NBA Jersey Stories – Bad Boys

Brutti, sporchi, cattivi. Vincenti.
Negli anni di passaggio tra l’era del dualismo Lakers-Celtics e quella della dinastia dei Chicago Bulls, la NBA divenne il territorio di caccia della squadra più ‘scomoda’ e temuta di tutti i tempi: i Bad Boys .

Dopo le due finali perse agli albori della lega (1955 e 1956, oggetto peraltro di un presunto scandalo-scommesse) quando ancora giocavano a Fort Wayne, i Pistons erano sprofondati in un tunnel senza uscita fatto di sconfitte e delusioni, collezionando, nei primi 27 anni dal trasferimento a Detroit, la miseria di sole tre stagioni con un record vittorie / sconfitte superiore al 50%.
L’ennesima annata negativa (21 vinte – 61 perse, inclusa una striscia – allora record – di 21 sconfitte consecutive) portò Detroit ad ottenere la seconda scelta assoluta al draft NBA 1981.
La chiamata si tramutò in Isiah Thomas, piccolo (185 cm) quanto talentuoso playmaker proveniente dai quartieri più poveri e violenti di Chicago.

Fresco vincitore del titolo NCAA con gli Hoosiers di coach Bobby Knight, il ragazzo era diventato un’autentica leggenda nell’Indiana, tanto che sugli spalti apparvero degli striscioni che citavano un verso del Libro di Isaiah: “And a little child shall lead them” (letteralmente: “e un piccolo bambino li guiderà”). Mai citazione fu più profetica…

Isiah Thomas
Isiah Thomas

Il ‘piccolo bambino’ divenne subito il leader della squadra, mettendosi in mostra a tal punto dall’essere votato in quintetto all’All Star Game 1982.
Il record dei Pistons migliorò notevolmente rispetto all’anno precedente, ma i playoff rimasero comunque un’utopia.

A stagione in corso, però, erano arrivati la guardia Vinnie Johnson e il centro Bill Laimbeer, due colonne portanti di quelli che saranno gli inimitabili Bad Boys.

L’estate seguente venne presentata la nuova maglia, quella che vedete indossata da Isiah nella foto qui sopra; semplice ed efficace, proprio come si rivelerà la squadra della MoTown negli anni a venire.
Mentre Magic Johnson e Larry Bird infiammavano le NBA Finals con la loro leggendaria rivalità, a Detroit venivano gettate le basi per la creazione di una squadra destinata a lasciare il segno.

Nel 1983 fu ingaggiato come head coach Chuck Daly, che al primo anno nel Michigan guidò i suoi uomini ai playoff, dove i Pistons vennero però sconfitti dagli sfavoriti New York Knicks. L’anno successivo, sulla strada di Thomas e compagni si pararono Bird e i Celtics, dando vita alla prima di una lunga serie di appassionanti sfide tra le due squadre. A spuntarla fu Boston, sulla strada verso un nuovo, epico scontro con lo “Showtime” di Pat Riley.
Al draft 1985 la dirigenza piazzò un autentico ‘colpaccio’ scegliendo alla diciottesima chiamata la guardia Joe Dumars, mentre via trade arrivò un altro futuro Bad Boy ‘doc’ come Rick Mahorn. Nonostante i due importanti rinforzi, la corsa dei Pistons si interruppe, ancora una volta prematuramente, al primo turno contro gli Atlanta Hawks.

Serviva una svolta radicale, che puntualmente arrivò.

Dennis Rodman
Dennis Rodman

Il draft 1986 portò nella MoTown John Salley e, soprattutto, Dennis Rodman.
Personalità che definire ‘sopra le righe’ sarebbe un dispetto, innate doti da rimbalzista e una dose illimitata di intensità; l’innesto di Rodman fece scattare la scintilla che tolse per sempre i freni ai Bad Boys.

Con una ‘banda’ di giocatori degna degli ‘Inglorious Basterds’ di Quentin Tarantino, i Pistons divennero ben presto la squadra più aggressiva e scorretta della NBA.
Rodman, Laimbeer, Mahorn, Salley… tutti ‘picchiatori’ di professione, guidati dalle sottili menti di due ‘geni del male’ come Thomas e Dumars.
Tra difesa asfissiante (condita spesso e volentieri da pugni, schiaffi e gomitate), risse e trash-talking, la reputazione dei Bad Boys si diffuse a macchia d’olio, causando tanto l’odio degli avversari quanto l’amore incondizionato del pubblico di casa, aizzato da quel “Deeeeeetroit Basketball!” gridato dallo speaker ad ogni ‘mannaiata’ inferta dai ‘ragazzacci’.

Laimbeer e Mahorn su Rolling Stone
Laimbeer e Mahorn su Rolling Stone

Quella squadra divenne ben presto un autentico fenomeno mediatico. Le t-shirt con la scritta “DETROIT BAD BOYS” andavano a ruba, mentre il mensile Rolling Stone immortalò così Laimbeer e Mahorn, i due ‘cattivi tra i cattivi’:

Abbattendo letteralmente un avversario dopo l’altro, Thomas e compagni raggiunsero le Eastern Conference Finals, dove trovarono nuovamente i Boston Celtics di Larry Bird e Kevin McHale.

Il trattamento riservato alle due stelle dai Bad Boys è riassumibile in questo meraviglioso video in cui, con l’aiuto dello storico cronista dei Celtics Johnny Most, si può capire esattamente cosa fossero quei Detroit Pistons:

Nonostante le ‘cure speciali’ di Rodman e Laimbeer, “Larry Legend” disputò una serie straordinaria. In gara-5 intercettò una rimessa di Thomas a pochi secondi dalla fine (in quella che rimane una delle sue giocate più celebri), mentre nella decisiva gara-7 dominò letteralmente l’incontro, chiudendo con 37 punti, 9 rimbalzi e 9 assist. Sarebbe stato, ancora una volta, Celtics contro Lakers per il titolo NBA.

Il giovane ed incosciente Dennis Rodman, in seguito alla sconfitta, dichiarò ai giornalisti che Bird era “sopravvalutato ed esaltato solamente per il fatto che fosse un bianco”. Isiah Thomas rincarò la dose: “Se fosse nero, sarebbe soltanto uno fra tanti buoni giocatori”.
Quelle infelici uscite gettarono ulteriore astio nei confronti della squadra, e (come vedremo in seguito) avranno ripercussioni a lungo termine sulla carriera del suo leader.

In quegli anni tutte le squadre della lega si accorsero di avere un enorme problema: Michael Jordan.
Il numero 23 stava portando la pallacanestro a livelli mai raggiunti e, con i suoi Chicago Bulls, puntava deciso al titolo NBA dopo aver conquistato quello di MVP stagionale.

Michael Jordan braccato dai "Bad Boys"
Michael Jordan braccato dai “Bad Boys”

Al secondo turno dei playoff 1988, Bulls e Pistons si trovarono gli uni contro gli altri. Per contrastare il fuoriclasse da North Carolina i Bad Boys escogitarono quelle che verranno ribattezzate ‘Jordan rules’, riassunte così dal giornalista della CBS Pat O’Brien:

“In pratica funziona così: se Jordan va in bagno, si va tutti con lui”

 Questa particolare strategia, negata fino a un certo punto dai diretti interessati, prevedeva che ogni qualvolta Michael avesse toccato il pallone, si sarebbe trovato contro due, se non addirittura tre avversari, i quali di solito avevano le sembianze di Dumars, Rodman o Laimbeer. Non importava se i vari Scottie Pippen o Bill Cartwight avessero segnato 40 punti a testa, l’importante era raddoppiare MJ, triplicarlo, soprattutto picchiarlo, fare qualsiasi cosa per non permettergli di andare a canestro.

Le “Jordan rules” funzionarono egregiamente, tanto che i Bad Boys eliminarono MJ e i Bulls per tre stagioni consecutive (rimase celebre un cartello, esposto da un tifoso, con scritto “Maybe next year, Michael”).

Dopo aver finalmente superato l’ostacolo Celtics, i Pistons raggiunsero le NBA Finals, dove ad attenderli c’erano i Lakers di Kareem Abdul Jabbar e Magic Johnson, quest’ultimo grande amico di Isiah fuori dal campo.

Le due fenomenali point guard furono le protagoniste assolute di quella combattutissima serie finale. Thomas disputò un’epica gara-6, realizzando 43 punti (25 dei quali nel terzo quarto, record assoluto per una finale NBA) nonostante una caviglia slogata. Magic e i Lakers ebbero però la meglio, vincendo l’incontro e conquistando il secondo titolo consecutivo al termine di una gara-7 dominata da James Worthy, eletto poi MVP della serie.

Con l’importante aggiunta dell’ala piccola Mike Aguirre, i Pistons ebbero modo di vendicare la sconfitta l’anno successivo. Al termine di una stagione record da 63 vittorie e dopo aver eliminato nuovamente Celtics e Bulls, arrivò la tanto attesa rivincita.
Stavolta, però, non ci fu storia: gli infortuni di Byron Scott e dell’MVP stagionale Magic Johnson spianarono la strada ai Pistons, che asfaltarono con un bruciante 4-0 la squadra di Pat Riley e di un Kareem che annunciò di lì a poco il ritiro. L’MVP delle Finals fu Joe Dumars, che chiuse la serie ad oltre 27 punti di media.

I Bad Boys erano sul tetto del mondo, con buona pace dei tantissimi detrattori.

I Pistons festeggiano il titolo appena vinto
I Pistons festeggiano il titolo appena vinto

La truppa di Chuck Daly, nonostante l’addio ad un pilastro come Rick Mahorn, riuscì a bissare il successo nel 1990, passando per l’ennesima volta sul ‘cadavere’ di Jordan e battendo 4-1 i Portland Trail Blazers di Clyde ‘The Glyde’ Drexler in finale. Stavolta fu Isiah Thomas a ricevere il trofeo come miglior giocatore della serie.

Il dominio incontrastato dei ‘cattivissimi’ Detroit Pistons finì la stagione successiva.

Superati di nuovo i Boston Celtics, per la quarta stagione consecutiva la finale di Conference sarebbe stata una questione tra Detroit e Chicago. Dopo anni di batoste (nel vero senso del termine) e frustrazioni, ‘His Airness’ riuscì a scrollarsi di dosso il suo più grande incubo, trascinando i Bulls ad una schiacciante vittoria. 4-0, Pistons finalmente a casa e ‘tavola apparecchiata’ per lo showdown tra Jordan e Magic, che avrebbe regalato a Michael il primo titolo in carriera.

Poco prima del termine di gara-4, coach Daly richiamò in panchina i titolari, come sempre accade quando il risultato è ormai deciso. Thomas, Laimbeer e compagni (con le sole eccezioni di Salley e Dumars) abbandonarono il terreno di gioco senza fermarsi a salutare, come da prassi, i giocatori avversari, mancando palesemente di rispetto agli eterni rivali e regalando una delle immagini più emblematiche dell’epopea dei Bad Boys.

Chicago, playoff 1991: Ii Bad Boys, sconfitti, abbandonano il campo
Chicago, playoff 1991: Ii Bad Boys, sconfitti, abbandonano il campo

La reazione non andò per niente giù alla NBA, e tantomeno a Mike, il quale aveva dei conti in sospeso con Isiah Thomas da parecchi anni.
Più precisamente dall’All Star Game 1985, quando il leader dei Pistons fu l’artefice di un presunto ‘complotto’ atto a screditare l’astro nascente Jordan. A quanto pare, Thomas si mise d’accordo con alcuni compagni per non coinvolgere MJ negli schemi offensivi e con gli avversari per ‘puntarlo’ e farlo vittima di giocate spettacolari.
Alla luce di quell’episodio, dopo anni di colpi proibiti e di ‘trappole’ ai suoi danni, ma anche in virtù dei commenti su Larry Bird, quando gli venne chiesto di far parte del leggendario Dream Team che avrebbe disputato le Olimpiadi di Barcellona, Michael replicò con una sorta di “se volete me, lasciate a casa Isiah”.
Detto, fatto. Tra i dodici ‘immortali’ che partirono per la Spagna non ci fu posto per uno dei più grandi playmaker della storia. Un episodio che generò infiniti dibattiti negli anni a venire.
I fan dei Pistons si poterono consolare con la nomina di Chuck Daly come capo-allenatore di quella inimitabile formazione.

Il walkout di Chicago segnò l’inizio del declino per i Bad Boys.

Nel 1992 i playoff finirono al primo turno per mano degli emergenti New York Knicks, la nuova squadra di Pat Riley.
Da quel momento partì un processo di smantellamento del nucleo che aveva portato in trionfo il “Detroit Basketball”. Il primo a partire fu Salley, seguito l’anno successivo da Rodman (i due si sarebbero ritrovati come compagni, paradossalmente, proprio nell’odiata Chicago, qualche stagione più tardi).
Bill Laimbeer annunciò il suo ritiro, e nel 1994 venne imitato da un Isiah Thomas che, dopo l’esclusione dal Dream Team (complici anche numerosi infortuni), non fu mai più lo stesso.

Quelle maglie, ormai entrate nel mito, vennero utilizzate fino al 1996, anno in cui anche Detroit si arrese alla dilagante ‘Nineties Madness’ di cui abbiamo raccontato qualche settimana fa, ma lo spirito della squadra più cattiva mai esistita era ormai sparito per sempre.