NBA Jersey Stories – Doctor J, la star dei due mondi

Doctor J

Doctor J l’uomo della provvidenza, l’uomo del destino. Prima di Magic, Michael, Kobe e LeBron, gli USA vennero letteralmente conquistati da un giocatore che fece impazzire gli appassionati di basket (e non solo), la prima, vera larger-than-life superstar, per l’anagrafe Julius Winfield Erving II, per tutti semplicemente ‘Doctor J’.

Con l’incredibile spettacolo che metteva in scena ad ogni partita, Erving rivoluzionò la pallacanestro professionistica, diventando il simbolo non di una, bensì delle due principali leghe cestistiche americane.

Nato a East Meadows e cresciuto a Roosevelt, entrambi sobborghi di New York, Julius entrò nella squadra della Roosevelt High School, formata da dieci bianchi e due neri: Erving, per l’appunto, e l’amico Leon Saunders.
Julius racconta di come Saunders continuasse a spronarlo e bacchettarlo all’epoca, consapevole delle grandi doti dell’amico, tanto che Erving iniziò a chiamarlo ‘Professor’. Per tutta risposta, a lui toccò il nomignolo ‘Doctor’, che diventerà parte fondamentale delle sua leggenda.

Quando Julius approdò al college (per l’esattezza alla University Of Massachusetts) nel 1968, era in vigore la cosiddetta ‘Lew Alcindor Rule’, ovvero la regola NCAA che vietava l’utilizzo della schiacciata, introdotta l’anno precedente per cercare di limitare lo strapotere di colui che sarebbe diventato Kareem Abdul-Jabbar (un progetto che peraltro fallì miseramente, visto che l’allora Alcindor approfittò di questa regola per perfezionare il suo leggendario ‘gancio-cielo’).
Nonostante Erving, che con il suo atletismo straripante eccelleva in quello spettacolare gesto, fosse parecchio limitato da questo assurdo divieto, finì la carriera universitaria con più di 20 punti e 20 rimbalzi di media a partita.

La vera leggenda del ‘Doctor’, però, nacque nei playground dell’area metropolitana newyorkese, che Erving infiammava con il suo gioco spettacolare e dove poteva tranquillamente sfoggiare le sue incredibili slam dunk.
Durante una sua mitica apparizione nella ‘Mecca’ dei playground, il famigerato Rucker Park di Harlem, gli spettatori (assiepati ovunque, dai cornicioni delle finestre agli alberi intorno al campo) iniziarono ad affibbiare ad Erving i soprannomi più fantasiosi, da Black Moses a The Claw, finchè lo stesso Julius suggerì: “Just call me ‘Doctor’”.

Nel 1971, anno in cui Doctor J si affacciò al basket professionistico, non esistevano certo i sistemi odierni per monitorare i giovani prospetti. Earl Foreman, proprietario dei Virgnia Squires, aveva sentito parlare di una giovane stella del New England che aveva fatto grandi cose, tanto al college quanto nei playground della zona, e decise quindi di offrire un ingaggio a Julius, non considerato da nessuno durante le 190 chiamate (!!) del draft di quell’anno.
Gli Squires erano una delle 28 squadre della American Basketball Association, lega professionistica fondata nel 1967 con lo scopo di fare concorrenza all’ormai ventenne NBA.
La ABA si presentava come una lega innovativa (introdusse la regola del tiro da tre ben dodici anni prima della rivale) e caratterizzata da uno stile di gioco spettacolare e, tra la fine degli Anni ’60 e l’inizio dei ’70, attirò molte star collegiali.
Tra i vari Rick Barry, Artis Gilmore e George Gervin, si fece largo a suon di schiacciate anche il giovane Julius Erving, che divenne da subito il leader indiscusso degli Squires.

Nell’estate del 1972, Doctor J divenne oggetto del desiderio di due grandi squadre dell’epoca: i Milwaukee Bucks di Kareem e Oscar Robertson (che lo scelsero al draft NBA) e gli Atlanta Hawks di ‘Pistol’ Pete Maravich, con i quali il Doctor aveva firmato un accordo in precedenza. Erving e Maravich giocarono qualche partita di esibizione insieme ma, in seguito ad un’intricata vicenda legale, Julius fu costretto a tornare nella ABA.
I Virginia Squires, però, si trovavano in grosse difficoltà economiche, e l’anno seguente furono costretti a cedere il loro miglior giocatore ai New York Nets.

Ormai affermatosi come uno dei migliori giocatori al mondo, Doctor J era pronto a diventare una leggenda.

Tornato nella sua amata New York, il Dottore divenne definitivamente l’uomo simbolo della ABA, consegnando alla storia la splendida maglia a stelle e strisce dei Nets.

Nei tre anni di permanenza a Long Island, Doctor J vinse tutto: tre volte miglior realizzatore della lega, tre titoli di MVP stagionale, due di MVP dei playoff e, soprattutto, due titoli ABA (1974 e 1976). Inoltre, chiuse la stagione ‘75/’76 tra i migliori 10 giocatori della lega in TUTTE le categorie statistiche.

Durante l’intervallo dell’All Star Game 1976 fu inaugurato lo Slam Dunk Contest, che vide (naturalmente) la partecipazione – e la vittoria – di Erving. Il momento clou della gara fu quello in cui Doctor J eseguì una memorabile schiacciata con stacco dalla linea del tiro libero, facendo letteralmente esplodere l’arena di Denver.

La schiacciata staccando dalla linea del tiro libero, ASG 1976 Doctor J
La schiacciata staccando dalla linea del tiro libero, ASG 1976

Pur essendo una lega più spettacolare rispetto alla NBA, la ABA rimaneva un prodotto ‘di nicchia’, non potendo certo contare sulla copertura televisiva e sul bacino di utenza della ‘sorella maggiore’.
La minore visibilità fu una delle principali cause che portò, nel 1976, alla fusione tra le due leghe e alla conseguente scomparsa della American Basketball Association.
I Nets furono tra le quattro franchigie (insieme a Denver, Indiana e San Antonio) ad essere inglobate dalla NBA, e si presentarono nella nuova lega come favoriti assoluti, grazie alla presenza di Erving e del neoacquisto Nate ‘Tiny’ Archibald, altra grande star di origine newyorkese.
Sulla loro strada trovarono però l’altra grande squadra della ‘Big Apple’ degli Anni ’70: i New York Knicks, i quali fecero imporre ai ‘cugini’ una multa di 4,8 milioni di dollari per aver ‘invaso’ il loro territorio.
Questa mossa mise in ginocchio la dirigenza dei Nets, che fu costretta ad offrire Erving, la più grande star della squadra, proprio ai Knicks, in cambio dell’annullamento del debito. Un po’ come se il Barcellona offrisse Lionel Messi al Real Madrid, per intenderci…

Incredibilmente, l’offerta fu declinata. I Nets, comunque, non potevano più permettersi un contratto oneroso come quello di Doctor J, così dovettero cedere alla proposta dei Philadelphia 76ers: 3 milioni alla squadra, altri 3 a Julius. Quella epocale trade portò la stella più luminosa della ABA a vestire la terza, gloriosa maglia della sua storia: quella rossa, bianca e blu dei Sixers.

Doctor J nel nuovo mondo

Approdato nel nuovo ‘mondo’, Doctor J scelse la maglia numero 6, come i milioni spesi dal club per averlo, ma anche come omaggio al nome abbreviato della squadra, Sixers appunto.
Mentre i suoi vecchi Nets sprofondavano nella mediocrità, con Erving Philadelphia divenne un’autentica corazzata, annientando un avversario dopo l’altro (compresi i Boston Celtics campioni in carica) fino alle NBA Finals.
Lo scontro con i Portland Trail Blazers, che vinsero il titolo, verrà ricordato soprattutto per due episodi: la rissa tra Maurice Lucas e “Chocolate Thunder” Darryl Dawkins, uno dei momenti simbolo di un’era caratterizzata dalla violenza dilagante, e la tremenda schiacciata di Doctor J sulla testa del grande Bill Walton, leader dei Blazers ed MVP delle finali.

Dopo la prima stagione nella nuova lega, Julius Erving era ormai il cestista più popolare al mondo, e divenne oggetto del desiderio di svariate aziende, che facevano a gara per averlo come testimonial.

Il successo di Erving non fu seguito però da quello della squadra, almeno inizialmente. Nei due anni successivi i Sixers furono sconfitti prima dai Washington Bullets di Elvin Hayes e Wes Unseld in finale di Conference, poi al secondo turno da ‘vecchie conoscenze’ quali George Gervin e i suoi Spurs (che all’epoca erano inseriti nella Eastern Conference).

Con l’arrivo della stagione 1979/80, la concorrenza per il dominio della NBA si fece decisamente più agguerrita. Dal draft erano arrivati i due giocatori che avrebbero segnato la storia cestistica degli Anni ’80; Larry Bird, selezionato dai Boston Celtics, ed Earvin “Magic” Johnson, nuovo playmaker dei Los Angeles Lakers.
Quest’ultimo era uno dei più grandi fan del Doctor e, al momento della scelta di diventare un professionista, chiese consigli al suo idolo, il quale lo invitò a casa sua per un’intera settimana. Nel bellissimo documentario When Greatness Meets Class (da una definizione dello stesso Johnson su Erving), Magic racconta:

“Ogni giorno andavo a scuola e dicevo ai miei compagni ‘Avete visto Doctor J?? Avete visto le mosse che ha fatto??’. (…) Quel giorno presi il telefono e li chiamai tutti. ‘Starò una settimana da Doctor J!!! Non ci posso credere!!!’”

Doctor J e i Sixers incontrarono entrambi i nuovi fenomeni nei playoff del 1980. Dopo aver sconfitto i Celtics nella prima di innumerevoli sfide alle Conference Finals, Phila tornò alle finali NBA, dove ad aspettarli c’erano i Lakers.
I due protagonisti annunciati (nonché ex coinquilini), Magic e Doctor J, non tradirono le aspettative. Johnson fu a dir poco stratosferico, e grazie alla più incredibile delle prestazioni in una serie finale, regalò ai suoi il primo titolo dell’era ‘Showtime’.
Erving riuscì comunque a lasciare un segno indelebile su quelle Finals con la leggendaria ‘baseline move’.

La stagione successiva fu quella della consacrazione, almeno sul piano individuale, visto che Doctor J fu eletto MVP. Erving divenne così il primo ed unico giocatore ad aver vinto il titolo di MVP in due leghe differenti. D’altronde, si tratta della ‘star dei due mondi’…

Per arrivare al titolo NBA, invece, gli ostacoli da superare erano sempre gli stessi: Celtics e Lakers.
Nel 1981 Bird e compagni si presero la rivincita sui Sixers, battendoli in una tiratissima finale di Conference decisa in sette partite. La stagione successiva fu la squadra di Doctor J a prevalere su quella di Larry Legend. A due anni di distanza dalla prima volta, la finale fu nuovamente Sixers vs. Lakers, e il risultato fu identico: vittoria gialloviola in sei partite e Magic Johnson eletto Finals MVP.

Ancora una volta, il titolo era sfuggito per un soffio. Julius cominciava ad avvertire, per dirla alla Mourinho, ‘il rumore dei nemici’, i quali sostenevano che potevi aver vinto tutto in una lega minore come la ABA, ma finché non vincevi in NBA non potevi essere considerato un vero campione.
Per mettere a tacere tutti, Doctor J non poteva confidare solamente nelle sue straordinarie capacità. Aveva bisogno di una squadra all’altezza, di qualcuno che lo aiutasse nei momenti decisivi.
Quel ‘qualcuno’ rispondeva al nome di Moses Malone.

Soprannominato ‘The Chairman Of The Boards’ (traducibile con ‘Il Signore Dei Rimbalzi’), l’innesto di Malone fu la miccia che accese definitivamente I Sixers.
Con il fantastico trio formato da Erving, Malone e dal playmaker Maurice Cheeks (futuro allenatore di Gigi Datome ai Pistons), Phila dominò la stagione; miglior record NBA, Moses Malone MVP stagionale, Doctor J MVP di un All Star Game reso indimenticabile dalla leggendaria esecuzione di The Star-Spangled Banner da parte di Marvin Gaye.
Durante una partita contro gli acerrimi rivali dei Lakers, Erving si esibì in quella che rimane probabilmente la più spettacolare schiacciata in-game di tutti i tempi, ribattezzata dai telecronisti ‘Rock The Baby’; lanciato in contropiede, il Doctor trovò come unico ostacolo tra lui e il canestro il miglior difensore avversario, Michael Cooper, che ricorda così quell’azione:

“Dentro di me pensavo: ‘Ok, è la mia occasione per una stoppata che entrerà nella storia’”

In effetti ‘Coop’ nella storia ci entrò, ma dalla parte sbagliata…

Dopo avere spadroneggiato per tutta la regular season, l’inarrestabile corsa dei Sixers proseguì nei playoff, che si chiusero con 12 vittorie e una sola sconfitta, contro i Milwaukee Bucks (che avevano appena demolito 4-0 i Celtics) alle finali di Conference.
Erving e compagni tornarono alle NBA Finals e, per la terza volta in quattro anni, gli avversari avevano il sorriso di Magic Johnson e la classe di Kareem Abdul-Jabbar.

In quel 1983, però, nessuno era in grado di contrastare quei Sixers. Grazie ad un superlativo Malone (nominato poi Finals MVP), i Lakers furono annientati in quattro partite. Al termine di gara-4 il coach dei Lakers Pat Riley andò di persona negli spogliatoi a congratularsi con Julius Erving, il suo più fiero avversario.
Finalmente Doctor J era riuscito a trionfare anche nella principale lega cestistica del pianeta.

Una stagione del genere era pressoché irripetibile; infatti quei Sixers non solo non vinsero più un titolo, ma non riuscirono più a tornare alle NBA Finals. Per due volte eliminati prematuramente dai Bucks, soltanto nel 1985, grazie anche all’aiuto del rookie Charles Barkley, Erving, Malone e soci sembrarono tornare ai vecchi fasti, dando filo da torcere ai ‘soliti’ Celtics, i quali vinsero comunque la serie 4-1, alle Conference Finals.

Nel corso della opening night 1986/87, Doctor J annunciò al mondo l’intenzione di ritirarsi al termine della stagione, dando inizio ad un ‘farewell tour’ molto simile a quello, più recente, di Kobe Bryant.
Innumerevoli furono i tributi dedicati al Doctor, dal pezzo di parquet regalatogli dai Boston Celtics alle parole di stima pronunciate a Los Angeles dal grande Kareem. La giovane stella dei Chicago Bulls, Michael Jordan, dichiarò:

“Non sarebbe mai esistito MJ senza Doctor J”

Ci furono però, anni dopo, delle parole che descrivevano al meglio la grandiosa carriera della ‘star dei due mondi’, del super-atleta che lasciava pubblico, compagni ed avversari con gli occhi sbarrati e le mani nei capelli. A pronunciarle fu uno dei suoi più grandi rivali, Bill Walton:

“Doctor J aveva un dono innato: rendeva la gente felice”