“Non avrai diciassette anni per sempre”. Segno che il tempo passa, e che bisogna cogliere le occasioni prima di potersene rammaricare a posteriori. I Pistons di occasioni per vincere, all’inizio del nuovo millennio, ne hanno avute almeno altre due paia: le Finals del 2005 contro gli Spurs e le finali di Conference 2006-2007-2008 contro Heat, Cavaliers e Celtics.
Il nocciolo della squadra era rimasto intatto, almeno per un po’. Solo in panchina era cambiata la guida: Flip Saunders aveva ereditato la squadra da Larry Brown, andato a litigare con squadra, dirigenza e ambiente ai Knicks. Detroit però non ne aveva risentito, continuando a viaggiare spedita, e tuttavia fermandosi sempre solo a un passo o due dal traguardo. E con il tracollo iniziato dal 2008 in poi, ora non resta che guardare indietro e festeggiare i diciassette anni di un titolo che verosimilmente non resteranno tali solo perché destinati, nel breve-medio periodo, ad aumentare.
Ciò premesso, sigla.
Alla fine delle Finals 2004 c’era delusione, in casa giallo-viola. I Lakers pensavano che si sarebbero facilmente liberati di un ostacolo come i Pistons, una squadra più giovane, non abituata a questi livelli. Ma una squadra, unita, ovvero quello che i lacustri in quelle finali non sarebbero stati. Anzi, correzione: quello che i lacustri in quella stagione non erano mai stati.
In merito alla situazione dei californiani Phil Jackson, produttivo a livello letterario quasi quanto sulle panchine NBA, ha fornito tutti i dettagli nei libri L’ultima stagione e Eleven rings – L’anima del successo, due volumi da riprendere anche solo per la caratura dell’autore e della testimonianza da insider che può offrire. È interessante, viceversa, raccontare gli avversari che misero alle strette i Lakers, evidenziandone tutte le spaccature interne.
Esattamente come i Bad Boys contro cui si schiantarono i Bulls di Jordan, Pippen e Phil Jackson (e daje), i Pistons del 2004 facevano affidamento su una difesa solida, che in Rasheed e Ben Wallace aveva due ottimi rimbalzisti e stoppatori. Il gioco in transizione con facili break partiva proprio dalla metà campo difensiva, ed era supportato da una precisione rigorosa nell’esecuzione dei giochi, che si traduceva in un’equa distribuzione dei tiri e, ça va sans dire, dei punti. In ossequio al coaching tree di Larry Brown (di cui parla l’impeccabile Federico Buffa in Black Jesus), Detroit nel 2004 vinse con la difesa, i fondamentali, la transizione offensiva, l’organizzazione schematica e l’unità di squadra.
A menare le danze c’era Chauncey Billups. Mr Big Shot era uno dei migliori play della Lega, sufficientemente alto per il ruolo ma molto forte, veloce e capace di attaccare le guardie, con grande mentalità, tant’è che il premio di MVP di quelle Finals finì tra le sue mani. Era difficile concedergli il tiro sul pick&roll perché era in grado di far pagare dazio in modi diversi grazie al suo ampio range o anche in penetrazione, se vedeva un varco.
Nel gioco “crossfit” Billups poteva passare a Hamilton e poi tagliare nel pitturato, mentre il suo posto veniva preso da Prince. Il play bloccava per Ben Wallace, che poi tagliava nel pitturato per ricevere palla: se ciò non accadeva, andava a giocare in pick&roll con la guardia, mentre Billups si posizionava in angolo. Big Ben era conosciuto più per la propria difesa, con la sua capacità di prendere rimbalzi e contestare o stoppare, oltre che di prendere la posizione corretta sui blocchi, in attacco si faceva valere grazie alle qualità di saltatore, grazie alle quali riusciva a raggranellare diversi punti, tra ganci e schiacciate.
Nello stesso gioco, un’altra opzione prevedeva il blocco del play per Rasheed Wallace dopo aver passato a Hamilton, dopodiché il centro andava in post basso per ricevere palla dal suo tiratore e giocare in uno-contro-uno, mentre la guardia andava a stazionare fuori dalla linea dei tre punti nel caso Sheed non avesse spazio.
Nel gioco “chest” Billups portava palla centralmente, Ben Wallace era in post medio, Hamilton in post alto e Prince e Rasheed Wallace in stack sul lato opposto. Quando la guardia tagliava verso il pitturato, l’ala piccola a sua volta tagliava andando in ala. A quel punto il play poteva passarla a entrambi gli esterni: se serviva il 3, quest’ultimo poteva tirare o passarla al centro in post alto. Nel caso non fossero soluzioni percorribili, Rip tagliava per ottenere un blocco da Big Ben lungo la linea di fondo, salire in ala e ricevere il passaggio dal play e se non poteva tirare o passare, riceveva un ulteriore blocco da Ben Wallace.
Se il primo dei due blocchi non era attuabile, Billups passava la palla a Prince, che veniva schermato lateralmente da Rasheed Wallace. Quest’ultimo era altresì un tiratore affidabile, capace di segnare tiri da qualunque mattonella del post, oltre che da fuori. I suoi fade away e i giro-e-tiro lo rendevano pericoloso nel momento in cui prendeva posizione spalle a canestro, così come dopo il blocco era un ottimo nel rollare o poppare. Oltre a questo, in difesa aveva una rapidità che gli permetteva di ruotare sulle penetrazioni, non abboccava alle finte e aveva una grande tempistica nelle stoppate e nelle rubate.
Anche nel gioco “Fist” il play portava palla centralmente, mentre con i lunghi al gomito e gli esterni in post basso. Mr. Big Shot andava verso sinistra, mentre l’ala forte bloccava per il centro, per poi continuare a tagliare e fare uno stack con l’ala piccola, sfruttato da Hamilton per andare in ala. Sheed giocava un pick&roll con Billups, che palleggiava verso l’altro lato del campo e passava alla guardia che usciva dallo stack.
Il gioco “Get”, infine, aveva lo scopo di mettere in ritmo tanto Hamilton quanto Prince. Il primo aveva una grande elevazione che gli permetteva di tirare sopra i difensori, era un grande scorer dalla media distanza e affidabile da oltre l’arco, in entrambi i casi sfruttando sagacemente i blocchi, oltre che passatore intelligente e abile trattatore di palla. In retroguardia invece era in grado di tenere giocatori fisicamente più grossi di lui, di negare lo spazio in penetrazione grazie alla sua rapidità e leggere i passaggi.
Prince, al contrario, aveva una meccanica strana che rendeva i suoi tiri, che selezionava attentamente, quasi impossibili da stoppare, aveva un gioco in post e un tiro da tre entrambi buoni, ed era abile nel segnare anche dal palleggio, grazie a un ball handling adeguato e una primo passo che, combinato con la sua altezza, ingannava i difensori. Nella propria metà campo era un difensore versatile sul perimetro, efficace nel contestare i tiri e una statura che gli permetteva di coprire più spazio.
Nel gioco, dunque, Billups avanzava sul lato destro, mentre i compagni si posizionavano tutti in post basso. Rasheed Wallace bloccava per Hamilton in uscita, che si alzava per ricevere e poter tirare o passare al centro, che doveva aprirsi. Se ciò non riusciva, Ben Wallace bloccava per Prince, diretto verso l’ala. Dopo avere bloccato l’ala forte si alzava immediatamente per essere bersaglio di passaggio da parte del play, e a sua volta poteva passare all’ala piccola.
Si trattava dunque di una squadra che giovava “in the Right Way”, come predicava coach Brown. I giochi erano designati per avere grande equilibrio. Oltre a permettere una pericolosità diffusa e, per estensione, una soddisfazione di tutte le personalità in campo (fattore psicologico sempre cruciale), ciò aveva anche un risvolto tecnico nel momento in cui permetteva una corretta transizione difensiva. Quei Pistons erano insomma una squadra senza stelle grandi, ma con diverse stelle medie. Forse, per tornare in alto, servirà anzitutto questo.

