiliano, che mi ha raccontato come l’occasione per fare un’esposizione di questo tipo è nata con il Global Game dell’anno scorso tra i Boston Celtics e l’Olimpia Milano, e che l’accordo con Samsung ha reso il tutto possibile per quest’anno. I contenuti sono stati selezionati da suo figlio Francesco, che a soli 21 anni si è preso la briga di scandagliare gli archivi video della lega per trovare quelli che più facevano al caso. Come poi mi hanno confermato tutti e due, la mostra non ha un target ben definito, ma cerca di essere il più possibile trasversale.
Infatti, i personaggi presenti nei video sono di differenti epoche proprio per rivolgere l’attenzione sia verso un pubblico attempato, sia di mezz’età, sia giovane; inoltre, l’esposizione è rivolta agli appassionati tanto quanto a chi, volendo citare Alessandro Mamoli, “vuole bagnare i piedi nella cultura del basket americano”.
Ebbene sì, sono riuscito a disturbare anche il celebre Mamoli, che non si è risentito del fatto che io non sia mai stato un abbonato Sky. Oltre a dirmi che la Digital Exhibition è perfetta per chi si vorrebbe avvicinare al mondo NBA, ha anche aggiunto l’auspicio che una mostra di questo tipo possa un giorno diventare “resident”, ovvero fissa, e che poi si attualizzi a seconda di ospiti che la lega stessa manda a presenziare, come ad esempio è successo la scorsa settimana con Rip Hamilton. Ha continuato dicendo che una cosa del genere sarebbe ideale per allargare ancora di più la platea di appassionati di basket qui in Italia, e che anche ai fan più accaniti può fare bene, per conoscere personaggi del gioco che non sono molto noti, di solito perché di epoche remote (parlando in termini di evoluzione della pallacanestro).
Salutato anche il buon Mamoli, mi sono intrattenuto con Federico e Nicholas. Il primo è gestore della pagina Facebook di NBA Italia e NBA UK. Il secondo è un ragazzo francese più alto del cartonato in scala 1:1 di Anthony Davis, ed è il responsabile marketing per NBA Europe, NBA Africa e NBA Middle East. Federico mi ha parlato di quanto sia importante lo sviluppo del marchio NBA attraverso i social network, e che il piano per la sua crescita sia improntato in larga parte proprio sullo sviluppo dei profili social ad hoc. Non è un caso infatti che la mattina (qui in Europa) vengano subito postate le giocate più spettacolari o dei giocatori più famosi, o che NBA Italia pubblicizzi l’NBA Sunday su Sky Sport. Proprio le partite domenicali sono un ottimo punto di partenza per diffondere il marchio qui in Europa, come mi ha confermato Nicholas.
Primo, queste partite si giocano nel nostro “prime time”, ovvero la fascia oraria che corrisponde alla prima serata e che garantisce degli ottimi ascolti. Secondo, si cerca di mandare match che siano “appetibili” ad un pubblico d’oltreoceano, perché giocati da squadre che spesso hanno molti giocatori europei a roster, come ad esempio Denver-Phoenix di ieri. Si rendono conto che non sono al livello di un Cavs-Warriors, ma Nicholas mi ha assicurato che nel giro di qualche stagione arriveranno anche partite di quel calibro.
Sfortunatamente, dopo questa chiacchierata, la serata è giunta al termine e sono tornato mestamente verso la macchina, e ancora più mesto sono diventato quando ho scoperto che il parcheggio mi era costato 25 euro.
Una giornata con Rip Hamilton
Ospite d’onore alla NBA Digital Exhibition, di scena al Samsung District di Milano (via Mike Bongiorno, 9) fino al 4 dicembre. Domenica 20 novembre, infatti, a visitare la mostra è arrivato nientemeno che Richard ‘Rip’ Hamilton.
Approdato in NBA nel 1999, dopo aver vinto il titolo NCAA con UConn, ‘Rip’ disputò tre stagioni con i Washington Wizards (di cui una da compagno di Michael Jordan), per poi passare ai Detroit Pistons nell’estate del 2002.
Quei Pistons divennero una formazione leggendaria, capace di raggiungere per sei anni consecutivi le finali di Conference, di vincere un memorabile titolo NBA nel 2004 (‘distruggendo’ i favoritissimi Los Angeles Lakers) e di arrivare nuovamente in finale (perdendo contro i San Antonio Spurs) l’anno successivo.

Rip Hamilton (#32) e i grandi Pistons, campioni NBA nel 2004. Da sinistra: coach Larry Brown, Hamilton, Ben Wallace, Chauncey Billups e Rasheed Wallace
Hamilton ha incontrato i fan per una sessione di foto ed autografi nel pomeriggio, poi ha passato la serata con i giornalisti ad assistere in diretta alla sfida del Barclays Center tra Brookyln Nets e Portland Trail Blazers (“Damian Lillard è l’idolo di mio figlio, sta giocando da MVP!”).
Nel corso della giornata, il campione NBA ed NCAA si è raccontato a 360°, rispondendo alle domande dei giornalisti presenti, comprese le nostre.
Innanzitutto: prima volta in Italia?
“Sì, non ci ero mai stato prima. Non ho ancora avuto modo di visitare Milano, ma questo quartiere mi piace molto! Nei prossimi giorni dovremmo avere almeno un pomeriggio libero… Se hai qualche consiglio parla con mia moglie (T.J. Lottie, ex membro del gruppo R’n’B So Plush, ndr), che annota tutto!”
Ad inizio carriera, a Washington, sei stato compagno di Michael Jordan. Cosa significa stare a contatto ogni giorno con una leggenda del genere?
“Onestamente, mi sentivo una specie di fantasma. Lo osservavo continuamente ogni volta che potevo, studiavo di nascosto ogni suo singolo movimento. E’ stata davvero una benedizione averlo incontrato.”
Lo scorso decennio, i tuoi Detroit Pistons hanno fatto grandi cose, coronando un’incredibile corsa con il titolo NBA vinto nel 2004. C’è stato un particolare momento in cui vi siete resi conto di quello che potevate diventare?
“Sicuramente il momento in cui è arrivato Rasheed Wallace. Non avevamo mai avuto un giocatore con quel talento, capace di fare così tante cose su un campo da basket. Con il suo arrivo, la squadra aveva tutto quello che serviva per fare l’ultimo passo verso il titolo NBA.”
Nella NBA attuale ci sono squadre che potrebbero diventare come quei Pistons, o che comunque te li ricordano?
“Francamente è difficile… Se dovessi sceglierne una, direi i Boston Celtics. Non hanno una superstar assoluta, ma sembrano un gruppo molto solido ed affiatato. E poi hanno Avery Bradley, un giocatore in cui mi rivedo molto.”
Per quanto riguarda il titolo di quest’anno, Golden State davanti a tutti?
“Gli Warriors sono chiaramente i favoriti, ma attenzione ai Los Angeles Clippers. Partono come underdog, ma hanno Chris Paul (insieme a LeBron James il miglior leader della lega) e sono arrivati rinforzi importanti per la panchina, come Marreese Speights. Poi c’è Jamal Crawford… Accidenti, Jamal ha 36 anni e fa ancora cose pazzesche sul parquet! E’ un giocatore fantastico.”
D’altronde, anche i tuoi Pistons erano considerati degli underdog…
“Noi però non ci siamo mai considerati tali. Non puoi giocare in NBA sentendoti un underdog, devi andare in campo con la consapevolezza di potertela giocare sempre, con chiunque. Noi abbiamo sempre saputo di poter vincere, avevamo un gruppo straordinario. Ci sono squadre in cui i giocatori si vedono per la partita, poi ognuno torna ai propri affari. Quando ero ai Pistons, noi passavamo insieme Natale, capodanno e tutto il tempo a nostra disposizione, ognuno con le rispettive famiglie. Eravamo tutti molto legati.”
Hai qualche rimpianto nella tua carriera?
“Quello di non essere mai andato alle Olimpiadi. Una bella medaglia d’oro, di fianco ai titoli di campione NBA ed NCAA, l’avrei messa volentieri. Nel 2008 mi venne proposto, ma ero reduce da una stagione massacrante e preferii sfruttare l’estate per recuperare completamente; queste competizioni finiscono per logorarti. Credo che LeBron James sia un super-uomo: mentre altri atleti della sua generazione, come Carmelo Anthony, non sono più all’apice della forma fisica, lui migliora anno dopo anno, nonostante le centinaia di partite disputate tra NBA e Team USA.”

Hamilton in visita alla NBA Digital Exhibition di Milano
Nel corso del pomeriggio, Hamilton è stato intervistato da Alessandro Mamoli di Sky Sport. Anche qui non sono mancati gli spunti interessanti.
E’ stato più difficile vincere il titolo NBA, con Detroit, o al college, con Connecticut?
“In assoluto il titolo NCAA, perché se sbagli una partita sei fuori. In NBA, invece, hai la possibilità di riscattarti in gara-2. Paradossalmente, quando poi arrivi tra i professionisti, tutto ciò che hai fatto al college non conta. Sei uno dei tanti…”
Una tua peculiarità era la maschera con cui scendevi in campo; una semplice protezione, o anche una questione scaramantica?
“Inizialmente l’ho indossata perchè mi sono rotto il naso. Con quella maschera mi sentivo come Batman, una sorta di supereroe del parquet. Per cui ho continuato ad utilizzarla anche in seguito. Mi dava un’enorme carica.”
Un’altra caratteristica era il tuo rituale palleggio laterale prima di ogni tiro libero. Come è nata questa usanza?
“Il mio allenatore al liceo mi disse di usare anche le gambe, non solo la parte alta del corpo, per tirare i liberi. Per ricordarmelo, iniziai a fare quel palleggio di lato, a mo’ di promemoria. Visto che funzionava, ho continuato a farlo per tutta la mia carriera.”
Ai tempi dei Chicago Bulls sei stato compagno del nostro connazionale Marco Belinelli. Che ricordo hai di lui?
“E’ un bravissimo ragazzo e un eccellente tiratore. In ogni squadra in cui ho giocato mi fermavo sempre, dopo l’allenamento, a fare gare di tiro con le altre guardie. Solo una di loro mi ha battuto, proprio Marco (non posso dirvi quante volte, dico solo che ha vinto lui!). Una volta abbiamo fatto una sfida in cui tiravamo dieci volte da cinque posizioni diverse. Marco ha fatto 47/50… come diavolo avrei fatto a batterlo?!”
In una recente intervista hai dichiarato che i tuoi Detroit Pistons potrebbero battere gli attuali Golden State Warriors… Cosa te lo fa pensare?
“Noi avevamo difensori straordinari, tutti giocatori che potrebbero benissimo ‘cambiare’ in marcatura su Steph Curry o Klay Thompson e tenere tutte e cinque le posizioni. Oltre a me e a Chauncey Billups, c’erano ‘mastini’ del calibro di Tayshaun Prince e Ben Wallace, che è stato il difensore dell’anno per due stagioni di fila. Eravamo tutti gross, aggressivi, molto fisici… Se il regolamento di oggi ce lo permettesse ancora, potremmo sicuramente batterli.”
Dopo essersi goduto i due saloni della NBA Digital Exhibition (apprezzando particolarmente la sezione dedicata a Doctor J), Rip è tornato in serata, nelle vesti di ‘guest commentator’, per la sfida tra Blazers e Nets. Durante le pause, ha continuato a raccontare la sua carriera, soffermandosi in particolare su compagni e avversari.
Qual è stato l’avversario più difficile da marcare? E il giocatore più forte che tu abbia mai incontrato?
“Il più difficile da marcare è stato senza dubbio Allan Houston. Era in grado di decidere sempre e comunque il ritmo a cui giocare. Potevi cercare di farlo correre o di rallentarlo, ma alla fine era lui a portarti sulla sua strada. Per quanto riguarda il più forte in assoluto, direi Kobe Bryant. E’ il ragazzo più competitivo che abbia mai conosciuto.”
Il miglior compagno di squadra?
“Rasheed Wallace. Era un giocatore con un talento smisurato, avrebbe potuto mettere 30 punti a sera, invece cercava sempre di coinvolgere tutti i compagni, anche emotivamente. Era in assoluto la più altruista delle superstar (perché era un’autentica superstar). Ho sempre avuto uno splendido rapporto anche con Chauncey Bilups. Avremmo anche potuto giocare insieme ai Denver Nuggets, ma Carmelo Anthony rifiutò la trade e io restai a Detroit.”
Nel corso della serata, un giornalista ha stuzzicato l’ex guardia dei Pistons con un vero e proprio ‘colpo basso’, citando gara-5 delle Finals perse contro San Antonio (decise da una clamorosa tripla di Robert Horry, completamente libero a causa di un avventato raddoppio di Rasheed Wallace su Manu Ginobili):
Perché, nelle finali del 2005, Rasheed ha raddoppiato su Ginobili??
“Aaahh…non dovevi chiedermelo! Mi fa ancora molto male pensarci… mi viene da piangere!!”
(Si ringraziano Massimiliano e Francesco Finazzer Flory per la collaborazione)

Uno dei due saloni della NBA Digital Exhibition 2016
Apre i battenti mercoledì 16 novembre la NBA Digital Exhibition 2016. Fino al 4 dicembre, al Samsung District di via Mike Bongiorno 9 (fermata Repubblica della linea M3), sarà possibile vivere la propria passione per il grande basket americano come mai prima d’ora.
L’esibizione è suddivisa in due saloni. Uno, dominato da un enorme canestro e adornato dalle sagome dei più grandi giocatori della lega, è riservato a filmati tematici legati ai quarant’anni dalla fusione tra NBA ed ABA (1976).
Ecco allora il giocatore simbolo di entrambe le associazioni, il mitico ‘Doctor J’ Julius Erving, raccontato sia dalle immagini delle sue gesta, che dalle testimonianze di altri grandi campioni, da Magic Johnson a Kevin Garnett, passando per LeBron James e molti altri ancora.
Spazi dedicati anche a vari aspetti del gioco della pallacanestro, elevati al massimo livello dalle superstar NBA; dai dominatori dei tabelloni (con un omaggio a Tim Duncan) ai cultori del crossover (da Allen Iverson a Jamal Crawford), fino agli innovatori del concetto di tiro da tre punti (Reggie Miller e Ray Allen, ma non solo).
Vere e proprie chicche le sezioni riguardanti le voci in presa diretta degli allenatori (con, tra gli altri, un fantastico siparietto tra Gregg Popovich e Tim Duncan) e il tributo a Kobe Bryant, con la sua intera carriera ripercorsa attraverso le sue interazioni con compagni e avversari.
La ciliegina sulla torta, però, si trova nell’altro salone, quello in cui fa bella mostra di sé il Larry O’Brien Trophy. Il racconto delle NBA Finals 2016 tramite realtà virtuale è un’esperienza che va al di là di ogni immaginazione. Indossando gli speciali visori verrete catapultati nella splendida Bay Area e nella meno splendida Cleveland, per dare un’occhiata a 360° al Golden Gate o allo stendardo raffigurante King James. Non solo: potrete assistere alla carica prepartita degli Warriors sbirciando oltre le spalle di Klay Thompson e ascoltare le parole di Stephen Curry comodamente seduti in sala stampa, entrare in spogliatoio con Kyrie Irving e vedervi cadere addosso LeBron James dopo una devastante chasedown. Assolutamente da non perdere.
Abbiamo approfittato della presentazione alla stampa (durante la quale sono stati trasmessi gli audio-messaggi di Danilo Gallinari ed Ettore Messina) per fare quattro chiacchiere con le voci di Sky Sport, uno degli sponsor dell’evento.
Il primo a parlare è stato Alessandro Mamoli, conduttore della rubrica Basket Room e telecronista NBA ed NCAA per Sky.
Da appassionato di college basketball, quali sono, secondo te, i giocatori e le squadre da tenere d’occhio nella stagione che sta per cominciare?
“Per quanto riguarda i giocatori, serve ancora un po’ di tempo per poterli valutare bene. Molti sono estremamente giovani e nel corso della stagione possono succedere molte cose.
Riguardo alle squadre, meglio non fidarsi dei vari ranking della vigilia; avreste mai scommesso un euro sulla vittoria di Villanova? Io certamente no!
Ci sono troppi fattori da prendere in considerazione: dove saranno e che impatto avranno i cosiddetti one-and-done (giocatori ‘di passaggio’ verso una sicura carriera NBA, ndr), le alchimie che si verranno a creare all’interno di roster continuamente rivoluzionati e via dicendo. Poi è chiaro che i posti in cui cercare sono più o meno gli stessi: Villanova forse parte leggermente avanti, avendo già vinto (anche se, proprio perché ha già vinto, non sarà facile ripetersi), poi ci sono sicuramente le varie Duke (che ha dei freshmen molto interessanti, anche se indisponibili inizialmente), North Carolina, Kansas. C’è sempre curiosità anche per quello che succede a Kentucky. Ne approfitto per ricordare che la stagione di college basketball inizia stanotte su Sky Sport 2 con la diretta di Kansas – Duke (repliche dalle 14.30 di mercoledì 16 novembre, ndr).
Ad ogni modo, datemi un mesetto di tempo; dopo i primi confronti tra le big delle varie Conference potrò avere un’analisi più dettagliata.”
Credo che lo stesso discorso valga per quei giocatori appena passati dal college alla NBA. Per quel poco che si è visto finora, l’impressione è che, a differenza della passata stagione (con i vari Karl-Anthony Towns e Kristaps Porzingis che impressionarono da subito), quest’anno i rookie stiano maggiormente faticando ad emergere.
“Molto dipende anche dal minutaggio che hanno a disposizione. Ci sono giocatori come Brandon Ingram, ad esempio, che hanno tutte le potenzialità per diventare dei fenomeni, ma che sono ancora piuttosto acerbi per la NBA. Soprattutto dal punto di vista fisico, non possono reggere 48 minuti giocati a questi livelli, contro atleti fisicamente superiori. Infatti, quello che a mio avviso è il principale candidato a Rookie Of The Year, ovvero Joel Embiid, oltre ad avere alle spalle già parecchi allenamenti con i compagni e oltre a giocare in una squadra come Philadelphia, ha anche una stazza che gli permette di assorbire meglio un impatto del genere. Onestamente mi aspetto un maggiore spazio per Buddy Hield dei New Orleans Pelicans nel corso della stagione, ma probabilmente sarà un processo graduale. Vedremo…”
L’ultima domanda si va a ricollegare alla mostra inaugurata oggi, incentrata sui momenti che hanno fatto la storia della NBA. Quali sono i tre momenti, come appassionato prima e telecronista poi, che conserveresti per sempre nella tua collezione privata?
“Tre sono davvero pochi da scegliere! Sicuramente il tiro di Michael Jordan nelle Finals del 1998 contro Utah, poi ci metterei la gara-7 di quest’anno, che ci ha ripagato con gli interessi di una serie fino a quel momento non bellissima.
Per il terzo avrei l’imbarazzo della scelta, ma vado con il titolo vinto dai San Antonio Spurs nel 2014. Non soltanto perché quelle furono le prime finali che seguii come inviato sul posto, ma anche perché, in vita mia, non ho mai visto una squadra giocare così bene.”
Abbiamo posto quest’ultima domanda, in separata sede, anche a Flavio Tranquillo, storica voce del basket NBA in Italia. Curiosamente, la risposta è stata quasi la stessa:
“Devo limitarmi a scegliere tre momenti che ho vissuto in prima persona, quindi direi senza dubbio la gara-6 del 1998 con il tiro di Jordan e la gara-7 dello scorso giugno tra Warriors e Cavs. Come terzo ed ultimo scelgo una qualsiasi delle schiacciate di Julius Erving, che mi hanno fatto innamorare di questo gioco.”
Parliamo ora dei Cleveland Cavaliers, campioni NBA in carica. Durante la scorsa stagione, in concomitanza con in licenziamento di David Blatt, sembrava che la situazione fosse sul punto di esplodere. Dopo la conquista del titolo, invece, sembra che tutto si sia risolto. E’ possibile che quella vittoria abbia spazzato via, di colpo tutti i problemi? Eppure, la squadra è ancora la stessa…
“Non è possibile e, a mio avviso, non è così. Di sicuro, prima del licenziamento di Blatt c’era un coinvolgimento emotivo di un certo tipo da parte di colui che ha in mano le chiavi della franchigia. Dopo il licenziamento, il coinvolgimento emotivo è cambiato. Non credo, però, che si sia risolto tutto; spesso si tende a dimenticare che, dopo gara-4, i Cavs erano sotto 3-1. Per citare un esempio, la serie finale di Kevin Love non è stata certamente all’altezza di un giocatore con il suo stipendio. E potrei andare avanti ancora a lungo. Semplicemente, Cleveland è riuscita a mettere da parte i problemi meglio di tutti gli altri nel corso dei playoff. Visto che, anche quest’anno, il titolo si assegna ai playoff, vedremo come ci arriveranno.
Effettivamente, in questa stagione i Cavs sono più tranquilli, fanno cose più facili. Guai però a giudicare basandosi soltanto sui primi mesi: esempi come i Golden State Warriors dell’anno scorso o i Boston Celtics del 2009 ci dimostrano che la squadra di ottobre / novembre, anche dopo aver vinto un titolo, non è mai la stessa che arriva al 19 o al 20 di giugno.”
Rimanendo nella Eastern Conference, ci sono due squadre, Atlanta e Charlotte, che hanno iniziato alla grande la stagione. Tra queste due e Toronto, di chi ti fidi di più, e per quale motivo?
“Onestamente tenderei a non fidarmi di nessuna di queste. Toronto è quella più affidabile, perchè ha le maggiori probabilità di riuscire a fare quello che fa ora anche tra 6-7 mesi, il che non è per forza un bene, quindi può tranquillamente tornare in finale di Conference. Anche Atlanta e Charlotte potrebbero arrivarci, anche se ho dei seri dubbi che riescano (soprattutto Atlanta) a giocare a questi livelli per un lungo periodo. Charlotte ha dimostrato di poter fare grandi cose in una metà campo, quella difensiva. Dal punto di vista offensivo, però, troppo spesso fatica a segnare, e questo, soprattutto nei playoff, diventa un problema.”
Di seguito il video integrale di quest’ultima intervista
Torna la NBA Digital Exhibition con Samsung l’incontro tra arte, sport e tecnologia
La mostra digitale ripercorre la storia dell’NBA, tra emozioni, tiri in sospensione e le testimonianze dei protagonisti
Dal 16 novembre al 4 dicembre tutti i giorni con ingresso libero dalle 12 alle 20
Milano, 15 novembre 2016 – Samsung e NBA presentano la NBA Digital Exhibition che, forte del successo dello scorso anno, torna al Samsung District per celebrare la pallacanestro e ripercorrere la storia dell’Associazione attraverso effetti speciali, video esclusivi e i racconti dei protagonisti.
Aperta al pubblico da domani 16 novembre al 4 dicembre con ingresso libero, la mostra digitale, a cura di Massimiliano Finazzer Flory, Art Director, raccoglie i video dell’archivio NBA che raccontano i momenti più emozionanti, le azioni più belle e i tiri più sorprendenti della storia dell’Associazione. Il basket, i suoi gesti tecnici, le doti atletiche dei suoi protagonisti, la poesia e l’armonia che creano rivivono nella ricchissima varietà della mostra, in un’esperienza ancora più immersiva e irripetibile grazie alla tecnologia Samsung.
Appuntamento irrinunciabile per tutti gli appassionati della pallacanestro, la NBA Digital Exhibition ne celebra i valori essenziali attraverso la perfetta combinazione di arte, sport e tecnologia in un ambiente altamente tecnologico grazie ai prodotti Samsung che consentiranno di immergersi nel mondo NBA con la realtà virtuale attraverso i dispositivi Samsung Gear VR.

NBA Digital Exhibition
Attraverso un tunnel in cui riecheggiano le voci dei tifosi, lo spettatore verrà immediatamente catapultato alla scoperta di una delle icone dell’NBA, Julius Erving, attraverso video storici, immagini e testimonianze di giocatori NBA ancora in attività. Seguono altre 10 tappe specifiche: THE 3-POINT SHOT, perché nel 1979, dieci anni dopo il primo uomo sulla luna, arriva il primo uomo oltre la linea da tre punti; DRIBBLE MOVES, da Bob Cousy a Kyrie Irving palleggiando nel tempo e nella storia, una danza in continuo movimento e cambiamento; KOBE BRYANT, per l’omaggio definitivo al “Black Mamba”; COACHES’ VOICES, per indagare il mondo degli allenatori NBA, che sono generali, insegnanti, direttori d’orchestra, registi ma anche studiosi di geometria agonistica; AROUND THE RIM, perché tra i ferri del mestiere nell’universo NBA il primo è proprio il ferro stesso, e tutto quello che gli accade intorno; Bulls 1996 Vs. Warriors 2016, Un confronto delle azioni più significative di due delle migliori squadre che hanno mai interpretato il gioco della pallacanestro; Larry O’Brien Trophy, il trofeo ufficiale NBA simbolo di lotte e successi; ITALIAN STYLE il racconto delle giocate più spettacolari di campioni italiani come Belinelli, Datome, Bargnani e Gallinari, che hanno giocato in NBA, regalando cosi al nostro Paese un ruolo importante nella storia dell’Associazione e infine JR. NBA, ovvero la gioventù del basket, eterna in noi eppure sempre capace di insegnarci il bisogno di maestri e di istruttori.
Infine questa edizione della NBA Digital Exhibition ripercorre inoltre, per la prima volta, la storia della WNBA attraverso la rappresentazione dei momenti clou del massimo campionato femminile americano con il racconto della carriera di alcune tra le venti più grandi giocatrici di sempre come Lisa Leslie, Tina Thompson, Candace Parker, Sue Bird.
La mostra, ad ingresso gratuito, sarà aperta al pubblico tutti i giorni, dal 16 novembre al 4 dicembre, dalle 12:00 alle 20:00. Scaricando inoltre la MySamsung App gli appassionati avranno la possibilità di registrarsi al Fast Track, saltando la coda per l’ingresso.
Sky Sport, la casa ufficiale della NBA in Italia, darà inoltre risalto all’esperienza dell’evento per i fan di tutta Italia, attraverso una copertura personalizzata sui propri canali.
Per maggiori informazioni, i fan possono visitare Facebook.com/NBAItalia, e @NBAItalia su Twitter. Gli appassionati possono inoltre scaricare l’App NBA per news, aggiornamenti, punteggi in tempo reale, statistiche, video e molto altro. Partite NBA, programmi dedicati e highlights sono disponibili su Sky Sport.
Hashtag ufficiali: #NBAExhibition #SamsungDistrict #SkySport
Alcune foto di quello che vi aspetterà a Milano:

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