Vincere. Vincere l’anello, portare a casa il titolo. La mission di Mike Brown, sin dall’inizio della sua avventura da head coach in NBA, è sempre stata questa. Vincere, vincere, vincere. E nient’altro.
Corregionale della stellina a lui affidata, di quello che era pupillo della NBA sin da prima che giocasse un solo minuto nella lega. LeBron James da Akron, Ohio, la cui capitale è Columbus, luogo di nascita di Brown. La squadra, Cleveland. Sempre Ohio.
Era la coppia che doveva cancellare mezzo secolo di umiliazioni sportive subite dalla città. Che ad un certo perse pure i Browns di football, fondati e allenati da Paul… Brown.
LBJ e Brown dovevano essere la coppia locale che avrebbe spezzato la maledizione. LeBron effettivamente lo fu, ma nel 2016, dopo aver trascorso un quadriennio a Miami a cercare di strapparsi di dosso l’etichetta di uno emotivamente fragile quando la palla pesa.
Poi una nuova fuga, verso Hollywood, destinazione Lakers. Dove nel frattempo il suo ex-allenatore aveva fatto in tempo a trovare sistemarsi, salvo poi esserne esautorato dopo una stagione e spicci.
Condannato dai cattivi risultati, ma forse, ancora di più, da un rapporto mai decollato con il leader della squadra. E siccome il lettore sa benissimo chi fosse quest’ultimo, pare opportuno non indugiare su ulteriori spiegazioni.
Allenatore difensivo, poco creativo nel gameplan d’attacco e troppo succube delle sue stelle. Come se in NBA fosse possibile fare diversamente, verrebbe da chiosare con una punta di cinismo.
Mike Brown è sempre stato, invece, uno con la mente molto aperta. Premessa non innaturale, per il figlio di un militare che ha trascorso la giovinezza in Germania.
Tornò poi negli Stati Uniti per il college, scelse Arizona State. Incrociò le lame, tra gli altri, anche con un playmaker di University of Portland, figlio di un noto executive della NBA e di una nativa di San Pablo, Filippine. Ovviamente era Erik Spoelstra, che avrebbe allenato LBJ dopo di lui.
Brown con la lavagnetta è la naturale prosecuzione di Brown in campo. Un difensore, un lottatore, senza particolari guizzi di talento ma con l’occhio per i dettagli.
Ma sarebbe stata nna storia come tante, se non ci fosse stato Hank Egan. Ovvero il coach di Brown al college, che un giorno approcciò Bernie Bickerstaff, ex-San Diego State in quel momento Gm dei Nuggets, chiedendogli un’opportunità per quel giovane dalla passione maniacale per il basket.
In un’estate di lavoro a 1500 dollari, Brown si trovò a fare… tutto. Archivio dei video, disegni dei playbook, fotocopie degli schemi e persino taglio dell’erba di fronte alla sede.
E siccome qualche volta accade ancora che il lavoro duro paghi, quando si liberò un posto nel coaching staff, Mike si vide recapitare l’offerta. Video coordinator.
Ovvero il ruolo che, secondo Pat Riley, forma maggiormente il coach. Che acquisisce familiarità con i dettagli del gioco, gli aggiustamenti, i giocatori e i trend del gioco. Per Brown, una manna.
La tappa successiva fu Washington. Poi San Antonio, dove ancora Egan segnalò il protagonista della nostra storia a Popovich quando si aprì una posizione nello staff di Pop.
E lì, il primo anello da assistente. E, come è prassi, gli assistenti delle squadre vincenti di solito ricevono offerte. A Mike arrivò quella di Rick Carlisle ad Indiana.
E anche qui, una delle tante sliding door della NBA. Perché, flash forward, dopo l’ennesimo fallimento ai playoff, nel 2010, Brown fu accompagnato alla porta dai Cavaliers per convincere LeBron a restare. Non bastò, per LBJ nella famosa The Decision annunciò il passaggio a Miami.
Miami costruì il super team. Arrivò in finale contro i Dallas Mavericks di Dirk Nowitzki. E allenata da Rick Carlisle, che dunque volle quasi vendicare il torto subito dal suo ex primo assistente.
Il quale, a pochi giorni dal titolo dei texani, stava quasi per firmare con i Golden State Warriors. Poi chiamarono i Lakers, e Brown andò comunque in California, ma ad LA.
Come finì l’abbiamo già accennato. Il ritorno a Cleveland fu poca roba del 2013-14, e alla fine dell’annata ci fu un nuovo avvicendamento: dentro David Blatt (campione di Eurolega con il Maccabi Tel-Aviv), ritorno in pompa magna di LeBron, ciao di nuovo Mike.
Che ci mise due anni a trovare nuovamente una panchina. Fu grazie ai Lakers… che nel 2016 scelsero Luke Walton, assistente ai Warriors, e permisero dunque a Brown di approdare finalmente a Golden State.
Dopo 6 anni dietro a Steve Kerr, insieme all’altro prodotto di Akron che risponde al nome di Steph Curry, un’altra occasione come capo allenatore arrivò sempre dalla California.
Ma era quella dei Sacramento Kings, squadra della capitale dello Stato certamente meno affascinante delle altre due. Un paio di annate buone, ed un esonero a dicembre 2024.
Anche qui, da quanto si è capito, per contrasti con la stella. Ovvero quel De’Aaron Fox che dall’estate scorsa si è trasferito a San Antonio.
Nell’epoca dei players-coach, questa sembrava l’ultima grande occasione per il cerebrale Brown. Che invece ha inaspettatamente ricevuto la chiamata da New York, in cerca di qualcuno che sapesse come sviluppare talenti e avesse, al contempo, esperienza di gestione che mettono pressione.
E Mike, novello Giulio Cesare, è arrivato, ha visto e ha vinto. Senza chiacchiere su sistemi, ma semplicemente mettendo gli uomini giusti al posto giusto.
System of Mike Brown, semplicemente. Unico, e quindi impossibile da copiare.
