Three Points – Derrick Rose e altre rinascite

Derrick Rose

Il ciclone Anthony Davis si è abbattuto sulla NBA. Stavolta non parliamo delle sue azioni in campo, bensì delle dichiarazioni del suo agente Rich Paul, secondo cui Davis non sarebbe intenzionato a prolungare la sua permanenza a New Orleans. Uno sviluppo non certo sorprendente (abbiamo anche dedicato all’argomento la copertina di ‘Three Points’, due settimane fa), ma che ha inaugurato ufficialmente i giorni più caldi del mercato, con la trade deadline del 7 febbraio che si avvicina a grandi passi (e che NBA Passion coprirà con una lunga diretta YouTube). Il primo, grande colpo è arrivato qualche ora fa, con lo scambio che ha portato Kristaps Porzingis, Tim Hardaway Jr., Trey Burke e Courtney Lee ai Dallas Mavericks e Dennis Smith Jr., DeAndre Jordan e Wesley Matthews ai New York Knicks. Anche il campo, però, sta offrendo spunti interessanti. Prima di buttarci a capofitto nella marcia di avvicinamento all’All-Star Weekend di Charlotte, in questa edizione ci occupiamo di tre giocatori che sembrano aver finalmente iniziato una ‘nuova vita’ cestistica, dopo le tante difficoltà degli ultimi anni. Partiamo subito!

 

1 – Derrick Rose, il romanzo continua

Derrick Rose è letteralmente 'rinato' in maglia Timberwolves
Derrick Rose è letteralmente ‘rinato’ in maglia Timberwolves

All’inizio del decennio, sui campetti e nelle palestre di tutto il mondo spopolava una maglia rossa fiammante con il numero 1. Sul petto c’era scritto “BULLS”, sulle spalle “ROSE”. Anche chi non seguiva la NBA finiva per indossarla, era un capo che faceva quasi tendenza. L’intero pianeta, non solo quello cestistico, si era innamorato di Derrick Rose.
Il panorama sportivo statunitense è pieno di storie ‘difficili’; qualcuna finita bene, molte altre finite malissimo. Quella di Rose è iniziata a Englewood, sobborgo a sud-ovest di Chicago noto per la dilagante criminalità. Una volta intuite le potenzialità del ragazzo, madre e fratelli (il padre non l’aveva mai conosciuto) fecero di tutto per toglierlo dalle strade, consapevoli che fosse l’unica maniera per fuggire anch’essi da quell’inferno dominato da droga e violenza. Riuscirono nel loro intento, e per Derrick e il suo ‘clan’ iniziò una nuova vita. Alla Simeon High School di Chicago, Rose scelse il numero 25 in onore di Ben Wilson, star della scuola negli Anni ’80 e uno dei tanti Jesus Of Suburbia a cui era andata male (ucciso con due colpi di pistola a soli diciassette anni). Mantenne quella maglia anche nei pochi mesi passati al college, con i Memphis Tigers di John Calipari, ma ben presto si capì che il suo nome sarebbe stato associato a un altro numero. Quando i Chicago Bulls si aggiudicarono la prima scelta assoluta al draft 2008, non ebbero alcun dubbio: il ‘figliol prodigo’ sarebbe tornato nell’Illinois. La rapida e inarrestabile ascesa del nuovo numero 1 (in tutti i sensi) dei Bulls, che lo portò a conquistare i fan di tutto il mondo, a rendere di nuovo rilevante una squadra che viveva ancora dei ricordi dell’era-Jordan e a sollevare il trofeo di MVP nel 2011 (il più giovane vincitore di sempre), sembrava un hollywoodiano ‘lieto fine’ a una vicenda umana così drammatica. Invece, era solo l’inizio.

Il punto di svolta della carriera NBA di Derrick Rose fu quel nefasto 28 aprile 2012. Sul finire della prima partita di playoff, ormai stravinta, contro Philadelphia, il ginocchio sinistro cedette. Rottura del crociato anteriore, stagione finita. E non solo quella, forse. La Adidas, che aveva deciso di costruire intorno a D-Rose un impero simile a quello che la Nike aveva messo in piedi con Michael Jordan, inaugurò un’aggressiva campagna pubblicitaria incentrata sullo slogan “The Return”. Un ritorno che verrà atteso in eterno.
Dopo aver saltato l’intera stagione 2012/13 e aver disputato una manciata di partite in quella successiva, Derrick si infortunò nuovamente (menisco del ginocchio destro), rimandando ancora i sogni dei Bulls. Una volta rientrato stabilmente in campo, nell’autunno 2014, si capì che il vero D-Rose non c’era più. Il prepotente atletismo e la furia agonistica di un tempo avevano lasciato spazio ai continui problemi fisici e, soprattutto, a un velo di perenne tristezza sul volto dell’ex-MVP. Quando i Cleveland Cavaliers di LeBron James fecero tramontare una volta per tutte le ambizioni di quella squadra, eliminandola al secondo turno nonostante un epico buzzer beater di Rose in gara-3, la dirigenza capì che era il momento di cambiare pagina. Il primo a partire fu coach Tom Thibodeau, che lasciò il posto a Fred Hoiberg, ma il fallito assalto ai playoff della stagione successiva spinse anche alla cessione dei due giocatori-simbolo di quell’epoca: Joakim Noah e, per l’appunto, Derrick Rose.

Il biennio seguente, passato tra New York e Cleveland, aveva gettato una grossa ombra sul futuro del fenomeno da Englewood. Ogni tanto si vedeva qualche lampo della sua classe innata, ma a prendere il sopravvento erano stati i soliti guai fisici e le vicissitudini extra-parquet, dall’accusa di stupro (poi decaduta) all’improvvisa ‘sparizione’ del gennaio 2017. L’anno dopo, quando Rose era finito nel vortice di trade che aveva fatto ‘piazza pulita’ alla corte di King James, in molti avevano pensato la stessa cosa: ritiro imminente. Ecco però l’ultima spiaggia: la chiamata di Thibodeau, diventato presidente-allenatore dei Minnesota Timberwolves. La buona serie di playoff disputata contro Houston era stato solo il preambolo di quella che sarebbe stata la sua effettiva ‘rinascita’. In questo 2018/19, ecco il “Return” che ogni appassionato NBA aspettava da troppo tempo. La leggendaria partita da 50 punti contro Utah, finita con un Rose in lacrime, è stato solo l’antipasto. Oggi, Derrick è di fatto la seconda stella dei T’Wolves (dietro a Karl-Anthony Towns), nonché uno dei principali candidati al premio di 6th Man Of The Year. Soprattutto, sembra aver ritrovato l’entusiasmo dei tempi migliori, quando il mondo si era riempito di maglie rosse con il numero 1.
Una torta del genere avrebbe meritato forse una commovente ciliegina, ovvero la convocazione al prossimo All-Star Game. Invece, ed è notizia di poche ore fa, Rose a Charlotte non ci andrà. Guai però a pensare che questo sia l’epilogo di un romanzo così avvincente: i capitoli migliori sono ancora tutti da scrivere.

 

2 – Unleash the Manimal

Per Kenneth Faried un nuovo inizio con gli Houston Rockets
Per Kenneth Faried un nuovo inizio con gli Houston Rockets

Poche settimane dopo l’incoronazione di Derrick Rose come più giovane MVP della storia NBA, i Denver Nuggets utilizzarono la ventiduesima chiamata al draft per selezionare Kenneth Faried, ala grande da Morehead State University. In quel 2011, i Nuggets erano arrivati a un punto di svolta. A febbraio, Carmelo Anthony e Chauncey Billups, coloro che avevano portato Denver nell’élite della Western Conference, erano stati spediti ai New York Knicks. Come contropartita erano arrivati Danilo Gallinari, Wilson Chandler, Timofey Mozgov, Kosta Koufos e Raymond Felton; di fatto, l’ossatura del nuovo corso. L’innesto di Faried, inarrestabile macchina da rimbalzi e atleta fuori dal comune, diede a coach George Karl un ingrediente fondamentale per mettere in tavola un piatto coi fiocchi. Le ‘foglioline di basilico’ finali furono gli arrivi di Andre Iguodala, già All-Star a Philadelphia, e JaVale McGee, centro dal potenziale inferiore solo alla sua incostanza.
Senza una vera e propria superstar, ma con la velocità del giovane playmaker Ty Lawson, la classe di Iguodala, la versatilità del Gallo e un frontcourt che poteva vantare l’esplosività del duo Faried-McGee e la solidità di Koufos e Mozgov, Denver disputò un 2012/13 strepitoso. Chiuse con il terzo piazzamento a Ovest, che valse a Karl il premio di Coach Of The Year. Faried, che nel 2012 era stato superato solo da Kyrie Irving e Ricky Rubio nelle votazioni per il miglior rookie, impreziosì quella stagione con la nomina a MVP del Rising Stars Challenge, tradizionale evento di apertura dell’All-Star Weekend.

Proprio quando i Nuggets sembravano sul punto di ‘sbocciare’ definitivamente, il castello di carte crollò. Un grave infortunio di Gallinari contribuì all’eliminazione al primo turno contro gli emergenti Golden State Warriors, Iguodala si trasferì proprio nella Baia, il general manager Masai Ujiri firmò per i Toronto Raptors e Karl, in contrasto con la dirigenza per il rinnovo contrattuale, venne licenziato. ‘Manimal’, nel frattempo, era uscito dalla gabbia. Il 2013/14 fu la miglior stagione della sua carriera, tanto che Mike Krzyzewski, il leggendario ‘Coach K’ di Duke, volle Faried nella spedizione di Team USA ai Mondiali di Spagna. Nella consueta ‘passeggiata’ verso l’oro degli statunitensi, Faried fu una delle grandi attrazioni (insieme all’MVP Kyrie Irving) di quella nazionale, annientando con la sua energia i lunghi avversari e finendo nel quintetto ideale della manifestazione. Le sue eccellenti prestazioni spinsero i Nuggets a concedergli un’estensione contrattuale da 60 milioni di dollari in quattro anni.
Faried rimase un punto fermo della squadra anche nelle due stagioni successive, ma Denver non riuscì mai a tornare ai playoff. Una serie di problemi alla schiena mise ‘Manimal’ ai margini della squadra e l’arrivo di Paul Millsap, nell’estate del 2017, lo spinse pian piano fuori dalle rotazioni di coach Mike Malone.

Arriviamo così ai giorni nostri, con la sua cessione a Brooklyn e le tante panchine scaldate in maglia Nets. Quando ormai il treno sembrava passato, ecco che una serie di circostanze ha spianato la strada per un nuovo inizio. L’infortunio di Clint Capela ha infatti spinto i rimaneggiati Houston Rockets a cercare disperatamente rinforzi nel ‘sommerso’ NBA. La scelta è ricaduta proprio su Faried, che nelle prime settimane in Texas non ha assolutamente tradito tale fiducia. Innescato dalle magie di James Harden, ‘Manimal’ è tornato a ruggire; 15.2 punti e 9.8 rimbalzi di media nelle prime cinque uscite con la nuova maglia, tra cui spicca una prova da 21+14 decisiva nella vittoria sui Raptors. La sua ferocia agonistica, il suo atletismo e la sua abilità nello sfruttare le voragini create dai raddoppi sull’MVP in carica lo rendono un giocatore perfetto per questi Rockets, che potrebbero aver trovato una risorsa inaspettata nella difficilissima caccia al trono dei Golden State Warriors.

 

3 – Jahlil Okafor: la grande occasione

Primo anno a New Orleans per Jahlil Okafor
Primo anno a New Orleans per Jahlil Okafor

Anche quella di Jahlil Okafor è una storia di redenzione. Nel 2015 era arrivato in pompa magna al draft NBA. Aveva guidato da protagonista Duke al titolo NCAA, e in pochi mesi aveva conquistato la stima incondizionata di Coach K, che spenderà parole al miele per lui rispondendo alle prime critiche. Sì, perché la strada di Okafor in NBA è stata quasi subito una salita. Avvicinandosi a quel draft, il suo nome veniva inserito tra le papabili prime scelte assolute. Invece Minnesota aveva optato per Karl-Anthony Towns, mentre i Lakers avevano preferito D’Angelo Russell. Jahlil era finito ai Philadelphia 76ers, con il famigerato ‘Process’ di Sam Hinkie nel pieno del suo ‘splendore’. In realtà, Phila aveva già draftato due lunghi nel biennio precedente, ma sia Nerlens Noel sia Joel Embiid avevano passato un’intera stagione ai box alle prese con seri infortuni. Con il camerunense costretto a saltare anche l’annata successiva, Okafor si era imposto come il miglior giocatore di una delle peggiori squadre della storia (10 vittorie e 72 sconfitte il record finale). Se in campo tutto procedeva alla grande (17.5 punti e 7 rimbalzi di media e inclusione nel primo quintetto All-Rookie), fuori si addensavano le prime nubi. Prima il coinvolgimento in una rissa sulle strade di Boston, che gli era costata una sospensione, poi un infortunio al ginocchio e la fine anticipata del suo anno da matricola.

Nell’autunno del 2016, lo straordinario debutto di Embiid aveva messo presto in chiaro cosa si intendesse per ‘uomo franchigia’. Il ginocchio destro di Okafor, nel frattempo, continuava a non dare tregua all’ex pupillo di Coach K, che collezionava la miseria di 50 presenze (erano state 53 l’anno precedente). Per i Sixers, la scommessa poteva già considerarsi persa. Il 2017/18 si era aperto con l’annuncio della mancata estensione contrattuale, poi erano arrivate le infinite panchine e i cori di sostegno dei tifosi, che sollecitavano invano Brett Brown affinché lo rimettesse in campo. L’inevitabile separazione aveva gettato ulteriore amarezza su un connubio mai sbocciato: incapace di ottenere contropartite sufficienti per un giocatore ormai fuori rosa, Phila aveva di fatto ‘regalato’ la terza scelta assoluta del draft 2015, spedendola ai Brooklyn Nets, insieme a Nik Stauskas e a una seconda scelta 2019, in cambio di… Trevor Booker.

Il vortice di sconforto che aveva inghiottito Kenneth Faried si era abbattuto anche sul suo nuovo compagno, ormai fuori forma e finito presto sul fondo della panchina dei Nets. La famosa ‘ultima spiaggia’, quella che ‘Manimal’ ha trovato a Houston e su cui Derrick Rose si è rialzato a Minneapolis, per Jahlil Okafor si è materializzata a New Orleans. Se l’avvio di stagione sembrava confermare il definitivo declino dell’atleta, con l’arrivo del 2019 il vento è cambiato di colpo. Tutto ‘merito’ di Anthony Davis, stella dei Pelicans. Prima l’infortunio a un dito, poi la già citata richiesta di trade. In mezzo al polverone, si sta facendo largo il nostro Jahlil; dal 21 gennaio viaggia a 20 punti e 10.5 rimbalzi di media, con due fondamentali doppie-doppie nelle vittoriose trasferte a Memphis e Houston. Ora il futuro della franchigia è più incerto che mai, con l’imminente addio di Davis che preannuncia l’inizio di un’era segnata dal caos e dalle sconfitte; insomma, il contesto adatto a Okafor per ritrovare una strada abbandonata troppo presto.