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ESCLUSIVA/Flavio Tranquillo, tra LeBron-Lakers ed il futuro della lega

Intervista esclusiva a Flavio Tranquillo sulla nuova stagione NBA

La stagione NBA 2018/19 è ormai alle porte e a presentarla, in esclusiva per NBA Passion, è nientemeno che Flavio TranquilloLa Voce per eccellenza del basket NBA in Italia. Oltre alle trenta franchigie, a scaldare i motori per la grande corsa è Sky Sport NBA (canale 206), il canale tematico inaugurato in estate. Per gli appassionati NBA sarà una stagione televisiva senza precedenti; a partire dalla notte tra il 16 e il 17 ottobre ci saranno 12 incontri in diretta a settimana, di cui 7 con commento in italiano e due in prima serata (sabato e domenica). In più, i consueti approfondimenti della redazione Sky e quelli in lingua originale di NBA TV, senza dimenticare la storica rubrica NBA Action. Da segnare sul calendario gli appuntamenti con il Christmas Day, tradizionale ‘scorpacciata’ natalizia con incontri di altissimo livello, con l’All-Star Weekend e con il Martin Luther King Day. Il tutto sarà un antipasto al vero piatto forte: i playoff, che Sky Sport NBA coprirà con 36 dirette, incluse tutte le finali di Conference e, ovviamente, le NBA Finals.
La redazione di Sky Sport NBA, che da quest’anno verrà arricchita dagli innesti di Mauro Bevacqua e Dario Vismara, sarà come sempre capitanata da Flavio Tranquillo. Lo storico telecronista, che negli anni ha raccontato le imprese dei più grandi, da Michael Jordan a LeBron James, ci ha accolto negli studi Sky per un’intervista esclusiva, in cui abbiamo affrontato i temi più caldi dell’imminente stagione.

 

Flavio Tranquillo negli studi Sky (foto di Diego Alto - www.diegoalto.com)
Flavio Tranquillo negli studi Sky (foto di Diego Alto – www.diegoalto.com)

Cominciamo parlando del canale tematico Sky Sport NBA. In estate abbiamo visto molte partite storiche, del passato più e meno recente, e tanti approfondimenti in lingua originale. Come si svilupperà la programmazione con l’inizio della regular season?
“La regular season irrompe, con tutto il suo peso. Sarà possibile seguirla con maggiore puntualità. Ci saranno molte più partite, notizie, approfondimenti, highlights, eccetera. Sia quantitativamente che, se ne saremo capaci, qualitativamente.”

La novità più importante dell’imminente stagione è senza dubbio l’approdo di LeBron James ai Los Angeles Lakers. Al di là dell’impatto mediatico della vicenda, cosa ti aspetti a livello cestistico da questa unione, considerando il momento della carriera del giocatore e della storia della franchigia?
“La storia – soprattutto recente – di LeBron James dice che non c’è un problema cestistico che non sia in grado di risolvere. Quindi è solo una questione di tempo, di problemi matematici, di X e di Y da mettere a posto. Ovviamente avrà bisogno di tempo per abituarsi, di compagni diversi, che venga rinforzata la struttura del club. In campo, il problema lo risolve. Quello che, secondo me, non è mai stato in grado di essere è il motivo principale di risoluzione dei problemi generali, strutturali, di ‘cultura’ del club. Se dovesse riuscirci aggiungerebbe un capitolo nuovo alla carriera. A Los Angeles parte più o meno da dove era partito all’inizio. Forse la squadra è leggermente meglio dei primi Cavs, di sicuro lui è estremamente meglio, ma i Lakers non sono assolutamente al livello delle squadre di vertice. In ogni caso, sarà sicuramente un capitolo interessante.”

Ti aspetti più un LeBron che provi a costruire una versione 2.0 dei Cavs, con lui al centro del progetto, oppure un LeBron al servizio del progetto?
“Non credo che sia quello il problema. Per la percezione che ha di sé e per la percezione che gli altri hanno di lui, il punto non si pone: lui è al centro, è il centro ed è anche tutto quello che c’è intorno. Però questo non si traduce per forza in egoismo sul campo. Se c’è un giocatore che cestisticamente non è egoista è LeBron James. Il problema non è quanti passaggi fa, se dice o non dice “bravo” al compagno. Il problema, ripeto, è creare una cultura che – per una volta – non dipenda semplicemente dal fatto che lui sia lì; quello l’abbiamo già visto. Creare una cultura vorrebbe dire creare qualcosa che resista anche quando lui, fra duecento anni, si ritirerà. Questo, secondo me, è il tipo di sfida che ha davanti. Tutte le altre le ha già affrontate e risolte, con facilità sempre più irrisoria. Se è riuscito a portare Cleveland in finale l’anno scorso, allora può fare tutto.”

“I Golden State Warriors hanno già vinto il titolo”, “Gli Warriors hanno rovinato la NBA”, “Cousins e Durant sono due codardi”. Come ti senti di smentire questi ‘tormentoni estivi’?
“La terza non la accetto. Cousins e Durant, come gli altri 448 giocatori NBA, hanno fatto una scelta professionale di cui devono rispondere solo a loro stessi. Che Golden State abbia già vinto il titolo non è neanche particolarmente difficile da smentire. Se uno guarda solo la finale, nella scorsa stagione hanno passeggiato, però c’è stata gara-1. E prima ancora, tra gara-5 e gara-7 della finale della Western Conference, sembravano più con un piede fuori, che con un piede dentro. E se hanno perso nel 2016, dopo quella che è stata nettamente la miglior stagione mai giocata da una squadra nella storia NBA, abbiamo già risposto. L’accusa che gli Warriors stiano “rovinando la NBA” è interessante. Come possa la massima espressione di qualcosa rovinare quella tal cosa è curioso. Se è così, allora è naturale che Leonardo Da Vinci ha rovinato la scienza, che Michelangelo ha rovinato la scultura e che David Foster Wallace ha rovinato la scrittura. Io, a naso, preferisco leggere sempre Foster Wallace, piuttosto che un giorno Foster Wallace e un giorno qualcuno che non sappia scrivere – tipo Flavio Tranquillo. Poi, de gustibus…”

Forse alcuni confondono “Fare al meglio il proprio lavoro” con “cercare di vincere aggirando le regole”.
“Se uno guarda la NBA solo per vedere se l’anno dopo vince qualcuno di diverso dall’anno prima, onestamente non sta guardando la NBA, quindi non saprei cosa dirgli.”

 

Restando a Ovest, vedi Houston e Oklahoma City realisticamente in grado di ambire al grande colpo, o anche solo a dar fastidio a Golden State? Oppure non ancora, o non più?
“Entrano nel novero delle squadre che dobbiamo vedere, perché hanno fatto cambiamenti significativi, al di là di quanti siano i giocatori nuovi. Solo il fatto che da una parte non ci sia più Carmelo Anthony e dall’altra ci sia, è già un cambiamento abbastanza significativo da doversi riservare almeno venti, trenta, quaranta partite per capire – più o meno – come butta. Quando si dice che la regular season NBA non conta niente, non è assolutamente vero. E’ l’unica sede in cui si comincia a costruire quello che poi succederà più avanti. Poi alla fine possono succedere cose diverse perché intervengono altri fattori, però le squadre una loro anima ce l’hanno. E non ce l’hanno su un foglio di carta, ce l’hanno dentro al campo. E dentro al campo ci devi mettere gli occhi parecchie volte, per poterti fare un’idea. Detto questo, se tutti giocano vicini al loro potenziale, che rivinca Golden State è scontato. Ma siccome è impossibile che tutti giochino al top del loro potenziale, andiamo a vedere.”

A proposito di potenziale: l’anno scorso Minnesota avrebbe dovuto essere la squadra che avrebbe dominato la NBA nell’immediato futuro. Poi è arrivata una stagione deludente e, di recente, la vicenda Jimmy Butler, che è a un passo dal lasciare la franchigia. Pensi che ci sia ancora speranza per i Timberwolves, oppure che tutto è compromesso e si debba ricostruire?
“Il punto è sempre quello legato alla parola ‘cultura’. Al di là della forza e della combinazione dei giocatori, al di là di come giochino, che comunque è molto rilevante. Gli Warriors sono gli Warriors per motivi che non hanno solo a che fare con il livello e la chimica tra i giocatori. Boston e San Antonio (fino a oggi, adesso vediamo cosa succede senza i grandi veterani), nelle rispettive categorie, idem. Minnesota non è in questo tipo di situazione. Ha dei giocatori individualmente di un livello paradisiaco (sicuramente Karl-Anthony Towns), però ha assunto l’idea che bastasse portare un allenatore che predica difesa, per difendere. Salvo poi dire che, forse, l’allenatore non è un granché. Non è questo. Io giuro di aver visto allenare Mike D’Antoni, e non l’ho mai visto entrare in palestra e dire: “Ragazzi, oggi non state nemmeno a tornare in difesa!”. Molte sue squadre hanno difeso male. Sicuramente c’era la responsabilità di D’Antoni, poi però c’erano il clima, le caratteristiche, il management… Minnesota deve partire da questo, non da Towns e Thibodeau. Non è cambiando quei due con Butler e D’Antoni, che risolvi il problema. Quando crei le condizioni per poter fare qualcosa te ne accorgi. Boston ha iniziato a crearle in stagioni in cui ha vinto trenta-quaranta partite, ma le stava creando. Brad Stevens è stupendo, ma non è il Genio della Lampada che impone le mani alla gente e la guarisce. E’ un grandissimo allenatore (come lo sono Thibodeau e D’Antoni, altrimenti non sarebbero capo-allenatori NBA) che lavora in un clima strumentale affinché lui faccia il meglio possibile. A Minneapolis, questo clima non c’è mai stato.”

 

Flavio Tranquillo (foto di Diego Alto - www.diegoalto.com)
Flavio Tranquillo (foto di Diego Alto – www.diegoalto.com)

La partenza in direzione Ovest di LeBron James ha aperto una corsa alla successione a Est. Chi tra Boston, Toronto, Philadelphia, magari Washington e Milwaukee, ti sembra realisticamente pronta per puntare alla finale?
“Philadelphia mi sembra pronta per essere una squadra che, nei prossimi dieci anni, vincerà il sessanta-sessantacinque per cento delle partite, però onestamente mi sembra presto per andare fino in fondo. Potrebbe comunque arrivarci, ma la vedo più in prospettiva. Toronto è quella con il maggior ‘vissuto’, quella che ha aggiunto il giocatore che potrebbe fare maggiormente la differenza (Kawhi Leonard, ndr.). E’ esattamente l’opposto di Philadelphia: non la vedo, da qui a dieci anni, tra le protagoniste, ma in questa stagione potrebbe benissimo esserlo. Boston è la più ovvia candidata ad arrivare in finale.”

Però Boston avrà un bel po’ di questioni da risolvere. Ad esempio, alcuni giocatori che l’anno scorso l’hanno trascinata fino a gara-7 contro i Cavs dovranno fare un passo indietro. Quelli in rampa di lancio come Jayson Tatum e Jaylen Brown potrebbero essere ‘frenati’ dai ritorni di Gordon Hayward e Kyrie Irving.
“Se però, come noi crediamo da fuori, si è effettivamente creato quel tipo di cultura di cui parlavamo, questo è un non-problema. Voglio pensare che Jaylen Brown, pur avendo – giustamente – un’alta opinione di se stesso, non ritenga che un suo isolamento sia più produttivo di uno di Irving. Voglio sperare e immaginare che, se Tatum facesse un’analisi del suo gioco, ritenesse di essere dietro a Hayward solo perché Hayward ha diversi anni di esperienza, e invece lui è al secondo anno. Il fatto che siano andati così bene quando non c’erano quei due è importantissimo per stabilire il loro valore, ma non stabilisce che sono meglio, o che hanno diritti in più di loro. Stabilisce che possono essere pezzi importantissimi di una squadra. Chiaro che il discorso non si può basare solo sul convincimento, ma sarei stupito, ad esempio, se Tatum si offendesse perché Hayward gioca di più. Mi suonerebbe strano.”

Restando nella Eastern Conference, il generale abbassamento del livello medio potrebbe dare qualche opportunità in più, in chiave playoff, a squadre che, fino all’anno scorso, non avrebbero avuto una chance. Quali pensi possano essere le sorprese?
“L’anno scorso abbiamo visto Indiana fare molto di più di quanto avremmo potuto pensare, guardando il foglio di carta a inizio stagione. Non so se Milwaukee ha le stesse possibilità, ma potenzialmente è sempre quel tipo di squadra, soprattutto dopo il cambio di allenatore. Anche lì, gli ingredienti ci sono ma, per adesso, il ristorante non è ancora stellato. E’ molto difficile fare previsioni: ci sono squadre che stanno crescendo, come Milwaukee, squadre che stanno scendendo, ma partono da più in alto, come Washington. E’ complicato, a Est può succedere di tutto.”

Invece parlando delle outsider, di quelle che potrebbero improvvisamente trovare una chance di acciuffare il settimo-ottavo posto? Mi vengono in mente i Chicago Bulls, o magari i New York Knicks, se dovesse tornare Kristaps Porzingis…
“No, io credo che oggi il piano dei Knicks non possa essere quello di agganciare un settimo-ottavo posto. Poi potrebbe crearsi una situazione particolare, simile a quella di Indiana l’anno scorso. I Pacers non erano partiti con un piano a medio termine, erano partiti senza pretese, dopo l’addio di Paul George e l’arrivo di Victor Oladipo, con l’intenzione di fare il meglio possibile. A volte ciò significa arrivare a 25 vittorie, e allora porti avanti un piano di ricostruzione. New York, invece, deve per forza implementare questo piano. Anche perché Porzingis non si sa se e quando tornerà, per cui puntare ai playoff è molto difficile (poi magari fanno 60 vittorie e vincono il titolo, eh!). Così come sarà difficile per Brooklyn o per Atlanta. Orlando non vorrebbe più nascondersi dopo tutti questi anni, ma tra volere e potere c’è una grande differenza nella NBA.”

Flavio Tranquillo guiderà la redazione di Sky Sport NBA (foto di Diego Alto - www.diegoalto.com)
Flavio Tranquillo guiderà la redazione di Sky Sport NBA (foto di Diego Alto – www.diegoalto.com)

Riguardo i singoli giocatori, da chi ti aspetti un salto di qualità quest’anno?
“E’ come quando devi votare per il Most Improved Player: è un concetto molto difficile. Secondo me il salto di qualità non lo fa il singolo giocatore, specie nella NBA di oggi. Lo fa il giocatore in un contesto in cui, per una serie di scelte che spesso non dipendono da lui, viene messo nelle condizioni di poterlo fare. Ti faccio un nome diverso dal solito: Derrick White. A San Antonio, in assenza dell’infortunato Dejounte Murray (e chiaramente tutti avremmo preferito che non ci fosse questa situazione), lo staff tecnico gli troverà molti più minuti di quanti sarebbe riuscito a concedergli con Murray. Magari, tra un po’, tutti diranno: “Ah, però! Questo Derrick White non sarebbe lo stesso, se avesse giocato 10 minuti anziché 20!”. Anche Danilo Gallinari potrebbe rientrare in questo novero; quello che si trascinava per il campo nella scorsa stagione e quello che adesso corre avanti e indietro non sono neanche cugini. In questo caso sono i fattori fisici a fare la differenza. Ce ne sono tanti in questa situazione. Secondo me, uno dei motivi per seguire la NBA è trovare il Derrick White del caso. Oltretutto, per un White che va in una direzione, c’è sempre uno sfortunato Murray che va nell’altra.”

A tal proposito, qualche settimana fa, Chauncey Billups ci ha detto che Kris Dunn gli ricorda un po’ il suo percorso, che poi è anche quello di Victor Oladipo. Nel giusto contesto, potrebbe fiorire e diventare un All-Star.
“Buonissimo paragone. Billups non era proprio l’archetipo dell’MVP delle finali NBA, ma non era nemmeno il disastro che poteva indurre una franchigia ad abbandonare i progetti su di lui dopo sei mesi. Il paragone con Dunn ci può stare.”

La scorsa classe di rookie è stata forse la migliore del decennio. Tra quelli della nuova leva, chi seguirai con particolare interesse?
“Io non farei dei paragoni, perché non credo che abbiamo di fronte lo stesso tipo di classe. E poi si torna sul discorso di prima: magari, senza l’infortunio di Hayward, non parleremmo di Tatum negli stessi termini. Se Chicago non avesse dato tutto quello spazio a Lauri Markkanen idem, per citare due giocatori di livelli diversi. Quest’anno è molto facile dire Luka Doncic, poi mi incuriosisce Mohamed Bamba, che può avere grandi prospettive. Nel peggiore dei casi sarà un giocatore marginale, ma nel migliore può diventare uno che sposta; finchè non lo vediamo all’opera non possiamo immaginarlo. DeAndre Ayton, al contrario, non sembra avere tutti questi margini di incertezza. A me piace più il tipo di prospetto ‘alto rischio, alta ricompensa’.”

Chiudiamo parlando dei nostri connazionali. Che stagione ti aspetti da Marco Belinelli e Danilo Gallinari?
“Sono due veterani, che sanno esattamente quello che possono fare. Non si tratta più, come in passato, di azzeccare la stagione sul piano individuale. Si tratta di riuscire ad essere un pezzo importante di una squadra che va in una certa direzione. In questo momento, i Clippers viaggiano a fari spenti e vengono sottovalutati da molti. Non sto dicendo che sono da titolo, però secondo me possono fare una stagione più che decente. Gli Spurs hanno preso una botta terribile con Murray, dopo tutte quelle che hanno preso in estate. Non solo per il suo valore, quanto perché era un giocatore che ti dava l’idea di metterci sempre qualcosa in più. Adesso ci sono forse troppi veterani. Credo che Marco Belinelli il suo – soprattutto agli Spurs, dove gioca a occhi chiusi – lo possa fare sempre e comunque. E’ molto diverso, però, fare il tuo nella squadra di Tim Duncan, Manu Ginobili e Boris Diaw e farlo in quella di LaMarcus Aldridge, Pau Gasol e Rudy Gay…”

3 Commenti
  1. Luca dice

    Complimenti per l’articolo confezionato in maniera egregia, e come al solito Flavio ha fatto una disamina perfetta della prossima stagione Nba, davvero vorrei far leggere questa intervista a tutti gli appassionati (o presunti tali) della palla a spicchi, agli haters e ai critici di una lega che come sempre cambia e si trasforma, complice sistemi consolidati premia chi lavora al meglio. Non sarà perfetta ma la migliore pallacanestro si trova ancora al di là dell’oceano.

    Grazie

    1. Marco Tarantino dice

      Grazie mille Luca 🙂

    2. Stefano Belli dice

      Grazie Luca|

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