Quando la NBA chiuse i battenti ormai quasi due mesi fa, il 12 marzo, solo 3 dei 10 episodi di The Last Dance erano completi, ed i restanti 7 si trovavano in vari stadi di post produzione. I produttori ed il regista della serie targata ESPN Jason Hehir hanno raccontato a Arash Markazi del LA Times la corsa contro il tempo e le difficoltà logistiche per completare la serie evento che in Italia va in onda su Netflix, e che ha raccolto fin qui un successo pressoché unanime di spettatori (non sono mancate anche critiche, ovviamente).
Hehir ha raccontato che uno dei passaggi chiave dell’ultimo episodio della serie, un’intervista all’ex stella degli Utah Jazz John Stockton a Spokane, Washington, era saltata a causa del rischio per il regista di restare bloccato nello stato con il lockdown e la riduzione dei voli interni. Proprio l’11 marzo scorso Hehir avrebbe dovuto incontrare Stockton, ma ESPN cancellò all’ultimo il volo.
Con l’impossibilità di muoversi e la data di messa in onda anticipata ad aprile rispetto al 2 giugno – la serie avrebbe dovuto intervallarsi con le finali NBA 2020 – il team di Hehir ha dovuto completare il lavoro operando da casa a New York e lavorando da remoto via Zoom e Vimeo. Due dei collaboratori del regista avevano per giunta contratto il covid-19. “Se fossi rimasto bloccato a Spokane, la serie semplicemente non avrebbe potuto andare in onda per un bel po’“.
Anche lavorando da remoto, il team di produzione è riuscito nello sforzo di completare un prodotto oggi esportato ia Netflix ovunque, e tradotto e sottotitolato in 190 paesi fuori dagli USA.
Tra i produttori della serie c’è il co-proprietario dei Golden State Warriors e CEO di Mandalay Sports Media Peter Guber, che nei giorni scorsi ha rivelato come anche lo scorso anno ci furono progetti per filmare con accessi speciali quella che avrebbe potuto allora essere l’ultima stagione di Kevin Durant ai Golden State Warriors, ma che la squadra aveva poi optato per bloccare la cosa. “The Last Dance è riuscita a riempire un vuoto, e nelle situazione in cui siamo oggi avremmo dovuto essere stupidi per non capire che tipo di finestra si fosse aperta nel mercato. La serie è diventata più grande di un semplice prodotto TV, è un’esperienza culturale, la tempesta perfetta per un prodotto del genere”.

