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Three Points – Golden Dynasty

Golden State cementifica la sua dinastia, Cleveland vede il baratro e molte altre franchigie si preparano per un'estate decisiva

La fine di una stagione NBA è un po’ l’equivalente dell’ultimo giorno di scuola; da una parte è l’occasione per ‘staccare la spina’ e pensare ad altro per qualche mese, dall’altra il fatto di non vedere più tanti volti ‘familiari’ in azione lascia un senso di ‘vuoto’ difficile da colmare. Le NBA Finals sono finite in un baleno, portandosi via quasi nove mesi di grande, grandissimo basket. I Golden State Warriors hanno conquistato il loro terzo titolo in quattro anni, ma l’esito della serie finale è stato probabilmente l’unica cosa scontata di una stagione piuttosto intensa. Il recap del 2017/18 arriverà prossimamente, per questa edizione di Three Points ci soffermeremo invece sulle Finals di per sé. Let’s go!

 

1 – Golden Dynasty

I Golden State Warriors sono Campioni NBA 2018
I Golden State Warriors sono Campioni NBA 2018

4-0 Warriors, dunque. Basandosi semplicemente sul risultato delle Finals, sembrerebbe che per Golden State sia stata la più facile delle vittorie. I fatti, e i protagonisti stessi, dicono invece tutt’altro. Aldilà dell’enorme quantità di talento a disposizione di coach Steve Kerr, la strada per le Finals è stata ricca di insidie. Le cause sono da ricercare più all’interno della squadra, che nella crescita delle possibili rivali. Come sempre accade quando un ciclo vincente assume le sembianze di una dinastia, tutto ciò che precede lo sprint per il titolo si trasforma in una lunga attesa, non così semplice da ingannare. Gli Warriors si sono presentati ai playoff 2018 dopo una regular season tormentata, caratterizzata da prestazioni e risultati ben inferiori a quelli degli scorsi anni. Poi, con l’aumentare della posta in gioco, è cresciuto anche il livello di Golden State. Il rientro di Stephen Curry ha definitivamente portato a termine il ‘rodaggio’ in vista delle gare decisive, anche se alcuni dei problemi della squadra sono rimasti in evidenza durante la serie contro gli Houston Rockets. Arrivati alle Finals, non c’è stata più storia. Cleveland ha avuto un’occasione irripetibile in gara-1, ma l’incredibile serie di errori nel finale le ha impedito di approfittare a dovere di una versione più ‘vulnerabile’ della corazzata californiana. Già a partire dal successivo overtime, la serie era finita.

L’unica incertezza, durante la conclusiva gara-4, era relativa al vincitore del Bill Russell Trophy, il premio riservato all’MVP delle Finals. Alla fine l’ha spuntata Kevin Durant, al secondo trionfo consecutivo. Il numero 35 ha prevalso su Steph Curry, visto da molti (KD compreso) come il più credibile candidato. Entrambi hanno giocato una splendida serie, ma alla fine si è rivelata decisiva gara-3, giocata obiettivamente male da Steph (che a due minuti dal termine aveva 4 punti a referto, con pessime percentuali al tiro) e in maniera leggendaria dall’ex giocatore di OKC (43 punti, 13 rimbalzi e un dominio totale sui due lati del campo). Chi pensava a possibili ‘invidie’ tra i due è stato subito smentito (almeno a parole) dai diretti interessati, quasi ‘indignati’ dal fatto che ciò potesse rappresentare un problema per qualcuno. Di solito si tende a non credere fino in fondo a dichiarazioni del genere, ma nel caso di Golden State è lecito pensare che l’ostentato altruismo sia qualcosa di sincero.

In questi giorni si sono lette opinioni secondo le quali il ‘cappotto’ sia un esito bugiardo, che non rispecchia del tutto i reali valori in campo. In realtà, il 4-0 rappresenta alla perfezione il divario tra le due franchigie, non solo tra le due squadre. I Golden State Warriors stanno collezionando anelli perché la loro organizzazione sta facendo scuola, non perché abbiano infranto delle regole o, come si legge talvolta, siano favoriti dagli arbitri (andate a raccontarlo a Cleveland, saranno i primi a ridervi in faccia). Il nucleo del roster è stato costruito con una serie di mosse al confine tra lungimiranza e fortuna; Stephen Curry è arrivato con la settima chiamata al draft 2009, Klay Thompson con l’undicesima scelta due anni dopo, ma Draymond Green è stato selezionato dopo altri trentaquattro giocatori; non proprio una star annunciata. Oltretutto, puntare su un Curry dalle caviglie fragili, nel 2012 (quando per lasciargli spazio è stato ceduto Monta Ellis, l’idolo dei fan), non è stata certo una scelta facile. Insomma, Golden State ha creato pezzo dopo pezzo un contesto vincente, che ha cominciato a pagare dividendi con l’inarrestabile ascesa del biennio 2013-2015. Tali dinamiche, unite alle particolari situazioni contrattuali degli ‘Splash Brothers’ (entrambi rifirmati prima della loro grande esplosione), hanno permesso infine di aggiungere la ciliegina sulla torta, ovvero un fenomeno come Kevin Durant. Visto che mettere insieme grandi nomi non basta per vincere (i Thunder sono l’ultimo di un’infinita serie di esempi), ci è voluta tutta l’intelligenza e la dedizione dei personaggi coinvolti (dai ‘Big Four’ al geniale Steve Kerr) per far rombare a dovere un motore così potente.

La dinastia Warriors è stata resa possibile dalle quattro stelle, ma anche dalla perfezione con cui tutti i membri del ‘supporting cast’ sono stati inseriti nel meccanismo. Prendiamo Zaza Pachulia, JaVale McGee (estremamente positivo sia alle Finals, che nella serie contro San Antonio), Nick Young, Quinn Cook (!) e Kevon Looney e mettiamo loro addosso la divisa dei Cavs (o di molte altre squadre NBA); sicuri che avrebbero lo stesso rendimento? Ci sono poi quei ‘comprimari’ che, quasi certamente, farebbero la differenza ovunque, come Andre Iguodala e Shaun Livingston. Per entrambi è stata una stagione travagliata, ma alle Finals, quando contava davvero, sono stati determinanti. Giocatori così si trovano sempre, nelle grandi squadre.

 

2 – Cavs, una fine annunciata

Per LeBron James, quella contro Golden State potrebbe essere l'ultima serie playoff in maglia Cavs
Per LeBron James, quella contro Golden State potrebbe essere l’ultima serie playoff in maglia Cavs

Se il recente ciclo di Golden State è destinato a fare scuola, di certo non si può dire altrettanto di quello di Cleveland. Dal 2003 in avanti, le sorti della franchigia sono state determinate esclusivamente dalle gesta e dalle volontà di un singolo giocatore. L’arrivo di LeBron James aveva reso i Cavs più rilevanti di quanto non fossero mai stati, nemmeno ai tempi di Mark Price, Brad Daugherty e Larry Nance (senior). La sua partenza, nel 2010, aveva gettato la franchigia nel baratro, e la ricostruzione è stata tutt’altro che un capolavoro (doveroso citare il Media Day 2013, con Dion Waiters e Andrew Bynum al fianco del giovanissimo Kyrie Irving). L’unica ‘strategia’ per porre fine alla perenne mediocrità è stata sperare che, una mattina d’estate del 2014, King James si svegliasse con la ‘pazza idea’ del grande ritorno. Il suo ‘homecoming’ ha portato in Ohio uno storico titolo, un’impresa titanica che verrà ricordata in eterno. Però quella vittoria, così come le quattro finali consecutive, non è stata frutto di una pianificazione; con ogni probabilità, LeBron avrebbe potuto ottenere gli stessi risultati con qualsiasi altra squadra.

L’ultima stagione, con lo spettro di un nuovo addio del ‘figliol prodigo’, è stata il manifesto della gestione della franchigia. Tutto il lavoro fatto in estate improvvisamente smantellato a febbraio, dopo l’inaudito ‘sciopero’ che aveva portato la squadra a offrire una serie di prestazioni imbarazzanti in diretta mondiale. Il risultato è riassunto nel ‘cappotto’ subito in finale; un giocatore epocale, in grado di trascinare chiunque a competere per l’anello, e un gruppo di buoni giocatori, più adatti a un ottavo posto che a una serie finale. Basti pensare che, in tutta la stagione, non c’è stato un singolo elemento in grado di aiutare con costanza il grande leader. Se concediamo a Kevin Love (autore comunque di una discreta serie finale) tutte le attenuanti psicologiche, per cui merita infinito rispetto e ammirazione, tutti gli altri hanno profondamente deluso, dai nuovi arrivati (George Hill, Jordan Clarkson, Larry Nance Jr. e Rodney Hood; buoni, sì, ma giusto per tre-quattro partite) al nucleo storico (Kyle Korver, Tristan Thmpson e un J.R. Smith i cui demeriti vanno ben oltre il tragicomico errore di gara-1). Quando avere in squadra uno dei più grandi cestisti mai apparsi, capace di giocare il miglior basket in carriera a 33 anni suonati, non basta nemmeno a vincere una partita contro Golden State, quando la folle gestione del roster ha prodotto un salary cap ingolfato da contratti senza senso, vuol dire che per Cleveland non c’è futuro, con o senza LeBron James.

La prossima destinazione del ‘Prescelto’ sarà il principale argomento di discussione nella settimane a venire. Considerando che, a ragion di logica, gli restano massimo quattro-cinque stagioni a grandissimi livelli, facile immaginare che opterà per un progetto in grado di garantirgli chance immediate di riprendersi il Larry O’Brien Trophy. Anche qui, il caso di Golden State potrebbe essere d’insegnamento. Visto che circondarsi di ‘gregari’ e costruire una squadra a propria immagine e somiglianza è servito solo ad innalzare le sue già leggendarie statistiche, forse LBJ avrà capito che Kevin Durant non ha fatto poi una gran sciocchezza a fare il percorso inverso, ovvero mettere il suo straordinario talento a completa disposizione di un progetto ben collaudato. Ecco allora salire le quotazioni di Rockets, Spurs (pur con tutti i dubbi del caso), Celtics e Sixers (l’opzione Warriors sembra difficilmente realizzabile, per svariati motivi). Se invece la scelta ricadesse su Lakers o Heat (ipotesi spuntata nelle ultime ore), magari per mettere in scena una nuova versione dei ‘Big Three’ con i vari Paul George, DeMarcus Cousins o chi per essi, la sensazione di dejà vu si farebbe sempre più forte. Per fermare la ‘Golden Dynasty’ serve ben altro…

 

3 – l’estate che sciolse ogni cosa

Paul George e DeMarcus Cousins, due dei nomi più caldi dell'imminente off-season
Paul George e DeMarcus Cousins, due dei nomi più caldi dell’imminente off-season

Non a caso, il libro di Tiffany McDaniel, da cui è preso il titolo di questo paragrafo, è ambientato in Ohio, stato da cui dovrebbe definitivamente allontanarsi LeBron James nelle prossime settimane. In effetti, l’estate 2018 potrebbe essere quella in cui si scioglierà parecchio, nel panorama NBA. I Cavaliers, che in caso di nuovo addio del Re ricadrebbero nel baratro, sono solo il primo tassello del domino. Questa off-season sarà determinante anche per il futuro di molte delle altre squadre di vertice, perlomeno di quelle che non si chiamano Golden State Warriors.

Prendiamo Rockets e Thunder, ad esempio. Due roster costruiti con l’intento di vincere subito, senza particolari proiezioni a lungo termine. I primi ci sono andati abbastanza vicino, i secondi si sono inabissati a parecchie miglia dal porto, ma in entrambi i casi la stagione è finita senza il Larry O’Brien Trophy. Ora i due progetti giungono a un bivio cruciale. I principali rinforzi della scorsa estate, Chris Paul da una parte e Paul George dall’altra, potrebbero non tornare (difficile che parta CP3, molto più probabile lo faccia PG13). Le questioni salariali saranno argomento di discussione sia in Texas che in Oklahoma, con la qualifying offer per Clint Capela e il presumibile “OK” di Carmelo Anthony per rimanere sotto contratto anche nel 2018/19, dopo una stagione ben al di sotto delle aspettative. Nel migliore dei casi Paul rinnova, Capela fa un enorme sacrificio economico (sempre in relazione agli standard NBA, sia chiaro), arriva LeBron James e si punta dritti al trono di Golden State. Nel peggiore, si arriverebbe a una fase di stallo alquanto pericolosa, soprattutto per una squadra che ha da poco garantito a James Harden un faraonico prolungamento di contratto. Lo stesso che ha firmato Russell Westbrook, che come il Barba rischia di trovarsi leader del nulla, stile colonnello Kurtz in Apocalypse Now. E che dire di San Antonio? Anche in questo caso, la nuova ‘decision’ di LBJ potrebbe fare la differenza tra una squadra da sogno, con il numero 23 (e Kawhi Leonard) finalmente agli ordini di un grande allenatore (Gregg Popovich), e la fine di un’epopea inimitabile, durata oltre vent’anni.

Mentre Rockets, Thunder e Spurs (ma anche i New Orleans Pelicans, alle prese con l’indispensabile rifirma di DeMarcus Cousins) faranno di tutto per non ‘sciogliersi’, altre franchigie saranno chiamate a diventare grandi. E’ il caso di Boston Celtics e Philadelphia 76ers. Le due giovani squadre sono attese da un futuro radioso, che dovrà però passare da una off-season di alto livello, tra alcuni nodi contrattuali (il rinnovo di Terry Rozier da una parte, i possibili ritorni di J.J. Redick e Marco Belinelli dall’altra) e la concreta possibilità di aggiungere al roster free-agents di grosso calibro (James è il sogno di tutti, ma anche Paul George sarebbe un innesto importante).
Sarà un’estate di decisioni complicate anche per Milwaukee Bucks e Washington Wizards; i nuclei attuali, pur ricchi di talento, sembrano avere limitati margini di crescita. Per tentare il salto di qualità bisognerà giocoforza dare un forte scossone, magari sacrificando qualche pezzo pregiato (le partenze più probabili saranno quelle di Otto Porter e Jabari Parker, ma occhio anche a una possibile separazione della coppia John WallBradley Beal).
Ci sono poi franchigie, come Pistons, Hornets e Raptors, ‘impantanate’ in un vortice di mediocrità senza apparente via di uscita. Le loro prime mosse sono già arrivate, con grossi cambiamenti nel coaching staff e nella dirigenza, ma anche qui la soluzione migliore sembra quella di ‘far saltare il banco’, sacrificando qualche grande nome (Kemba Walker? DeMar DeRozan?) sull’altare della ricostruzione. Rimanere nel limbo tra il decimo posto e il secondo turno playoff è quanto di peggio ci possa essere, nell’universo NBA.

Le altre protagoniste dell’estate saranno le squadre in pieno rebuilding che, ormai da mesi, aspettano con ansia giovedì 21 giugno, data di un draft piuttosto imprevedibile, in cui diverse prime scelte potrebbero essere cedute dalle franchigie a cui spettano. I maggiori indiziati sono i Phoenix Suns, detentori della prima chiamata assoluta. La maggior parte dei pronostici (per quel che valgono) danno il centro DeAndre Ayton come più probabile first overall pick, ma scendendo di un paio di posizioni (ricavando qualcos’altro, oltre alla scelta scambiata) i Suns potrebbero comunque trovare Luka Doncic, pupillo del nuovo coach Igor Kokoskov. Un’altra strada porta alla cessione della prima scelta in cambio di una star già ‘pronta’; si parla addirittura di Karl-Anthony Towns, ai ferri corti con Tom Thibodeau. Anche i Memphis Grizzlies potrebbero muoversi, da qui al draft. La quarta scelta assoluta è un’ottima base di partenza, ma usando il contratto di Marc Gasol (giocatore tanto grande quanto inutile, in questo momento storico della franchigia) come pedina di scambio, si potrebbe provare ad arrivare a un’altra top pick. Più difficile cedere Mike Conley e Chandler Parsons; il primo è a libro paga fino al 2021, quando incasserà 34,5 milioni di dollari (uno sproposito per chiunque), mentre il secondo, anch’esso lautamente remunerato, è finito da tempo in un tremendo vortice di infortuni e aspettative deluse.

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