Home NBA, National Basketball AssociationNBA in EvidenzaThree Points – Feel the Thunder (parte 2)

Three Points – Feel the Thunder (parte 2)

di Stefano Belli
OKC Thunder-NBA Stats Westbrook-Westbrook tripla doppia

Dopo la parentesi dedicata al tanking della scorsa settimana, torniamo a occuparci della stretta attualità. La regular season NBA sta battendo gli ultimi colpi, con tanti verdetti ancora da emettere. Se ai piani altissimi delle due Conference sembra tutto deciso, con Houston e Toronto che hanno accumulato un bel vantaggio rispetto a Golden State e Boston, dietro alle ‘Big Four’ è lotta senza quartiere. In particolar modo a Ovest, con una San Antonio in netta ripresa e il momento difficile di Nuggets e Clippers, che potrebbe costare molto caro in chiave playoff. Da questo gran polverone, in questi ultimi giorni è emersa una squadra in particolare, che si prende di diritto la copertina di questa nuova edizione di Three Points: gli Oklahoma City Thunder.

Prima di cominciare, però, è doveroso menzionare la storica prestazione da 32 punti e 30 rimbalzi con cui Dwight Howard ha guidato i suoi Charlotte Hornets alla vittoria sui Brookyln Nets. Prima di ‘Superman’, solo nove giocatori (l’ultimo era stato Kevin Love, nel 2010) avevano messo a referto una gara da 30+30. Per DH12 è la ciliegina sulla torta di una stagione eccellente, almeno sul piano individuale. Bentornato!
La settimana degli Hornets è poi proseguita con il memorabile 140-79 rifilato agli sciagurati Memphis Grizzlies; il +61 finale è il quinto maggiore scarto di tutti i tempi, nonché il record assoluto di franchigia… Che si siano svegliati troppo tardi?

 

1 – Feel the Thunder (parte 2)

Gli Oklahoma City Thunder di Russell Westbrook iniziano a fare parecchio rumore

Gli Oklahoma City Thunder di Russell Westbrook iniziano a fare parecchio rumore

Nell’edizione di Three Points del 30 novembre scorso avevamo sottolineato come, dopo oltre un mese di regular season, fosse ancora impossibile decifrare gli Oklahoma City Thunder. Potenzialmente in grado di vincere contro chiunque, ma anche di perdere contro chiunque, gli uomini di coach Billy Donovan hanno proseguito la stagione a suon di risultati e prestazioni altalenanti. Nonostante un ritmo non all’altezza delle big della Western Conference, è sempre rimasta la sensazione che, prima o poi, le potenzialità di questi Thunder sarebbero emerse, che il loro rumore si sarebbe sentito forte e chiaro.

Da quel 30 novembre sono arrivate 34 vittorie e 18 sconfitte. Una progressione non proprio inarrestabile, che ha comunque permesso a OKC di raggiungere il quarto posto in una classifica ad Ovest ancora in divenire. A fare impressione, come all’inizio, sono i lampi (per restare in tema Thunder) mostrati dalla squadra nei suoi momenti migliori. Tra dicembre e gennaio sono arrivate le nettissime vittorie contro Spurs, Rockets, Raptors, Cavs (umiliati con 148 punti in diretta TV nazionale), Wizards e Sixers. Poi è toccato di nuovo a Golden State, sconfitta con 20 punti di scarto alla Oracle Arena (38 punti di Paul George e 34, 9 assist e 9 rimbalzi di Russell Westbrook). Un paio di settimane dopo, però, Kevin Durant e compagni si sono vendicati con un roboante 112-80. Le ultime settimane hanno visto una nuova accelerazione; sei vittorie consecutive (tra cui quella contro Toronto, regina dell’Est e imbattuta da 11 gare) e una sconfitta, arrivata in modo incredibile contro degli splendidi ma rimaneggiati Boston Celtics.

Rispetto alla loro versione novembrina, i Thunder di oggi hanno decisamente oliato alcuni meccanismi. Il livello difensivo è rimasto molto buono, ma anche l’attacco si è finalmente messo in moto: ventunesima per offensive rating quattro mesi fa, ora OKC è salita al settimo posto. Westbrook sembra aver trovato il giusto equilibrio tra la versione ‘facilitatore’ e quella ‘MVP’. Meno ‘onnivoro’ rispetto all’anno scorso, è riuscito comunque a rinfrescare la memoria dei suoi detrattori con un marzo da dominatore; 28,2 punti, 10.2 rimbalzi e 9.5 assist di media, con cinque triple-doppie consecutive. Paul George non è certamente la macchina da canestri vista ai Pacers (per forza di cose), ma rimane una certezza su entrambi i lati del campo; dovesse rinnovare in estate, forse ecco che vedremmo i Thunder davvero pronti al grande salto. Dopo un inizio incoraggiante, invece, Carmelo Anthony sembra troppo spesso un pesce fuor d’acqua in questo gruppo. Recentemente si è tolto lo sfizio di superare Reggie Miller al ventiduesimo posto nella classifica all-time dei marcatori NBA, ma da lui ci si aspettava un impatto maggiore. Se su Steven Adams non c’erano dubbi (altra grande stagione per il neozelandese), la vera rivelazione di quest’ultimo periodo è Corey Brewer. Chiamato da Donovan con il difficile compito di sostituire l’infortunato Andre Roberson, pedina fondamentale in difesa, il veterano ex-Lakers si è dimostrato quasi un upgrade rispetto allo sfortunatissimo numero 21. Le sue innate doti nell’intercettare i passaggi avversari e lanciarsi in contropiede gli permettono un grande contributo in entrambe le metà campo, mentre Roberson era quasi una ‘zavorra’ dal punto di vista offensivo. L’ingresso in quintetto di Brewer ha tolto quantità ad una panchina già non efficientissima (nonostante Terrance Ferguson e Jerami Grant siano in netta crescita), ma allo stesso tempo è coinciso con l’inizio della striscia vincente dei Thunder. Una striscia che li tira fuori, almeno per il momento, dalla folle bagarre per gli ultimi piazzamenti playoff.

Soprattutto in virtù degli eccezionali picchi, guardando Oklahoma City l’impressione è sempre quelle di un motore che non ne vuole sapere di sprigionare tutta la sua potenza. L’arrivo dei playoff rappresenterà il bivio decisivo; magari questi Thunder non si sbloccheranno mai, e allora sarà tempo di pensare alla delicata free-agency 2018. Dovessero invece trovare la scintilla giusta, proprio quando conta maggiormente, si trasformerebbero nella più scomoda delle avversarie.

 

2 – House of Cavs: un nuovo capitolo

Tyronn Lue, coach dei Cleveland Cavaliers dal 2016

Tyronn Lue, coach dei Cleveland Cavaliers dal 2016

Della saga più seguita e discussa del basket americano, quella dei Cleveland Cavaliers, questo 2017/18 è indubbiamente la stagione più appassionante e imprevedibile. Tutto è iniziato con l’inatteso addio di Kyrie Irving, passato ai Boston Celtics nello scambio clou dell’estate. Poi è stata la volta di Dwyane Wade e Derrick Rose, chiamati a corte da LeBron James per aiutarlo nella sua missione: portare il secondo anello in Ohio. Quindi si è passati dal mercato al campo; la striscia vincente, il rientro di Isaiah Thomas, il periodo disastroso e la clamorosa rivoluzione dell’8 febbraio, che ha visto molti dei nuovi innesti richiudere le valigie prima ancora di averle svuotate. Con una squadra in gran parte rinnovata, i Cavs hanno avuto un impeto di entusiasmo, durato appena lo spazio di qualche partita. Poi, eccoli sprofondare nella solita incostanza in termini di intensità e (quindi) di risultati.

Negli ultimi giorni la trama si è notevolmente infittita. Nel corso della gara persa nettamente contro Portland, le telecamere hanno ‘pescato’ King James a inveire in malo modo contro coach Tyronn Lue. Una situazione sicuramente non nuova in NBA, soprattutto quando di mezzo ci sono grandi star come il numero 23. Pochi giorni dopo, però, è arrivata la notizia: coach Lue si prenderà una pausa a tempo indeterminato, per recuperare da non meglio precisati problemi di salute.
Parlare di scuse o pretesti per sfuggire alla pressione mediatica è da dietrologi (come se fosse questo il momento peggiore della stagione…), addentrarsi ad analizzare i possibili sintomi è da medici. Non rientrando in nessuna delle due categorie, meglio soffermarci invece su ciò che resta in quel di Cleveland, ovvero tutte le premesse per un’implosione. All’inizio erano state le rotazioni di coach Lue ad essere continuamente stravolte, poi (l’8 febbraio) è toccato al roster in generale. Uno spogliatoio spaccato e poi ricostruito con elementi che non hanno mai giocato assieme. Giocatori palesemente demotivati, come J.R. Smith e Tristan Thompson, che hanno mostrato una minima reazione solo nelle due-tre gare successive alla rivoluzione, salvo poi tornare nella totale apatia (TT si è poi fermato per infortunio). L’unico punto di riferimento, un LBJ più spaziale che mai, è allo stesso tempo colui che potrebbe trascinare la franchigia alle ennesime finali e colui che potrebbe farla ripiombare nella mediocrità subito dopo (a quanto pare non si è mai espresso con la dirigenza riguardo alle sue intenzioni future). Ora arriva pure la grana-allenatore. Aldilà dei provocatori dubbi su chi sia il vero head coach tra Lue e James, e fermo restando che il sostituto ad interim Larry Drew non è certo l’ultimo arrivato (nel suo curriculum c’è anche una triennale esperienza sulla panchina degli Atlanta Hawks), il fatto di non avere una guida tecnica in un momento così delicato può diventare un enorme problema. Magari si risolverà tutto nel giro di qualche giorno e i Cavs, complice anche il rientro di Kevin Love, daranno una brusca accelerata in vista dei playoff. Pensando al fine ultimo della stagione, ovvero il titolo, i dubbi invece permangono; basterà lo smisurato talento del Re per sopperire alla mancanza più grave, ovvero quella di una squadra?

 

3 – Non Emeka finita

Emeka Okafor con la maglia dei New Orleans Pelicans

Emeka Okafor con la maglia dei New Orleans Pelicans

Il peggior gioco di parole nella storia di questa rubrica apre un doveroso capitolo dedicato a una delle vicende più ‘romantiche’ della stagione in corso: quella del ritorno di Emeka Okafor al basket che conta.

Nato a Houston da genitori nigeriani, Chukwuemeka Ndubuisi (il suo nome completo, che significa “Dio ha fatto bene”…) Okafor appare nei radar degli scout ai tempi del liceo, in Oklahoma. Al college (UConn) si distingue sia per il suo utilizzo dei libri (laureandosi in finanza), che per quello della palla da basket. Con l’aiuto di altri futuri giocatori NBA come Ben Gordon e Charlie Villanueva, guida gli Huskies al titolo NCAA nel 2004, venendo anche premiato come Most Oustanding Player delle Final Four e miglior difensore dell’anno.

Al draft NBA viene indicato come una probabile prima scelta assoluta, invece il suo nome viene chiamato per secondo, dietro a quello di Dwight Howard e davanti a quello del compagno di college Ben Gordon. A scriverlo, sul biglietto consegnato a David Stern, sono i neonati Charlotte Bobcats, ad oggi l’ultima expansion franchise nella storia della lega. Prima di indossare la maglia bianco-arancio numero 50, Okafor prende parte alla spedizione di Team USA alle Olimpiadi di Atene. Nonostante il clamoroso fallimento di quello che verrà ribattezzato ‘Nightmare Team’, per il giovane Emeka l’esperienza agli ordini di coach Larry Brown, al fianco di una leggenda vivente come Tim Duncan, avrà un valore incalcolabile.
I Bobcats, come da copione per le franchigie d’espansione, fanno pena; vincono 18 partite e ne perdono 64 (come i ‘gemelli’ New Orleans Hornets, passata – e futura – squadra di Charlotte). Solo Atlanta fa peggio, con un miserabile 13-69. Individualmente, però, la stagione di debutto di Okafor è eccezionale. Chiude a 15.1 punti e 10.9 rimbalzi di media, è il primo fra le matricole nelle votazioni per l’All-Star Game (non riuscendo comunque a partecipare) e viene eletto Rookie Of The Year. Sembra l’inizio della carriera di una stella, invece la sua non decollerà mai. A lungo una delle poche certezze di una franchigia terribile, subisce infortuni più o meno gravi che ne impediscono l’esplosione. Dopo la fine della sua esperienza con i Bobcats cambia squadra tre volte in quattro stagioni; New Orleans (dove disputa la sua unica serie playoff, al fianco di Marco Belinelli), poi Washington, infine Phoenix. Con i Suns non riesce a giocare nemmeno una partita, visto che un’ernia al disco lo mette k.o. per quella che sembra la prematura fine della sua carriera.

Dopo quattro anni di inattività, ecco la nuova chance: i Philadelphia 76ers, in cui milita il lontano cugino Jahlil (poi passato ai Brookyln Nets), lo includono nel roster per la preseason, salvo poi relegarlo in G-League. Il definitivo ‘twist of fate’ si presenta con le sembianze di DeMarcus Cousins. Il centro dei New Orleans Pelicans, reduce dalla miglior stagione in carriera, si infortuna gravemente al tendine d’Achille. I Pelicans, alla disperata ricerca di rinforzi per il reparto lunghi, si rivolgono così a Emeka, che viene ingaggiato con un contratto decadale e poi confermato per la stagione. La sua esperienza e la sua presenza sotto canestro lo hanno reso presto fondamentale nella corsa ai playoff, tanto che coach Alvin Gentry lo ha fatto partire in quintetto in 16 delle 19 gare fin qui disputate. Ora Okafor si prepara alla seconda apparizione in post-season di una carriera tormentata ma che, per fortuna, gli sta offrendo una nuova possibilità.

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