Una giornata con Rip Hamilton | Nba Passion
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Una giornata con Rip Hamilton

Una giornata con Rip Hamilton

Ospite d’onore alla NBA Digital Exhibition, di scena al Samsung District di Milano (via Mike Bongiorno, 9) fino al 4 dicembre. Domenica 20 novembre, infatti, a visitare la mostra è arrivato nientemeno che Richard ‘Rip’ Hamilton.
Approdato in NBA nel 1999, dopo aver vinto il titolo NCAA con UConn, ‘Rip’ disputò tre stagioni con i Washington Wizards (di cui una da compagno di Michael Jordan), per poi passare ai Detroit Pistons nell’estate del 2002.
Quei Pistons divennero una formazione leggendaria, capace di raggiungere per sei anni consecutivi le finali di Conference, di vincere un memorabile titolo NBA nel 2004 (‘distruggendo’ i favoritissimi Los Angeles Lakers) e di arrivare nuovamente in finale (perdendo contro i San Antonio Spurs) l’anno successivo.

Rip Hamilton (#32) e i grandi Pistons, campioni NBA nel 2004. Da sinistra: coach Larry Brown, Hamilton, Ben Wallace, Chauncey Billups e Rasheed Wallace

Rip Hamilton (#32) e i grandi Pistons, campioni NBA nel 2004. Da sinistra: coach Larry Brown, Hamilton, Ben Wallace, Chauncey Billups e Rasheed Wallace

Hamilton ha incontrato i fan per una sessione di foto ed autografi nel pomeriggio, poi ha passato la serata con i giornalisti ad assistere in diretta alla sfida del Barclays Center tra Brookyln Nets e Portland Trail Blazers (Damian Lillard è l’idolo di mio figlio, sta giocando da MVP!”).
Nel corso della giornata, il campione NBA ed NCAA si è raccontato a 360°, rispondendo alle domande dei giornalisti presenti, comprese le nostre.

Innanzitutto: prima volta in Italia?
“Sì, non ci ero mai stato prima. Non ho ancora avuto modo di visitare Milano, ma questo quartiere mi piace molto! Nei prossimi giorni dovremmo avere almeno un pomeriggio libero… Se hai qualche consiglio parla con mia moglie (T.J. Lottie, ex membro del gruppo R’n’B So Plush, ndr), che annota tutto!”

Ad inizio carriera, a Washington, sei stato compagno di Michael Jordan. Cosa significa stare a contatto ogni giorno con una leggenda del genere?
“Onestamente, mi sentivo una specie di fantasma. Lo osservavo continuamente ogni volta che potevo, studiavo di nascosto ogni suo singolo movimento. E’ stata davvero una benedizione averlo incontrato.”

Lo scorso decennio, i tuoi Detroit Pistons hanno fatto grandi cose, coronando un’incredibile corsa con il titolo NBA vinto nel 2004. C’è stato un particolare momento in cui vi siete resi conto di quello che potevate diventare?
“Sicuramente il momento in cui è arrivato Rasheed Wallace. Non avevamo mai avuto un giocatore con quel talento, capace di fare così tante cose su un campo da basket. Con il suo arrivo, la squadra aveva tutto quello che serviva per fare l’ultimo passo verso il titolo NBA.”

Nella NBA attuale ci sono squadre che potrebbero diventare come quei Pistons, o che comunque te li ricordano?
“Francamente è difficile… Se dovessi sceglierne una, direi i Boston Celtics. Non hanno una superstar assoluta, ma sembrano un gruppo molto solido ed affiatato. E poi hanno Avery Bradley, un giocatore in cui mi rivedo molto.”

Per quanto riguarda il titolo di quest’anno, Golden State davanti a tutti?
“Gli Warriors sono chiaramente i favoriti, ma attenzione ai Los Angeles Clippers. Partono come underdog, ma hanno Chris Paul (insieme a LeBron James il miglior leader della lega) e sono arrivati rinforzi importanti per la panchina, come Marreese Speights. Poi c’è Jamal Crawford… Accidenti, Jamal ha 36 anni e fa ancora cose pazzesche sul parquet! E’ un giocatore fantastico.”

D’altronde, anche i tuoi Pistons erano considerati degli underdog
“Noi però non ci siamo mai considerati tali. Non puoi giocare in NBA sentendoti un underdog, devi andare in campo con la consapevolezza di potertela giocare sempre, con chiunque. Noi abbiamo sempre saputo di poter vincere, avevamo un gruppo straordinario. Ci sono squadre in cui i giocatori si vedono per la partita, poi ognuno torna ai propri affari. Quando ero ai Pistons, noi passavamo insieme Natale, capodanno e tutto il tempo a nostra disposizione, ognuno con le rispettive famiglie. Eravamo tutti molto legati.”

Hai qualche rimpianto nella tua carriera?
“Quello di non essere mai andato alle Olimpiadi. Una bella medaglia d’oro, di fianco ai titoli di campione NBA ed NCAA, l’avrei messa volentieri. Nel 2008 mi venne proposto, ma ero reduce da una stagione massacrante e preferii sfruttare l’estate per recuperare completamente; queste competizioni finiscono per logorarti. Credo che LeBron James sia un super-uomo: mentre altri atleti della sua generazione, come Carmelo Anthony, non sono più all’apice della forma fisica, lui migliora anno dopo anno, nonostante le centinaia di partite disputate tra NBA e Team USA.”

Hamilton in visita alla NBA Digital Exhibition di Milano

Hamilton in visita alla NBA Digital Exhibition di Milano

Nel corso del pomeriggio, Hamilton è stato intervistato da Alessandro Mamoli di Sky Sport. Anche qui non sono mancati gli spunti interessanti.

E’ stato più difficile vincere il titolo NBA, con Detroit, o al college, con Connecticut?
“In assoluto il titolo NCAA, perché se sbagli una partita sei fuori. In NBA, invece, hai la possibilità di riscattarti in gara-2. Paradossalmente, quando poi arrivi tra i professionisti, tutto ciò che hai fatto al college non conta. Sei uno dei tanti…”

Una tua peculiarità era la maschera con cui scendevi in campo; una semplice protezione, o anche una questione scaramantica?
“Inizialmente l’ho indossata perchè mi sono rotto il naso. Con quella maschera mi sentivo come Batman, una sorta di supereroe del parquet. Per cui ho continuato ad utilizzarla anche in seguito. Mi dava un’enorme carica.”

Un’altra caratteristica era il tuo rituale palleggio laterale prima di ogni tiro libero. Come è nata questa usanza?
“Il mio allenatore al liceo mi disse di usare anche le gambe, non solo la parte alta del corpo, per tirare i liberi. Per ricordarmelo, iniziai a fare quel palleggio di lato, a mo’ di promemoria. Visto che funzionava, ho continuato a farlo per tutta la mia carriera.”

Ai tempi dei Chicago Bulls sei stato compagno del nostro connazionale Marco Belinelli. Che ricordo hai di lui?
“E’ un bravissimo ragazzo e un eccellente tiratore. In ogni squadra in cui ho giocato mi fermavo sempre, dopo l’allenamento, a fare gare di tiro con le altre guardie. Solo una di loro mi ha battuto, proprio Marco (non posso dirvi quante volte, dico solo che ha vinto lui!). Una volta abbiamo fatto una sfida in cui tiravamo dieci volte da cinque posizioni diverse. Marco ha fatto 47/50… come diavolo avrei fatto a batterlo?!”

In una recente intervista hai dichiarato che i tuoi Detroit Pistons potrebbero battere gli attuali Golden State Warriors… Cosa te lo fa pensare?
“Noi avevamo difensori straordinari, tutti giocatori che potrebbero benissimo ‘cambiare’ in marcatura su Steph Curry o Klay Thompson e tenere tutte e cinque le posizioni. Oltre a me e a Chauncey Billups, c’erano ‘mastini’ del calibro di Tayshaun Prince e Ben Wallace, che è stato il difensore dell’anno per due stagioni di fila. Eravamo tutti gross, aggressivi, molto fisici… Se il regolamento di oggi ce lo permettesse ancora, potremmo sicuramente batterli.”

Dopo essersi goduto i due saloni della NBA Digital Exhibition (apprezzando particolarmente la sezione dedicata a Doctor J), Rip è tornato in serata, nelle vesti di ‘guest commentator’, per la sfida tra Blazers e Nets. Durante le pause, ha continuato a raccontare la sua carriera, soffermandosi in particolare su compagni e avversari.

Qual è stato l’avversario più difficile da marcare? E il giocatore più forte che tu abbia mai incontrato?
“Il più difficile da marcare è stato senza dubbio Allan Houston. Era in grado di decidere sempre e comunque il ritmo a cui giocare. Potevi cercare di farlo correre o di rallentarlo, ma alla fine era lui a portarti sulla sua strada. Per quanto riguarda il più forte in assoluto, direi Kobe Bryant. E’ il ragazzo più competitivo che abbia mai conosciuto.”

Il miglior compagno di squadra?
“Rasheed Wallace. Era un giocatore con un talento smisurato, avrebbe potuto mettere 30 punti a sera, invece cercava sempre di coinvolgere tutti i compagni, anche emotivamente. Era in assoluto la più altruista delle superstar (perché era un’autentica superstar). Ho sempre avuto uno splendido rapporto anche con Chauncey Bilups. Avremmo anche potuto giocare insieme ai Denver Nuggets, ma Carmelo Anthony rifiutò la trade e io restai a Detroit.”

Nel corso della serata, un giornalista ha stuzzicato l’ex guardia dei Pistons con un vero e proprio ‘colpo basso’, citando gara-5 delle Finals perse contro San Antonio (decise da una clamorosa tripla di Robert Horry, completamente libero a causa di un avventato raddoppio di Rasheed Wallace su Manu Ginobili):

Perché, nelle finali del 2005, Rasheed ha raddoppiato su Ginobili??
“Aaahh…non dovevi chiedermelo! Mi fa ancora molto male pensarci… mi viene da piangere!!”

(Si ringraziano Massimiliano e Francesco Finazzer Flory per la collaborazione)

Stefano Belli
stefmiik@hotmail.it

Creatore di Angry At The Rim e redattore per NBA Passion e American SuperBasket. Infanzia con Jordan & Malone, adolescenza con Kobe & Jason Kidd e 'maturità' con LeBron & Durant, può vantare lo stesso numero di canestri rotti di Shaq: 2, nella vecchia cameretta.

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