La serie evento “The Last Dance” sta anche mettendo in evidenza come Michael Jordan fosse con i compagni di squadra una figura spesso rigida, spigolosa, intrattabile e tirannica; ne sa qualcosa Scott Burrell.
MJ infatti pretendeva il massimo dai suoi compagni. Non accettava nessun tipo di superficialità da parte loro e li pungolava continuamente perché dessero il meglio in campo. Spesso lo faceva anche in modo ossessivo; senza lasciare il minimo respiro. Questo perché voleva forgiarli in vista degli appuntamenti più importanti della stagione e perché voleva essere certo di potersi fidare di loro nei momenti opportuni.
Non a caso, quando dopo il primo ritiro Jordan tornò ai Bulls nel 1995, trovò una squadra completamente diversa rispetto a quella che aveva lasciato. L’anno successivo voleva tornare a vincere un titolo e, perciò, la squadra doveva essere pronta per farlo. E’ stata eclatante in tal senso la rissa con Steve Kerr, in cui l’attuale head coach dei Golden State Warriors si beccò un occhio nero. Paradossalmente, però, quel diverbio creò le basi della sintonia tra i due. Jordan da quel momento sapeva di potersi fidare di lui: era uno che poteva tenergli testa.
Nella stagione 1997/98, questa sorta di pressione psicologica toccò al neo arrivato Scott Burrell. Questa dinamica viene mostrata nel settimo episodio della serie. MJ, infatti, negli spogliatoi e durante gli allenamenti, lo stuzzica continuamente. Lo punzecchia anche in modo fastidioso per provocare una sua reazione e per tirargli fuori la cosiddetta cattiveria agonistica.
Alla fine dei conti, il 23 dei Bulls può dire di essere riuscito nel suo intento. Infatti, al primo turno dei playoffs incontrarono i New Jersey Nets. Sulla carta doveva essere una serie semplice. Ma in gara 1 i Nets si dimostrano più coriacei del previsto forzando un overtime. In gara 3, invece, i Bulls riuscirono ad avere la meglio più agevolmente ed il merito fu anche di Scott Burrell che confezionò un’ottima prestazione con 23 punti a referto.
Probabilmente, senza il lavoro psicologico protratto da MJ, quella prestazione non sarebbe arrivata. Invece, in questo modo, i Bulls potevano contare su un’altra freccia dell’arco. Lo stesso Burrell ricorda quel periodo magicamente. E così risponde alla domanda se Michael fosse un buon compagno di squadra.
“Al 100%. Le persone hanno paura di essere sfidate oggi e pensi che spesso avvenga per una motivazione negativa. Bisogna accettare il criticismo. Accettarlo e usarlo a tuo favore, imparando. Lui non era né belligerante né irrispettoso. Voglio dire, c’era del trash talking, ma era normale. Ti motivava a giocare meglio e ti preparava alle sfide che sarebbero arrivate”.
Questo è quindi anche l’altro ruolo centrale che MJ aveva nei Bulls. Un leader anche estremamente emotivo. Un condottiero che guidava le sue truppe. L’unico rimpianto di Burrell è proprio quello di non essere approdato prima a Chicago. Nonostante ciò, può vantare diverse stagioni NBA giocate ad un buon livello e un anello.
Così poi ha chiuso l’intervista: “Perché non gli rispondevo con lo stesso veleno che usava lui? Non è mica sbagliato essere una persona tranquilla”.

