NBA, aumenta la fronda dei giocatori contrari alle condizioni con cui la stagione dovrebbe riprendere a Orlando dal prossimo 30 luglio?
Come riportato dalla giornalista USA Taylor Rooks, diversi atleti NBA avrebbero espresso malcontento per non essere stati interpellati direttamente nei giorni scorsi, al culmine delle trattative tra lega, proprietari e NBPA sulla ripresa della stagione. Malumori manifestati durante alcune chiamate di gruppo, e che verranno affrontati per esteso in una maxi call conference via Zoom già nella nottata italiana tra venerdì e sabato.
Oltre 200 i giocatori che parteciperanno alla riunione fiume telematica. Howard Becks di Bleacher Report e Chris Haynes di yahoo Sports riportano di un Kyrie Irving particolarmente attivo nel guidare la fronda degli oppositori al piano Silver per il recupero della stagione NBA, e tra i promotori principali dell’iniziativa.
Kyrie Irving è da pochi mesi uno dei vice presidenti dell’associazione giocatori.
Ad aumentare le perplessità dei giocatori sul piano-Orlando ci sono le novità dell’ultim’ora: mentre squadre e staff saranno isolati nella “bolla” del Walt Disney World Resort e controllati tramite tampone ogni giorno, il parco divertimenti di Disney World resterà aperto al pubblico, e per i dipendenti non sarà prevista precauzione altra che non mascherine, disinfettanti, distanziamento sociale e rilevamento della temperatura agli ingressi.
Una bolla con un buco enorme, ed evidente, si profila dunque per la NBA che ha nel frattempo invitato le squadre a richiamare in servizio i giocatori: il 22 giugno è la deadline per gli atleti americani o rimasti durante il lockdown in America, addirittura il 15 giugno per chi dovrà fare ritorno dall’Europa e dall’estero, come ad esempio Luka Doncic e Nikola Jokic, e che potrebbero doversi sottoporre ad un periodo di quarantena una volta rientrati.
Dubbi e difficoltà che si aggiungono al disagio di alcuni giocatori nel dover ritornare in campo in un momento drammatico per gli Stati Uniti, con la pandemia da coronavirus che ancora viaggia a numeri importanti anche in Florida e nella zona di Orlando, e soprattutto con ancora tante vittime registrate, e le proteste per l’omicidio di George Floyd a Minneapolis ormai due settimane fa.
Il nodo? Dover giocare in un contesto isolato, e lontano dalle famiglie per un periodo che potrebbe essere per le squadre che faranno più strada anche di due mesi, senza però che dirigenti NBA e proprietari delle squadre debbano a loro volta esser costretti a soggiornare a Orlando.
Malcolm Brogdon: “Alcuni giocatori super motivati a non giocare”
La NBA prevede di garantire ai giocatori libertà di scelta sul giocare o meno a Orlando. 22 le squadre che parteciperanno alla ripresa della stagione.
“Ho parlato nei giorni scorsi con alcuni colleghi che sono super motivati nel non giocare“, così Malcom Brodgon degli Indiana Pacers ospite del podcast del giocatore NBA J.J. Redick “Ed ho parlato con Chris Paul (presidente della NBPA, ndr) che mi ha detto che è una scelta che ognuno di noi deve fare per sé. Ed è esattamente quello che penso, dipende da come la si vede (…) tra di noi c’è chi pensa: la nostra comunità sta passando un momento troppo difficile per pensare solo al basket. E non metterò il basket davanti a queste cose, non giocherò. Per altri vale invece il discorso economico: sono i migliori soldi della mia carriera, non ha senso rinunciarvi, e così potrò fare ancora di più per la comunità. Si tratta di punti di vista, ed i ragazzi vogliono parlarne”.
Tra i giocatori che hanno espresso pubblicamente i propri dubbi e indecisione, Carmelo Anthony dei Portland Trail Blazers, Jerami Grant dei Denver Nuggets e, tra i primi, George Hill dei Milwaukee Bucks.
Adding to Taylor's report: I'm told today's conf call could involve up to 200 players. Also hearing that Kyrie Irving has been a driving force in organizing these calls, and in raising concerns over NBA's bubble plan. https://t.co/0voQafmveO
— Howard Beck (@HowardBeck) June 12, 2020

