Quest’oggi è stata comunicata la data ufficiale per l’inizio della prossima stagione: il 22 di dicembre, ad all’incirca due mesi di distanza dalla bolla di Orlando, la NBA ripartirà con la stagione 2020\21. La bolla situata in Florida ha concesso alla massima lega di pallacanestro statunitense di salvare l’annata, ma sarebbe ovviamente impossibile replicarla una seconda volta, visti in particolare i costi elevati per organizzarla e l’innumerevole quantità di personale da mobilitare.
Esclusa a priori l’opzione di una seconda bolla, la NBA consentirà alle trenta squadre di giocare nella propria arena e di muoversi da una località all’altra. Pur consentendo alle squadre di ritornare nel loro habitat naturale, persiste comunque un quesito che vale bene o male il 40% delle entrate economiche annuali della lega: il pubblico.
Ad Orlando, le ventidue convocate hanno ovviamente tenuto le loro gare in completa assenza del pubblico, senza contare quel nucleo di tifosi collegati virtualmente. Al contrario di quel che è accaduto negli scorsi mesi, dalla prossima stagione potremmo assistere ad un ritorno dei tifosi nelle arene. Questa eventuale concessione, la quale risanerebbe un po’ le perdite economiche recenti, è ancora tutta da definire nei dettagli, quest’ultimi essenziali se si vuole andare a creare un ambiente sicuro.
NBA, per la prossima stagione si punta ad avere un numero limitato di tifosi nelle arene
La NBA ha comunicato alle trenta franchigie che, se l’entrata dei tifosi nelle arene dovesse essere approvata, la quantità di pubblico presente varierà di città in città. Tale scelta è stata presa per consentire alle squadre di agire in modo autonomo sull’area di loro competenza, senza dover essere vincolati da un piano generale.
E’ quindi altamente probabile che, se una determinata squadra milita in una regione degli Stati Uniti fortemente colpita dal virus, allora in quel caso verrebbe vietato l’accesso ai tifosi. Al contrario, se certe altre zone mostrassero una minor diffusione del Sars-CoV-2, allora in quel caso si potrebbe pensare di riempire le arene, sempre e solo in misura limitata.
Secondo quanto riportato dall’insider Shams Charania, la NBA manterrà una particolare attenzione sulle suite di cui la maggior parte delle arene dispongono: si tratta ovviamente di ambienti spaziosi dedicati ad un fetta di pubblico benestante, il cui ricavo economico consentirebbe però di ridurre in parte la perdita da sé inevitabile.
Per quanto riguarda le suite, solitamente poste in alto in modo da garantire una visione più ampia del campo, la capienza massima potrebbe variare da un 25% ad un 50% rispetto alla norma. La lega si è anche espressa sui posti a bordocampo, i quali andranno posizionati ad almeno tre metri di distanza dal parquet. Si può quindi dedurre che la NBA si focalizzerà maggiormente su tutti quei biglietti che, seppur acquistati in quantità minore, consentiranno comunque un certo profitto.
Al di là del fatto che saranno le squadre ad agire in base al numero di contagi “locali”, il commissioner Adam Silver cercherà comunque di redigere un piano che sia uguale ed obbligatorio per tutti. Tra questi accorgimenti generali, oltre all’oramai scontato utilizzo delle mascherine e del distanziamento sociale, potrebbero essere implementati tamponi rapidi per fornire uno screening dei presenti.

