Eric Gordon, guardia degli Houston Rockets, è attualmente in uno stato di grazia assoluta. Le medie da All-Star che sta accumulando, combinate ad una stagione da miglior sesto uomo come quella passata, segneranno la definitiva consacrazione del talento di Indianapolis? “Studia il passato se vuoi prevedere il futuro” – diceva Confucio. Al fine di rispondere a questa domanda, risulta, dunque, doveroso ripercorrere la vita piena di alti e bassi, critiche ed elogi, infortuni e riscatti di Mr Basketball.
E’ il 1988. Un signore di nome Earther Gordon gira gli Stati Uniti alla ricerca di un posto dove suo figlio Eric Sr possa vivere serenamente con la sua famiglia. La location designata deve essere confortevole per i suoi nipoti. Il posto ottimale viene individuato a Indianapolis. Eric Gordon Sr, allenatore di basket, trova una casa a 180 metri dalle porte di un centro sportivo chiamato Jewish Community Center. Da qui comincia la storia del nostro Eric, nipote di Earther e figlio di Gordon Senior.
Il giovane gioca a football, nuota ed esce con gli amici facendo su e giù dalla palestra a casa. Ma, il vero amore di Eric è la pallacanestro. Grazie agli allenamenti del padre, i fratelli Eric, Evan ed Eron possono vantare di fondamentali cestistici perfetti a soli 9 anni. Tra i tre, il predestinato sembra essere proprio Eric. Atleta fenomenale rispetto ai suoi fratelli più piccoli, EG è dotato di un tiro con un rilascio scorrevole ed un primo passo fulmineo. “Quando si accendeva, era difficile fermarlo” – diceva il fratello Evan.
Le prestazioni del giovane talento crescono proporzionalmente al trascorrere del tempo. Gli anni dell’high school alla North Central di Indianapolis sono il trampolino di lancio per la visibilità del diciassettenne. Le spaventose cifre di 29 punti, 6.2 rimbalzi e 3.3 assist con il 57% dal campo e il 46.2% da tre punti gli valgono il soprannome di Mr Basketball. Ha modo di farsi osservare al mondo intero al McDonald’s All-American, ai tornei AAU e ai vari Adidas Supercamp, vetrine di riconoscimento per le prestazioni dei migliori prospetti della High School. Non vi sono più dubbi, il diamante sfornato dall’Indiana farà parlare di sé per ancora molto tempo.
L’esplosività e le doti atletiche di un diciottenne di nome Eric Gordon
L’esplosività di un giovane Gordon.
Se gli americani non fossero propensi alla spettacolarizzazione e all’accentramento di attenzioni verso personalità singole, non potrebbero essere definiti tali. I talenti sportivi che si accingono a frequentare il loro primo anno di college ricevono avances dalle università più quotate. I media, come conseguenza, ne ricavano business e profitti con il racconto di retroscena privati e storie intriganti. Il nostro Eric ne è stato una vittima.
Dopo un accordo sfumato con l’Università dell’Illinois, Kelvin Sampson, coach di Indiana University, riesce a convincere amici, parenti e tutto l’ambiente che attornia Eric. E’ fatta: il ragazzo continuerà l’esperienza collegiale nella terra che lo ha coltivato fino ad adesso.
Inizia la stagione e i risultati degli Hoosiers ( così vengono chiamati i componenti del team universitario dell’Indiana ) non sono in linea con le aspettative. Eric, nelle 32 partite disputate, dimostra di essere sì un ottimo scorer (stagione chiusa con 20.9 punti, 3.3 rimbalzi e 2.4 assist), ma “i cinque in campo devono essere un blocco unico, squadra, passarla sempre, non trattenerla” – diceva coach Norman Dale interpretato da Gene Hackman, proprio nel film Hoosiers. L’uscita al primo turno del torneo NCAA è lo specchio delle pessime percentuali dal campo di Gordon (18% nei tiri oltre l’arco) che accentra eccessivamente il gioco verso di sé.
Il talento rimane, però, sempre quello. Gordon riceve molteplici riconoscimenti a livello individuale nell’anno da freshman, tra i quali quello di miglior marcatore tra le matricole. Prende, dunque, la decisione di rendersi eleggibile per il draft NBA del 2008. Lo annuncia in un posto speciale per lui, il Jewish Community Center, da dove tutto era partito. O meglio, da dove il nonno Earther aveva deciso che sarebbe partito.
Come il numero di meraviglie che Greci e Romani ritennero i più straordinari artifici dell’umanità, come il numero di imperatori di Roma che si susseguirono tra il 753 al 509 a.C., così anche il giovane diciannovenne di Indianapolis è selezionato alla chiamata numero 7. Destinazione? Los Angeles, ma non nella sponda ricca di All-Star e divi di Hollywood. Eric finisce nella squadra più perdente di sempre, capeggiata da Donald Sterling, i Los Angeles Clippers. Quale occasione migliore per dimostrare che, con la sua classe cristallina, potrà padroneggiare anche nel basket professionistico? Come un imperatore, come una meraviglia, il palcoscenico, adesso, è tutto per lui.
Le premesse si realizzano ben presto. Con 16.1 punti, 2.8 assist, 2.6 rimbalzi e 1 recupero è inserito nel secondo miglior quintetto di rookie della stagione 2008/09. Come se non bastasse riesce a sfondare un primo record di franchigia: miglior marcatore in una singola partita nella storia dei LAC con 41 punti messi a segno contro OKC. La seconda annata è leggermente più prolifica e la terza diventa l’esplosione del talento hoosier: 22.3 punti e encomi continui da parte di addetti ai lavori della Lega, come il suo coach Vinny del Negro e Kobe Bryant. Fisicità che annichilisce i centri avversari, primo passo capace di cristallizzare il diretto difensore: in due parole, Eric Gordon.
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Il buon Eric sa come mettersi nelle migliori condizioni per concludere.
La stagione 2011/12 si apre con una scossa violenta: il lockout. Chris Paul si muove verso la franchigia di Sterling, uno dei sacrificati è proprio il nostro Mr Basketball. Motivi? Super attaccante sì, ma finché non si vince e i playoff rimangono un miraggio, le promesse di qualsiasi General Manager sono volatili e inattendibili.
Ma se un campione è considerato tale, poco importa dove lo si sposta. Il suo esordio è pura vendetta: 20 punti e clutch finale per la vittoria dei suoi Hornets al Talking Stick Resort Arena di Phoenix.
La caduta di Eric Gordon non mise mai in discussione la sua classe cristallina, ma la sua tenuta fisica purtroppo sì. Nei cinque anni che trascorre a New Orleans subisce cinque infortuni che lo tengono fuori dal campo per molto tempo: gioca 221 dei 392 match disputati dagli Hornets, divenuti nel frattempo Pelicans. La sua esperienza in Louisiana sta comprovando pesantemente la sua tipologia di gioco. Comincia ad osare di meno, attacca raramente in mezzo al traffico dell’area di gioco, non lancia più contropiedi esplosivi. E’ finita la favola di Mr Basketball?
Gordon pensa di essere molto sottovalutato, ma allora perché è considerato dannoso nei sistemi di gioco in cui ha fino ad adesso giocato? Bisogna cambiare, scrollandosi di dosso i timori e le critiche. Si evolve costantemente. Baratta atletismo ed esplosività con un tiro mortifero da oltre la linea dei 7.25 e una leadership credibile. Ogni match di ritorno dagli infortuni mette a segno 25 o più punti con tiri decisivi nei finali, per poi ricadere in infermeria subito dopo. Il nostro Eric cade costantemente, ma si rialza ogni volta con una dose in più di maturità.
Estate 2016. Mike D’Antoni arriva a Houston con un progetto ben chiaro e Gordon, diventato free agent, ne rientra appieno con le sue caratteristiche. Il run and gun ( corri e tira ) del coach italo-americano è la situazione di gioco che può portare il ragazzo ad esprimere al meglio sé stesso. Non deve più essere il caposaldo offensivo, a quello vi pensa un certo James Harden. I suoi compiti saranno due. Quando il Barba è in campo, concretizzare i palloni che gli consegnerà dalle incursioni in mezzo al traffico. Il secondo è quello di sostituire il leader quando quest’ultimo deve riposare, portando la panchina a segnare più punti possibili. Il gruppo texano assume la conformazione perfetta: ottengono fluidità nel gioco e un record di vittorie più che positivo ed Eric ne è uno dei migliori interpreti.
Uno dei molti finali di partita deciso da Gordon.
Finalmente Mr Basketball è in un sistema amalgamato che punta a vincere. Non vi è più bisogno della sovrabbondante concentrazione del pallone nelle sue mani. La vittoria al Three Points Contest e il premio di riconoscimento come miglior sesto uomo dell’anno sono le certificazioni del ritorno del diamante di Indianapolis che riesce a giocare finalmente 75 delle 82 partite annuali. Però si sa, il destino è scritto tra le stelle e si ripresenta quando meno te lo aspetti. Proprio CP3, colui che aveva deviato il fato di Gordon, firma con i Rockets nel luglio del 2017. Primi 16 match della season ed Eric scrive 20.9 punti a referto con un 10.9 di plus/minus. Cosa vorrà dire?
James Harden, Chris Paul, Eric Gordon sono classe, intelligenza e talento. Sono un trio di signori mai vincenti le cui vicende passate si sono intrecciate con esiti negativi per ognuno di loro. Se, come diceva Albert Einsten, gli Dei del basket vogliono restare anonimi servendosi delle coincidenze, il Larry O’Brien Trophy non tarderà ad arrivare a Space City.

