Home NBA, National Basketball AssociationApprofondimentiFrom The Corner #29: Hope you remember Yao

From The Corner #29: Hope you remember Yao

di Raffaele Camerini

La sensazione più forte è quella del rimorso: persistente, forte, debordante. Rimorso per una carriera struggente, vissuta con gli occhi di chi ha navigato in una filosofia così lontana e caratteristica da risultare quasi incompatibile con quella intorno a lui. Eppure questa persona ha saputo calarsi bene nella parte impostagli dalla società americana, dallo status che la “prima scelta assoluta” impone e non transige lo sgarro. L’intelligenza di quel ragazzone era incomparabile col resto dei suoi ‘colleghi’ e credetemi che fa male vederlo seduto nel suo abito firmato, molto più rotondetto, invece che in campo a correre su e giù nelle Reebok per i 28 sacrosanti di parquet.

Yao Ming era la rivoluzione. Nel 2002 venne scelto per primo dai Rockets, che anni prima al posto suo scelsero un altro straniero, lo stesso precursore di una nidiata di giovani talenti provenuti dal continente africano. Oddio Akeem quanto meno fece l’università negli USA, a Houston appunto. Yao è arrivato proprio dalla Cina e come JR Smith vi può spiegare bene, l’attitudine è un pelino diversa. Yao subito si presenta all’audience americana con un clamoroso ‘Handshake Fail’: seduti sul divano bianco di casa Ming, nel tentativo di complimentarsi a vicenda, il gigante insieme a genitori ed agente hanno messo in piedi un siparietto confuso di mani e congratulazioni che ha fatto ribaltare mezza america. Charles Barkley profetizzò che mai avrebbe segnato più di 19 punti in una partita nella NBA, smentito qualche palla a due più tardi, cosa che gli costo una calda effusione col didietro di un mulo.
Non so se dispiacermi per l’animale o per il mulo.

Però ci siamo e le mani sono dannatamente buone. La cattiveria ovviamente verrà naturale col tempo: vedesi l’incredibile schiacciata sulla testa di un grande rim protector come Theo Ratliff. Assist stupendi con passaggi dietro la testa, fade-away morbidi, palleggio sensazionale. Era un piacere vederlo crescere notte dopo notte.
E’ normale che ci sia il rimorso. Quello persistente, forte, debordante. Quello che ha sdraiato una città, sogni di gloria annessi. Perchè parliamoci chiaro: Yao e T-Mac insieme SANI? Dinamite. Pura dinamite. Le poche partite che hanno giocato assieme lo hanno ampiamente dimostrato, grande feeling, ottimo intelletto cestistico e quella giusta dose di ‘wildness‘ necessaria.

Poi solo 5 partite in 2 anni, l’imposizione dei 24 minuti massimi a partita per avere il tempo di recuperare il piede infortunato e la sofferta, insostenibile decisione di dire basta al basket giocato. Un addio leggero, senza tanti fronzoli, colui che mai è stato premiato dalla NBA come miglior qualcosa e che forse è stato sottoposto ad un riflettore molto più ampio delle sue reali capacità, ma che davanti a tutto non ha mai fatto sfigurare la sua imponente personalità posata. Un mondo che collideva con un altro in un sistema pensato fin nei minimi dettagli, sia il periodo di partite, di recupero e di stop tra una stagione e l’altra e che veniva puntualmente sovvertito perchè “La nazionale cinese chiama”, quindi d’estate invece di riposarsi si va con i compatrioti. Era dura essere Yao Ming e solo Yao Ming poteva essere se stesso. Sulle spalle un’intero continente che tendeva il braccio oltro il vasto Oceano Pacifico e che vedeva finalmente uno spiraglio dopo anni di politica chiusa.

Ora quei 229 cm per 140 kili, qualcosa di più, sono l’ambasciatore della NBA’s basketball without boarders per l’oriente, programma che lo porta in giro per il mondo per conto della National Basketball Association.
Ma ogni volta che ritorna ad Houston, dove la sua numero 11 è appesa accanto a quella di Drexler e Olajuwon, parte automaticamente la standing ovation. Lui si alza, sorride nella sua solita maniera, con leggerezza e delicatezza ricambia il saluto e poi si rimette giù e si gode il resto dell’incontro.

Che grande giocatore che era Yao.

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