19 ottobre 2025 – Domenica sera, sul circuito della Serie A2, la RSR Sebastiani Rieti ospita il Pistoia Basket. Termina la partita e i tifosi ospiti, un gruppo di circa 50 persone, salgono sul pullman che li riporterà verso la Toscana.
Alle spalle dell’impresa sportiva c’è un ritorno in pullman, un viaggio che (per chi è al volante) è routine, prima ancora che tifo. Ci sono l’autista, il collega che siede accanto, la scorta, poi la strada che si distende. Ma, alle porte della città, lungo la statale 79/Superstrada Rieti-Terni, all’altezza dello svincolo di Contigliano, accade l’impensabile: il pullman viene assalito, da dietro, da un gruppo di persone che lanciano sassi, mattoni, oggetti contundenti.
La dinamica, per come è stata ricostruita nelle prime ore di notizia, è agghiacciante nella sua brutalità. Il mezzo stava lasciando la città, dopo che la scorta delle forze dell’ordine aveva terminato l’accompagnamento. In quel momento, individui incappucciati avrebbero seguito il pullman per alcuni chilometri.
Poi, all’improvviso, la sassaiola. Uno dei massi, un mattone, un sasso affilato: sfonda il parabrezza della parte anteriore del pullman, al lato del passeggero. È lì che sedeva il secondo autista, il collega di servizio. Viene colpito al volto o alla trachea, in base alle dichiarazioni: l’impatto è fatale. Nonostante l’intervento tempestivo dei soccorritori del 118, l’autista muore.
In quel momento, la festa sportiva si trasforma in tragedia. Non è un incidente casuale o un minuto di distrazione: è un’aggressione deliberata, un atto di violenza che uccide un uomo sconosciuto, un autista che stava svolgendo il proprio lavoro. In prima battuta la cronaca registra: “Un autista del pullman dei tifosi del Pistoia Basket è morto”.
Ma dietro quel dato crudo c’è un mondo da interrogare. C’è la banalità della violenza che si declina in contesti sportivi, c’è la pericolosa deriva del tifo che diventa aggressione, c’è quello che si potrebbe chiamare “tifo malato”. E c’è una tragedia che richiede una riflessione più ampia: non solo sulla concorrenza tra tifoserie ma su gruppi ultras, su culture della violenza, su un senso di identificazione che si perde nella ribellione, nella distruzione.
Il bus come “bersaglio”
Come si arriva a un punto in cui un pullman con tifosi ospiti può essere considerato come un bersaglio? Quali meccanismi sociali, psicologici, culturali permettono che un simile atto passi dalla “tensione sportiva” all’aggressione mortale?
La cronaca riporta che, nei minuti precedenti, ci fossero già stati momenti di tensione tra le tifoserie. La partita era conclusa, ma il ritorno del bus avrebbe dovuto essere un momento di calma, di deflusso. Invece, il mezzo è stato seguito e attaccato poco dopo l’uscita dalla città. Il fatto che fosse l’unico pullman dei tifosi ospiti, lo rende vulnerabile. Il fatto che fosse già scortato fino a un punto e poi no, forse segnala lacune nel dispositivo di sicurezza. Ma anche un clima di minaccia latente.
La scelta del bersaglio suggerisce un’azione organizzata, o quantomeno pianificata nell’immediatezza. Non è più “manifestazione di rabbia spontanea”, è aggressione. E l’uso di mattoni, sassi, oggetti contundenti, è tipico di un assalto premeditato. Il fatto che il parabrezza sia stato sfondato proprio nella zona dove sedeva l’autista di scorta non è casuale.
È qui che la riflessione deve fare un passo indietro. Dietro l’episodio, c’è un universo più vasto: quello degli ultras, dei gruppi organizzati di tifosi, delle identità collettive che si costruiscono più sulla contrapposizione che sulla passione per lo sport. Nel calcio si vede, purtroppo, da decenni. Nel basket, forse meno mediaticamente, ma con effetti altrettanto gravi.
In questi contesti, la dimensione del tifo può degenerare quando l’identità del gruppo si fonde con la posture della lotta, del conflitto, del “noi contro loro”. L’arena non è più il campo di gioco ma le strade, l’arrivo e la partenza, il mezzo ospite, la curva avversaria. Si va oltre il tifo sportivo, si entra nella logica dell’assalto.
Gli aggressori, in questo caso, erano “incappucciati”, secondo quanto riportato. L’anonimato conferisce potenza e riduce la percezione di responsabilità: il gruppo, la curva. Il bus che scorre sulla superstrada diventa un simbolo di “loro”, degli “altri”, dell’avversario. E dunque un bersaglio, che muove l’aggressione verso territori extra-sportivi.
Il risultato: un uomo muore, vittima della violenza. Non una rissa tra tifosi, non un incidente: un omicidio. Qualcuno ha deciso di uccidere, o quantomeno di spargere il caos.
Le conseguenze immediate e il senso di shock
Le reazioni sono state immediate. Il Pistoia Basket ha dichiarato “sgomento” per la morte di uno degli autisti al servizio dei tifosi ospiti. Il sindaco della città, Alessandro Tomasi, ha parlato di un “atto criminale che ci lascia increduli”. Il sindaco di Rieti ha definito l’episodio “scioccante”. Le forze dell’ordine hanno aperto indagini.
Ma, più potente della cronaca, è il senso di rottura: quella fra la rappresentazione dello sport come festa e la realtà della violenza che lo circonda. La rottura fra la fiducia che si possa viaggiare in sicurezza e la verità che si può essere bersaglio solo per esser simbolo “ospite”. La rottura fra la normalità del lavoro e l’irruzione dell’illegale.
In Italia, la violenza nelle curve è un tema annoso. Si tende a parlare di “tifosi violenti”, di “bravi pochi”, ma spesso la riflessione resta circoscritta agli stadi e agli impianti sportivi. Qui, invece, la violenza esce dallo stadio e entra nell’autostrada, col pullman in movimento. Segno che la contiguità tra sport e vita quotidiana è compromessa dalla banalità del crimine.
Ciò che è avvenuto non è una legittima espressione di sentimento antagonista. Non è l’accanimento per una sconfitta. È aggressione di gruppo, con volontà potenzialmente omicida, contro un soggetto indifeso (l’autista che non era tifoso attivo, ma semplice lavoratore) e contro un veicolo in transito. È la manifestazione di una virulenza che nasce dall’identificazione nell’altro nemico e dalla radicalizzazione della violenza come linguaggio.
Questo ci porta a interrogarci su cosa spinga qualcuno a travalicare i limiti dello sport, al punto di togliere una vita.
Lo sport dovrebbe essere comunità, scambio. Ma quando viene strumentalizzato per la violenza, perde la dimensione del rispetto e della competizione leale. Quando tifare significa identificarsi come branco avverso invece che come comunità propria, l’elemento identitario si distorce. Non si tratta più di sostenere la propria squadra, ma di demonizzare “l’altro”.
Ma è importante anche chiedersi: perché non è bastata la scorta? Perché è stato possibile seguire il pullman per alcuni chilometri e attaccarlo senza che l’assalto venisse impedito? Quale cultura della responsabilità collettiva e individuale è venuta meno?
A fronte di questo dramma, alcune riflessioni pratiche emergono. Serve una risposta punitoria e deterrente: chi organizza l’attacco, deve sapere che rischia conseguenze gravi e reali. Serve una risposta educativa, perché il tifo non può continuare a essere rifugio di chi cerca potere o riconoscimento. Occorre intervenire nelle scuole e nelle comunità su cosa significhi appartenere a una tifoseria e su quali valori porta. Serve un impegno da parte dello sport organizzato (società, federazioni, club) a condannare senza riserve questi comportamenti e a prendere misure concrete contro i gruppi ultras che agiscono fuori dal tifo normale. E serve anche che la comunità più ampia (cittadini, istituzioni, media) cambi linguaggio: non “tifo violento” ma “violenza che si maschera da tifo”. Quando muore un uomo, non è più cronaca sportiva, è criminalità.
Un monito per tutti
L’episodio di Contigliano non è solo un fatto isolato. È uno specchio che riflette molto di ciò che non funziona nella cultura sportiva e nella responsabilità collettiva. È un monito: se lasciamo che la rivalità degeneri in violenza, se la normalità della rivalità sportiva si tramuta in terrore e morte, allora lo sport è stato tradito.
La morte dell’autista, che probabilmente pensava di fare un lavoro sereno, è un simbolo. Simbolo che anche “l’altro”, l’ospite, il semplice operatore, può diventare bersaglio. Simbolo che la violenza non è incidente, ma è scelta. E che la scelta, quando accade in un contesto riconducibile al tifo, richiede un nuovo patto collettivo: non tollerare più che le curve diventino zone grigie di impunità e che i mezzi di trasporto diventino obiettivi di guerra.
In una domenica che avrebbe dovuto essere di sport e di rientro, si è consumato un atto che ci riguarda tutti: tifosi, istituzioni, civili, società. Non possiamo dire “è successo solo lì, non a me”. Perché potremmo essere noi, potremmo essere loro, potrebbe essere un altro autobus o una famiglia che rientra da una partita.
Lo sport ha bisogno di guardie, di regole e di cultura. Ha bisogno che la rivalità resti dentro il campo e non scorra lungo la superstrada. Ha bisogno che l’ospite sia protetto e che ogni tifoseria riconosca che la passione non è rivalsa, non è distruzione.
Oggi resta un vuoto: la vita di un uomo spezzata, un pullman distrutto, due città sconvolte. Ma resta anche una domanda: come vogliamo che sia il nostro sport? Quale limite mettiamo alla violenza? Quanto siamo disposti a reagire?
La risposta non sarà solo giudiziaria. Sarà culturale. Sarà fatta di comportamenti dentro e fuori dallo stadio, dentro e fuori le curve. E sarà efficace se tutti (tifosi, società, istituzioni) diranno: mai più. E se lo faranno davvero.

