Home EurolegaPreview Final Four Eurolega: CSKA Mosca-Anadolu Efes

Preview Final Four Eurolega: CSKA Mosca-Anadolu Efes

di Luigi Ercolani
Efes CSKA Mosca

Il tasto F4 corrispondeva, nelle visione degli sceneggiatori della mai troppo citata serie comedy Boris, all’espressione basita che gli attori dovevano assumere. A un ventennio dal lancio del nuovo format di Eurolega, di cui le Final Four (o F4 che dir si voglia) l’espressione basita viene quando ci si accorge che a vincere questa competizione sono state solo sezioni cestistiche di polisportive, più o meno collegate alle case madri.

Tanti saluti a Olimpia Milano, Virtus Bologna, Zalgiris Kaunas, Joventus Badalona, Limoges o KK Spalato, per restare solo alla fine dello scorso millennio. La bravura delle polisportive è stata indubbia, ma questo effetto è un pericoloso segnale per la competitività e, come ricorda la magnifica The English Game di Netflix, la competitività è l’anima degli affari.

Efes-CSKA: sponda turca

L’omelia iniziale non voleva essere un’ode ai bei tempi andati, quando i giovani avevano rispetto, Berta filava dritto e altre banalità più o meno assortite. Al contrario, era un modo per introdurre un aspetto apparentemente marginale, ma in realtà cruciale, della squadra che più di tutte ha l’occasione di rompere questo vero e proprio circolo vizioso: l’Anadolu Efes.

Prima compagine turca ad imporsi in una coppa europea (la Korac, nel 1996) a livello di professionismo sportivo, gli anatolici negli ultimi anni si sono dimostrati tenaci, attenti, preparati. La sapiente mano di Ergin Ataman in poche stagioni è stata in grado di dare alla squadra biancoblù uno status di contender che non ha precedenti, nella storia europea del club.

L’impianto complessivo organizzato dall’Imperatore ha lo scopo di esaltare le individualità a roster, specie quelle che si esaltano con la palla in mano. Il pick&roll è il palcoscenico grazie al quale primattori come Shane Larkin e Vasilije Micic possono esprimersi al meglio, aiutati dall’intelligenza di Krunoslav Simon e dalla pericolosità interna di Bryant Dunston.

Le rollate di quest’ultimo dopo il blocco centrale possono creare opzioni per l’isolamento di uno dei due registi o per un eventuale ribaltamento dopo aver fatto muovere la difesa e costringerla a fare una scelta, inserendosi poi nello spazio che essa inevitabilmente deve concedere. Larkin, Micic e Beaubois dal palleggio possono creare soluzioni letali, mentre i lunghi Singleton, Sanli e Dunston sono una minaccia quando puntano il ferro in velocità.

Grazie a questo gioco non molto elaborato, ma che punta sull’efficacia e sull’estro delle stelle in organico, i turchi hanno dunque concrete speranze di poter portare a casa il trofeo. Se poi dovessero arrivare in finale la riedizione della già citata finale del 1996 sarebbe ancora meglio per l’intero panorama cestistico. Come? Non sapete chi fu l’avversaria dell’Efes quell’anno? Ma l’Olimpia Milano di Boscia Tanjevic, che domande!

Sponda russa

Sulla strada dell’Efes si para, però, una delle due grandi corazzate europee. Oltre all’onnipresente Real Madrid, peraltro sconfitto dai turchi nei quarti di finale, non senza difficoltà, l’altra potenza egemone del continente è sicuramente il CSKA.

Una strana stagione, quella dei moscoviti. Erano partiti con i favori del pronostico, indicati da molti come possibili vincitori, ma poi, quando hanno perso per infortunio Milutinov, il loro rendimento ne ha risentito. La separazione da Mike James, per qualcuno meno attento, sembrava aver posto inequivocabilmente alle speranze di successo dei russi.

Errore. L’assunto “Less is more” caro agli statunitensi ci viene in aiuto per capire come mai il CSKA sia riuscito a mantenere la seconda posizione dietro il Barcellona e a scrollarsi di dosso un Fenerbahçe ugualmente inguaiato (causa virus, però) in tre sole partite. “Less is more” vuol dire che ci sono occasioni in cui un organismo beneficia della potatura di un elemento sì produttivo, ma allo stesso tempo assai destabilizzante.

È una questione meramente psicologica: l’estromissione di un membro che non è in equilibrio con il resto del corpo comporta una un rasserenamento del clima e, allo stesso tempo, una maggiore responsabilizzazione di tutti gli altri.

Il gioco del CSKA, in questo senso, ne ha beneficiato in fluidità. Ora i moscoviti usano maggiormente il post basso, per gli isolamenti di Clyburn o per attirare la difesa su Shengelia, che poi si premura di servire i compagni che possono penetrare, come Hackett, o tirare, come Voigtmann. L’Armata Rossa si distingue proprio per questo: è una squadra in cui gli esterni possono giocare spalle a canestro o arrivare nel cuore dell’area e, allo stesso tempo, in cui i lunghi mettono palla per terra.

I pick&roll, così come i giochi alto-basso, hanno quindi la funzione di valorizzare la versatilità degli uomini a roster. Con, in più, sincronismi difensivi degli di una catena di montaggio, il CSKA è pronto dunque a mantenere le gerarchie continentali.

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