“Oh ma quanto sei alto! Sicuramente giochi a basket“.
Quando si è ragazzini l’abbinamento basket-altezza è pressoché automatico. Ma come i vari Isaiah Thomas, Spudd Webb ci insegnano l’altezza non è tutto, forse è mezza bellezza ma quelli sono gusti.
In questa Top 5 vogliamo parlare di quei giocatori più alti che hanno giocato per davvero, che hanno calcato i palcoscenici NBA e che hanno costruito carriere di tutto rispetto: molti hanno avuto delle difficoltà, altri sono riusciti a conquistare un anello, altri ancora a conquistarsi un posto all’interno dell‘Arca della Gloria, altri direttamente nella leggenda.
Ma andiamo con ordine ed iniziamo questa carrellata di spilungoni.


Yao Ming era la rivoluzione. Nel 2002 venne scelto per primo dai Rockets, che anni prima al posto suo scelsero un altro straniero, lo stesso precursore di una nidiata di giovani talenti provenuti dal continente africano. Oddio Akeem quanto meno fece l’università negli USA, a Houston appunto. Yao è arrivato proprio dalla Cina e come JR Smith vi può spiegare bene, l’attitudine è un pelino diversa. Yao subito si presenta all’audience americana con un clamoroso ‘Handshake Fail’: seduti sul divano bianco di casa Ming, nel tentativo di complimentarsi a vicenda, il gigante insieme a genitori ed agente hanno messo in piedi un siparietto confuso di mani e congratulazioni che ha fatto ribaltare mezza america. Charles Barkley profetizzò che mai avrebbe segnato più di 19 punti in una partita nella NBA, smentito qualche palla a due più tardi, cosa che gli costo una calda effusione col didietro di un mulo.
Poi solo 5 partite in 2 anni, l’imposizione dei 24 minuti massimi a partita per avere il tempo di recuperare il piede infortunato e la sofferta, insostenibile decisione di dire basta al basket giocato. Un addio leggero, senza tanti fronzoli, colui che mai è stato premiato dalla NBA come miglior qualcosa e che forse è stato sottoposto ad un riflettore molto più ampio delle sue reali capacità, ma che davanti a tutto non ha mai fatto sfigurare la sua imponente personalità posata. Un mondo che collideva con un altro in un sistema pensato fin nei minimi dettagli, sia il periodo di partite, di recupero e di stop tra una stagione e l’altra e che veniva puntualmente sovvertito perchè “La nazionale cinese chiama”, quindi d’estate invece di riposarsi si va con i compatrioti. Era dura essere Yao Ming e solo Yao Ming














