Il leit motif di The Last Dance, la serie evento di ESPN su Michael Jordan e i Chicago Bulls 1997\98, è stato la contrapposizione tra la missione dei Bulls in corsa per il sesto titolo NBA della loro storia, e la decisione della dirigenza di chiudere il ciclo di una delle squadre NBA più forti di sempre a fine stagione, per ripartire con una nuova fase a prescindere dal risultato sportivo.
Una decisione giustificata dall’età media della squadra (Jordan, Scottie Pippen, Dennis Rodman, Ron Harper e Steve Kerr avevano ben oltre i 30 anni) e dalla situazione salariale, con tutti i giocatori chiave chiamati ad un rinnovo contrattuale che sarebbe stato ricchissimo. Tuttavia, anche a 20 anni di distanza da quell’ultima stagione, Michael Jordan resta convinto che quel nucleo avrebbe potuto avere la sua chance di difendere ancora il titolo sul campo.
Ad inizio stagione – e ad inizio serie – Jordan aveva spiegato: finché nessuno ci batterà, avremo il diritto di difendere quello che abbiamo conquistato. Concetto ribadito in chiusura da MJ: “Sarei stato disposto a giocare ancora un anno, a firmare assieme ai miei compagni per un altro anno e tentare per il settimo titolo. Lo avremmo fatto. Phil (Jackson, ndr) sarebbe stato d’accordo, Pippen lo avremmo dovuto convincere probabilmente, ma se ci fossimo stati tutti, io, Rodman, Phil, anche lui ci sarebbe stato. Sono sicuro che avremmo potuto vincere ancora. Ed il fatto di non aver avuto la possibilità di mettermi alla prova ancora una volta, mi ha fatto arrabbiare, non l’ho mai accettato”.
I rapporti ormai compromessi tra coach Phil Jackson ed il general manager Jerry Krause non avrebbero mai permesso a “coach Zen” di restare ancora un anno. Un rinnovo contrattuale per Scottie Pippen, giocatore incredibilmente sottopagato per l’intera epopea vincente dei Chicago Bulls, sarebbe stato altrettanto complicato. Eppure, come confermato durante il decimo episodio della serie dal proprietario della squadra, l’oggi 84enne Jerry Reinsdorf: “A fine anno offrii a Phil Jackson la possibilità di restare“. Reinsdorf ricorda di aver detto a Jackson dopo la parata celebrativa per le strade di Chicago nel 1998: “Ti sei guadagnato l’opportunità di restare, anche dopo tutto quello che è stato detto e fatto“.
Parole di riconoscenza quelle di Reinsdorf, ben consapevole però che lo sforzo per tenere assieme un anno di più un gruppo di giocatori “anziani”, con i loro acciacchi e da rinnovare a cifre forse fuori mercato, avrebbe potuto costare troppo caro: “Era la fine, ed è arrivata come normale che fosse. (La squadra, ndr) non sarebbe valsa allora tutti i soldi che avrebbe ottenuto (…) ma se Michael (Jordan, ndr) avesse accettato di giocare ancora, non ho dubbi sul fatto che Jerry Krause avrebbe costruito attorno a lui una squadra vincente in un paio d’anni“.
Jordan che aveva però legato il suo destino a quello di coach Jackson, dichiarando a più riprese di non voler giocare per nessun altro allenatore: “Krause lo aveva detto: Phil potrà anche vincere 82 partite su 82, ma non sarà più l’allenatore. Così, quando Jackson ci disse che quella sarebbe stato l’ultimo ball, lo sarebbe stato davvero. Sapevano che non saremmo tornati, altrimenti perché parlare già all’inizio della stagione?“.

